Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati: trama, analisi e recensione

Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati: trama, analisi e recensione A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Il deserto dei tartari di Dino Buzzati: trama, analisi, personaggi, significato e temi principali del romanzo scritto da Buzzati nel 1940

1Il deserto dei Tartari di Buzzati: introduzione all’opera

Dino Buzzati, autore de Il deserto dei Tartari
Dino Buzzati, autore de Il deserto dei Tartari — Fonte: ansa

Pubblicato nel 1940, per molto tempo Il deserto dei Tartari è stato considerato il romanzo con uno dei finali più perfidi in assoluto e hanno tacciato il suo autore di essere un pessimista senza appello. Invece, come ha dimostrato il saggio di Lucia Bellaspiga, un’illustre buzzatiana, questo romanzo è un capolavoro di umanità e speranza. Addirittura, leggendo nella raffinata filigrana dell’opera, tra allegorie e metafore, cogliendo indizi talvolta appena visibili, il romanzo mostra paradossalmente a lieto fine, in netto contrasto con l’interpretazione vulgata.    

2Il deserto dei Tartari: la trama

2.1Capitoli I-X

Come prima assegnazione, Giovanni Drogo viene destinato all’antica Fortezza Bastiani, affacciata su una sterminata landa desertica da cui un tempo giunsero oscuri nemici: i Tartari. Sua madre lo aiuta silenziosa negli ultimi preparativi. Lui intanto si guarda allo specchio «forzando un sorriso». Non sa se essere felice o triste. Salutata la madre, galoppa verso la Fortezza Bastiani. Da tempi immemorabili lì si attende un’invasione di quel popolo straordinario e misterioso. Giovanni Drogo sorride forzatamente allo specchio cercando di nascondere a sé stesso una specie di delusione. Vuole convincersi di essere felice: ma non lo è, e lo sa.  

Dopo un lungo viaggio a cavallo, sulla strada verso la Bastiani, incontra il Capitano Ortiz. Giunge poi in vista della Fortezza. Prende posto tra i commilitoni e gli viene assegnata una stanza. Nella sua prima notte tanti pensieri gli affollano la mente; poi d’un tratto, un rumore: ploc. C’è una tubatura che perde: è il ploc, di una goccia che cade di tanto in tanto con imprevedibile ritmo nella cisterna. Ci mancava questa dannata goccia!, pensa Drogo, che poi guarda il cielo con un misto di desiderio e rassegnazione: una stella solitaria fa il suo corso, benevola, e scompare nell’immensità. La goccia fa ancora ploc. «Non si può sistemare?», chiederà. «No», gli risponderanno, «ci farà presto l’abitudine».  

Drogo ancora non lo ha pienamente capito, ma da quel momento – in quel preciso momento – è cominciata per lui la fuga del tempo. Scorrono uno dopo l’altro i suoi giorni alla Bastiani e tra le persone con cui stringe amicizia c’è Ortiz, che gli vuole bene; c’è il sarto Prosdocimo, simpatico e dimesso; c’è il sergente maggiore Tronk, che assomiglia quasi a una creatura nata nella Fortezza stessa: guarda anche lui verso la sterminata landa, in attesa dei nemici, ma con animo di burocrate e non di poeta. Il tempo trascorre nell’attesa ma i Tartari non arrivano mai.   

La Fortezza di Bam, nella provincia iraniana di Kerman, è stata il set cinematografico del film
La Fortezza di Bam, nella provincia iraniana di Kerman, è stata il set cinematografico del film — Fonte: ansa

Drogo comincia a riflettere sul perché di quell’attesa: tutti attendono l’evento, l’occasione, che può trasformare il tempo da Kronos, cronologico, in Kairòs, ossia «l’avventura, l’ora miracolosa che almeno una volta tocca a ciascuno». Drogo osserva i suoi commilitoni ammaliati da questa attesa, credendosi salvo: ma riflette sulla vita cittadina, così squallida e comune. Perché, allora, non lasciarsi stregare dalla possibilità di questa occasione? Ecco che comincia anche lui a essere stregato.  

Drogo sceglie di attendere l’occasione e si tiene per il momento lontano dalla città, luogo dei mediocri e delle scelte comode. Uno degli ufficiali, Angustina, bello come un dandy, «supremamente solo» (L. Bellaspiga), simile al Principe Sebastiano raffigurato nel grande salone è un personaggio profetico, giunto oramai alla suprema consapevolezza di quale sia il vero Evento. Lui sprezza senza riserva quella Città dove tutti vogliono tornare.  

