Il Cigno di Charles Baudelaire: testo e analisi

Di Redazione Studenti.

Il Cigno di Charles Baudelaire: testo e analisi del componimento che si trova nella sezione “Quadri parigini” della raccolta I fiori del male

IL CIGNO, CHARLES BAUDELAIRE

Il cigno è un componimento di Charles Baudelaire
Il cigno è un componimento di Charles Baudelaire — Fonte: getty-images

Il Cigno è un componimento di Charles Baudelaire, inserito nella sezione dei Quadri parigini della raccolta I fiori del male. Come ne L’albatro, lo scrittore riflette sul ruolo dell’intellettuale nella società industrializzata in rapido cambiamento, cieca di fronte alla perdita di valori che perpetua, sorda alle riflessioni dei poeti.

Lo schema metrico prevede due parti composte rispettivamente di 7 e 6 quartine alessandrine, con rime incrociate.

IL CIGNO, TESTO E TRADUZIONE

A Victor Hugo
Andromaca, penso a voi! Quel ruscello sottile,
povero e triste specchio, ove rifulse un tempo
la gran maestà del vostro dolore vedovile,
quel falso Simoenta, gonfio del vostro pianto,
ha fecondato a un tratto la mia memoria fine,
appena ho attraversato il nuovo Carrousel.
Muore il vecchio Parigi (le immagini cittadine
cambian più svelte, ahimè! Del cuore di un mortale);
solo in ricordo vedo quel campo di baracche,
mucchi di capitelli sbozzati e colonnine,
gran blocchi, verdi dalle pozzanghere, erbacce
e confuse anticaglie luccicanti in vetrine.
Era là che un tempo si stendeva un serraglio;
è là che vidi, un giorno, sotto un cielo diafano
e gelido, nell’ora in cui il Lavoro è al risveglio
e la nettezza alza nell’aria un cupo uragano,
un cigno che, scappato dalla sua voliera,
raspando con i piedi palmati sul selciato,
trascinava piume bianche sulla scabra terra.
La bestia a becco aperto in un rivo seccato
bagnava nervosamente le ali nella polvere,
dicendo in cuor suo, colmo del bel lago natale:
“Acqua, quando cadrai? Quando tuonerai, folgore?”
Vedo quell’infelice, mito strano e fatale,
come l’uomo d’Ovidio, talvolta verso il cielo,
verso il cielo sarcastico, cielo di azzurro odio,
tendere l’avida testa sopra il contorto collo
come se rivolgesse dei rimproveri a Dio.

Parigi cambia! Ma nella mia malinconia
niente muta! Ponteggi, blocchi, nuovi edifici,
vecchi sobborghi, tutto diventa allegoria
e i miei cari ricordi più duri delle selci.


Così dinanzi al Louvre un’immagine m’opprime:
penso al mio grande cigno, e ai folli gesti suoi,
come ad un esiliato, ridicolo e sublime
e roso senza tregua da un desiderio! E a voi,
Andromaca, dal braccio di un grande marito
caduta, vile bestiame, al fiero Pirro in mano,
curvata in estasi sopra un sepolcro vuoto,
vedova d’Ettore, ahimè! E maritata a Eleno!
Sto pensando alla negra, dimagrita e tisica,
che pesticcia nel fango e, l’occhio teso, spia
le palme assenti dell’Africa magnifica
dietro ad un’ immensa muraglia di foschia;
a chiunque ha perduto quello che non ritorna
mai! Giammai! A coloro, che dissetano i pianti
e che il Dolore allatta come una lupa buona!
Agli orfanelli magri e, come fiori, stenti!
Così nella foresta ove la mente si esula
il corno a pieno soffio suona una vecchia Memoria!
E penso ai marinai scordati sopra un’isola,
ai prigionieri, ai vinti! … e ad altri, ad altri ancora!

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IL CIGNO, ANALISI DEL TESTO

La lirica è dedicata allo scrittore Victor Hugo. Come ne L’albatro, anche qui Baudelaire mostra il cigno, tradizionalmente figura del canto poetico, come un animale goffo, trasportato in un ambiente innaturale.

Passeggiando per le strade di Parigi, il cigno mostra il suo candore mentre le sue piume si impolverano e si sente prigioniero della città, di un luogo in cui il cigno-poeta si trova in una condizione di prigionia, si sente estraneo ed esiliato mentre osserva tristemente lo spettacolo di una Parigi sventrata dai cantieri che cancellano il passato e inneggiano alla modernità e ai nuovi valori (Parigi è una sineddoche per “mondo”).

Stretti fra ridicolo ed esilio, sia l’albatro che il cigno di Baudelaire possono unicamente vivere in esilio, impotenti di fronte allo scempio operato dalla modernità.

Inizia qui un esame sul senso della poesia e del messaggio che deve trasmettere. In Italia, tale sentimento culminerà, agli inizi del Novecento, con l’attività poetica di Palazzeschi, Gozzano e Montale.

Andromaca è moglie di Ettore, l'eroe troiano ucciso da Achille durante la guerra di Troia. Caduta la città, diventa prigioniera e consorte di Pirro, figlio di Achille. Andromaca è l'emblema della vedova inconsolabile e della madre in lutto. Sostanzialmente, si configura come allegoria dell'esilio.

Questi esseri sono uniti dalla perdita e ricordano l'esilio di Victor Hugo a cui il poema è dedicato. Il poeta sceglie le figure meno sublimi e riportaancora una volta alla luce il concetto di poeta alchimista. Si collega implicitamente con l'altro, e li mette su un piano di parità con animalizzazione di Andromaca ("bestiame vili") e umanizzazione del cigno ("con i suoi gesti folli").

Il ricordo del poeta viene arricchito con le descrizioni dei grandi viali di Parigi.

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