2.2Capitoli XI- XX

Una notte Drogo fa un sogno portentoso: sogna la morte di Angustina, ritornato a figura puerile, che vola su di una carrozza alata  e lo saluta con un sorriso. Intanto accadono fatti strani e tragici: un soldato era uscito dalla Fortezza per recuperare un cavallo che galoppava dal deserto. Ma dimentica la parola per rientrare e viene ucciso, in piena applicazione del regolamento. Poi una striscia nera di soldati compare dal deserto: sono dunque arrivati i Tartari? L’attesa si fa febbrile, le bandiere sventolano minacciose, c’è eccitazione ovunque e persino il Capitano Monti sta cedere alla «tentazione di credere».   

Purtroppo arriva un dispaccio dallo Stato Maggiore: non sono i Tartari quelli che vedono, ma uomini venuti dal paese vicino per stabilire il confine. Allarme rientrato. Il capitano Monti sceglie una quarantina di uomini per andare incontro agli uomini del Nord, per la questione del confine. Tra questi vi è anche Angustina. Intrapresa la salita di una rupe, gli uomini del Nord giungono per primi.  

Comincia a nevicare: Angustina e Monti, quest’ultimo di malavoglia, fingono una partita a carte pur di non dare soddisfazione ai rivali che sono su di una terrazzata poco sopra le loro teste. La neve aumenta, Monti si mette al riparo, ma Angustina resta, caparbio, continuando a giocare a carte da solo… Almeno così sembra: in verità sta giocando con la Morte, che solo lui può vedere. Chiusa la partita, sconfitto, Angustina si sistema nel mantello con eleganza, morendo da eroe. Sulle sua labbra è disegnato un sottile sorriso

Saputo dell’accaduto, Drogo si rammarica di non essere stato lì: ha perso un’occasione. Arrivata la primavera, Giovanni ha due mesi di licenza per tornare in città. Si aggira come un estraneo e non riconosce più i luoghi amati. Una sera, tornato da una festa, va dalla madre a darle la buonanotte: crede che la madre gli abbia risposto, invece è il rotolio di una carrozza. Incontra anche Maria, il suo antico amore: tra i due, tra parole gentili e affabili, cala un silenzio durissimo. 

Sono passati quattro anni ormai da quando è partito: si fa ricevere da un generale per il trasferimento, ma scopre che ci sono già troppe domande fatte dai suoi compagni. Non ne sapeva niente: comunque la sua è in sovrannumero e non può essere trasferito. «Traditori», pensa, odiando i suoi compagni per la viltà e l’ipocrisia. 

2.3Capitoli XXI- XXX

Drogo rientra alla Fortezza Bastiani quasi consolato dal suo destino: essere vittima lo libera dal dilemma della scelta. Dei compagni che avevano chiesto trasferimento, solo Ortiz aveva scelto di restare. Entra, però, in gioco anche un altro personaggio: Simeoni, un giovane che era alla Fortezza da tre anni. Questo personaggio sarà cruciale nel prosieguo della vicenda. Intanto egli possiede un cannocchiale con il quale osserva un puntolino nero nel deserto: una strada militare, secondo lui. Drogo, scettico, si lascia però convincere quando scorge una luce brillare nel deserto. 

Cominciano ronde notturne e osservazioni, ma un ordine generale impone la consegna di tutti i cannocchiali troppo potenti affinché non si alimentino vane speranze. Drogo resta basito. Simeoni non ha problemi ad ubbidire agli ordini che vietano la fede nella gloriosa battaglia con i Tartari. Poi una sentinella avvista quella luce in pieno giorno e si vedono anche i puntini neri all’orizzonte: la fede rinasce. Però non succede davvero niente per quindici anni e Drogo passa così i suoi migliori anni di vita: comincia a sentirsi vecchio. Tornato da un breve periodo di licenza in città Drogo avverte un chiaro segno di fallimento. Ormai ha 54 anni. La strada militare, nel deserto, è stata costruita: nessuna traccia, però, dei nemici.  

Drogo è malato. Il dottor Rovina gli consiglia il congedo. Proprio in quel momento, si grida all’arme: è la guerra. I Tartari sono davvero arrivati, questa volta non è uno scherzo. Persino Drogo, non avvisato in via ufficiale, si fa portare sulle mura per guardare con i suoi occhi. I nemici ci sono davvero. Colto da una crisi, sviene. Tutti, nel frattempo, si mobilitano per i preparativi di guerra e Drogo cerca di non dare a vedere i segni della sua malattia per paura di essere trasferito. 

Il capitano Simeoni (ora è lui a comandare) facendo leva sulla gerarchia militare, con sadismo, gli ordina il trasferimento: ha già predisposto una carrozza per portarlo in città. Drogo oppone resistenza a questa decisione, quasi lo supplica, ma non può nulla contro gli ordini. Simeoni gli sbatte la porta in faccia. Portato via su di una carrozza, quasi troppo bella per lui, viene inizialmente sbeffeggiato dai due vetturini. Poi si ritrova in una locanda, da solo, con la finestra spalancata su un cielo bello e struggente. Sa che la sua ora sta per giungere. Così medita tra sé e sé il disegno beffardo del destino.  

Di colpo si rianima di nuove speranze quasi sentendosi fresco e giovane. Forse non tutto è perduto o è stato invano: Drogo capisce che tutto sta avvenendo nell’ordine naturale delle cose e che adesso tocca a lui, infine, l’unica grande battaglia che ogni uomo deve combattere e a lui toccherà farlo nel modo più arduo. Preso per mano dal Narratore, Drogo si lancia all’assalto: l’occasione per passare dall’altro lato dell’esistenza. Adesso dovrà fronteggiare la Morte, che però ha perso il suo lato più spaventoso ed è diventata, invece, quasi bella

Giovanni Drogo, morendo, sorride: un sorriso consapevole, complice di una realtà indicibile come può essere il segreto della morte. Egli muore a suo modo da eroe. Con un sorriso ‘forzato’ si era aperta l’opera. Con un sorriso, consapevole, bello, sincero e conquistato, essa si chiude

3Il deserto dei Tartari: temi e personaggi

«Posso chiamare “Il deserto dei Tartari” il libro della mia vita» così confessa Dino Buzzati a Yves Panafieu che ne raccolse la testimonianza. In quest’opera troviamo condensati tutti i temi di questo autore: 

  • il fiume del tempo
  • l’attesa dell’evento o dell’occasione
  • l’atmosfera militare-guerresca
  • le costrizioni di ordini superiori che pesano sui personaggi

E poi c’è il deserto con la sua solitudine da asceti che si oppone alla città, con le sue lusinghe e i suoi inganni. Ecco, l’inganno della vita, il passaggio verso il misterioso altrove con la morte ad aprire il varco, la consapevolezza raggiunta in extremis... C’è tutto. 

Giovanni Drogo è convinto di essere finito alla Fortezza Bastiani per un errore, ma come tutti finiamo per errore a vivere una vita in cui ogni scelta appare obbligata. Drogo trova uno scopo per attendere, rifiuta l’ambiente cittadino, rifiuta di avere una famiglia, sceglie la solitudine della fortezza, sottraendosi alla vita lunga e sicura per un’attesa che sfiora l’impossibile. Da quel misterioso altrove, intanto, da quel Nulla così attraente, giungono messaggeri misteriosi: un cavallo, nuvole, puntini neri, fumi… e i militari della Bastiani trovano in essi coraggio e motivazione per attendere.  

I veri Tartari sono una tribù di origine turca che un tempo abitava le steppe dell'odierna Mongolia. In Buzzati hanno solo il significato di "nemici" generici
I veri Tartari sono una tribù di origine turca che un tempo abitava le steppe dell'odierna Mongolia. In Buzzati hanno solo il significato di "nemici" generici — Fonte: ansa

Da questo punto di vista, il capitano Ortiz è un personaggio positivo perché anche lui attende con la stessa fede di Drogo, mentre Laterio, Tronk, Monti, Simeoni sono figure ciniche che incarnano forse il lato peggiore dell’arrivismo borghese e la sua ottusità esistenziale. Ci sono scopi ben più alti per cui impiegare la vita, ma loro non possono capire. Infine c’è Angustina, un personaggio chiave, la cui statura echeggia anche nelle pagine finali dell’opera. Lui sa, ha capito la chiave del mistero esistenziale: sarà la sua figura, il suo fantasma, a indirizzare Drogo verso la stessa rivelazione. 

Nel sogno c'è sempre qualcosa di assurdo e confuso, non ci si libera mai della vaga sensazione ch'è tutto falso, che un bel momento ci si dovrà svegliare.

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari