Il ciclo dei vinti: riassunto e sintesi

Di Redazione Studenti.

Il ciclo dei vinti: riassunto e sintesi delle opere di Giovanni Verga. I Malavoglia e Mastro don Gesualdo: trama, significato, temi, personaggi

Il ciclo dei vinti

Il ciclo dei vinti
Il ciclo dei vinti — Fonte: getty-images

I Malavoglia e Mastro don Gesualdo furono concepiti dallo scrittore come parte di un ciclo di romanzi da lui denominato “ciclo dei vinti”. Esso doveva comprendere altre 3 opere: La duchessa Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso.

L’idea di un ciclo di romanzi, uniti da un filo conduttore è sicuramente di derivazione francese. Già Honoré de Balzac, aveva concepito il progetto di un enorme affresco della società contemporanea attraverso un ciclo dei romanzi rappresentato dalla Commedia Umana. Ma il modello di Verga è il naturalista Zola, con il suo ciclo Rougon Maquart. In questo caso il comune denominatore era il gruppo familiare da cui il ciclo prende il nome. Verga non mostra interesse per l’aspetto dell’eredità biologica (la race) che era insieme all’ambiente e al momento storico l’oggetto degli studi di Hippolyte Taine.

Il comune denominatore delle storie che legano i romanzi del ciclo verghiano è invece la bramosia del meglio, il desiderio di migliorare la propria condizione, che spinge l’individuo a superare i confini sociali in cui è immerso originariamente e che costituisce la molla del progresso. Emerge così nell’idea del ciclo il tema del progresso tipico della cultura positivistica del tempo. La concezione verghiana del progresso è basata su un impronta negativa: il progresso è una marea (fiumana) che travolte l’individuo: la bramosia del meglio provoca la sconfitta anche dei vincitori di oggi che diventano i vinti di domani.

Il messaggio pessimistico di Verga risente anche del cosiddetto darwinismo sociale che partendo dalle teorie evoluzionistiche di Charles Darwin, insinua nell’idea ottimistica di progresso quella della “selezione naturale”, secondo cui l’evoluzione sociale, così come quella naturale si realizza attraverso il sacrificio degli individui più deboli.

I Malavoglia

Giovanni Verga
Giovanni Verga — Fonte: ansa

I Malavoglia è il primo grande romanzo della letteratura veristica italiana. Seguendo l’idea di fondo del “ciclo dei vinti”, Verga vuole osservare gli effetti della “bramosia del meglio” al suo primo stadio, quello dei bisogni elementari, della lotta per la sopravvivenza. Ciò che qui si verifica è propriamente la regressione del narratore, e dice di voler vedere nelle sfere più basse dove appunto sono facilmente vedibili i fenomeni della bramosia dell’ignoto.

Trattandosi di persone sociali di basso livello si vede come è più facile capire il contesto storico del luogo.  In questo contesto, se il fallimento del commercio dei lupini seguito dai naufragio della provvidenza è l’emblema della fatale immobilità a cui è legata la condizione degli umili, il vero “eroe” del romanzo è ‘Ntoni che rappresenta quell’incapacità di rassegnarsi a una vita di fatica e di stenti. A questa tensione si contrappone l’ideale dell’ostrica ovvero la necessità di stringersi intorno all’unità familiare.

La lingua de I Malavoglia

Come detto, la creazione del primo grande romanzo verghiano di stampo veristico si caratterizza soprattutto per la sua sperimentazione linguistica. Verga ricerca una forma narrativa in cui l’autore non sia visibile ne sul piano informativo ne su quello del giudizio. Per realizzare questa che Verga definisce eclisse dell’autore egli opera quel processo di regressione nel mondo rappresentato che si vede la prima volta nelle novelle di Vita dei campi.

Ne consegue l’impressione di un “narratore interno”. Questo effetto generale è frutto di vari espedienti come: espressioni che indicano la presenza del narratore nel mondo narrato, uso frequente della sentenziosità popolare introdotto da un falso indiretto che viene attribuito allo stesso narratore.

Di cosa parla I Malavoglia

Malavoglia è appunto il cognome di una famiglia di Acitrezza, un paesino della Sicilia Orientale, una zona antropologicamente nota a Verga il quale trascorreva qui le sue vacanze estive. La narrazione è quindi storia perché documentata in quanto il romanzo deve essere un documento umano quindi sempre improntato sul realismo.

Protagonisti: contesto familiare dove vediamo l’evoluzione di quattro generazioni: nonno, la Longa, i figli e i figli di Alessi. Il tempo è ampio, dal 1861 per 15 anni fino al 1876. Abbiamo questo segmento temporale perché il romanzo viene pubblicato nel 1881. Quindi Verga decide di non scrivere un qualcosa di contemporaneo ma passato. Perché decide di selezionare un periodo intenso per la storia della Sicilia? Perché è un periodo significativo successivo all’unità d’Italia, cosa che ha permesso a Verga di registrare pure in quei luoghi dimenticati come Acitrezza, come gli avvenimenti storici la macro storia abbiano caratterizzato la vita del comune.

Gli Acitrezzini quindi subiscono i cambiamenti della grande storia ai quali resteranno ai margini, non parteciperanno e non sanno cosa succede al di fuori del loro contesto.

Qui in Sicilia sono arrivate le conseguenze del progresso. Verga quindi vuole rappresentare l’urto violento che ha subito questo luogo soprattutto l’impatto con i cambiamenti politici. L’impatto del pre moderno con il moderno è una deflagrazione, ed è rovinoso per gli individui che non sopportano il peso del progresso. Verga si interroga sul progresso e su come le persone lo vivono. Qui viene messa in evidenza la posizione di Verga contro il dinamismo.

Verga rimane un gentiluomo del Sud, non è un democratico, assume una prospettiva pessimista perché lui è l’espressione dell’arretratezza del sud. In quella che era un’organizzazione semifeudale, lui ha un’estrazione sociale alta, è un galantuomo del sud, proprietario terriero.

Per dare la prova della permanenza del cambiamento Verga sceglie di rappresentare la generazione della famiglia, un gruppo che si riconosce nel capostipite. Il nonno che si esprime attraverso i proverbi, sintomo di saggezza che gli viene dato dalla sua attività di funzione di guida.

I Malavoglia: commento all'opera

La prefazione a I Malavoglia è di fatto la presentazione dell’intero Ciclo dei vinti in cui si evince l’idea che sostiene il tutto: la “bramosia del meglio”, che provoca la sconfitta dei protagonisti ai vari livelli sociali. Risalta qui la tipica concezione verista del romanzo come documento, studio sincero dei meccanismi che regolano la società.

Di notevole interesse è anche l’affermazione dell’autore, che di fronte alla marea del progresso potrà essere solo un osservatore non che testimone dell’inesorabile sconfitta dell’individuo. Emerge qui la distanza dalla poetica del Naturalismo francese. Nel fatalismo di Verga si evince già quel senso della marginalità del ruolo dello scrittore che verrà messo maggiormente in evidenza nella letteratura del '900.

Il narratore

Il commercio dei lupini è l’inizio della rovina economica dei Malavoglia: la decisione di guadagnare, tanto da rimettere a posto la famiglia e soddisfare le esigenze di tutti i suoi componenti. La vicenda sembra già dall’inizio segnata da una cupa ombra di sconfitta.

La domanda che ricorre nella stesura dell’opera è: “chi parla?”. Qui parla il narratore del posto: possiamo capirlo da espressioni come “Che la Mena entrava nei 17 anni”. Il narratore parla e prende il punto di vista,di volta in volta, di un componente della famiglia. Con la focalizzazione il narratore ci riporta le parole di un altro personaggio. La novità qui è il discorso indiretto libero. Discorso indiretto perché il narratore liberamente esprime ciò che pensano i personaggi. Non vi sono le formule tipiche che introducono il discorso. Il pensiero viene riportato liberamente. Il narratore va nel personaggio e spia i suoi pensiero (questa è una novità che arriva dalla Francia e dalla Russia). Nell’opera sono presenti vari cambiamenti di focalizzazione.

“I lupini sono avariati”: qui il narratore sorvola sul particolare, ma non c’è sdegno da parte sua, che è rimasto indifferente. Chi resta perplesso è padron ‘Ntoni. Il narratore prende il punto di vista di chi li deve vendere. La contrapposizione è tipica di tutti malavoglia, soprattutto chi è attaccato alla famiglia secondo l’ideologia della “religione della famiglia” che va in contrasto con la comunità di Acitrezza che è pronta a inseguire il progresso, adeguandosi alle nuove dinamiche economiche ovvero lo sviluppo.

I Malavoglia restano quindi attaccati alla tradizione, onesta, non adeguandosi ai tempi. In questa contrapposizione il narratore segue la focalizzazione doppia, una volta i Malavoglia e una volta il comune. Abbiamo qui un dualismo ideologico, di chi si adegua e chi no, che dal punto di vista letterario si manifesta con la focalizzazione doppia. Il narratore interno è detto anche polifonico e corale.

Il tempo è scandito in modo ciclico, dalle campane e dalle feste. Se prima è un tempo circolare, poi diviene lineare quando ci si allontana dal centro (ovvero quando ci spostiamo a Napoli, parliamo della guerra ecc..), ovvero quando ci sono riferimenti alla storia. 

Quando il tempo è ciclico viene equiparato ad un tempo mitologico: difatti anche nel mito si perdono le coordinate temporali, ed è circolare anche lo spazio.

L'audiolezione sui Malavoglia di Giovanni Verga

Ascolta la puntata del nostro podcast dedicata ai Malavoglia di Giovanni Verga

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Mastro don Gesualdo

Nel secondo romanzo del Ciclo dei vinti, Mastro Don Gesualdo, Verga sposta il suo punto di osservazione: la “bramosia del meglio” non viene più analizzata ai livelli elementari della lotta per la sopravvivenza.

Mastro don Gesualdo è riuscito, infatti, da semplice muratore, a compiere la sua scalata economica divenendo un ricco imprenditore. L’occasione gli è offerta dal matrimonio con la nipote della Baronessa, un matrimonio di interesse e di accomodamento.

Gesualdo rinuncia per questo matrimonio all’amore dell’umile Diodata: è la vittoria sui sentimenti degli interessi economici e sociali. La scelta, tuttavia, non sortirà l’effetto ricercato da Gesualdo: guardato con sospetto dalla nuova classe di cui è entrato a far parte egli rimarrà sempre più solo.

Mastro don Gesualdo è dunque anch’egli un vinto, ma non sul piano materiale bensì su quello psicologico e morale, rappresentante e vittima di un mondo che si presenta dominato dalla legge dell’interesse privato, della competizione economica e sociale, che non lascia posto neppure per i valori elementari.

Il narratore

A questa visione realistica, si accompagna una diversa soluzione linguistica: essa deriva dalla focalizzazione della narrazione su un solo personaggio principale. Sfumano il processo di regressione e, soprattutto, il narratore corale.

Qui l’”eclisse” è realizzata attraverso la forza drammatica del dialogo, che lascia parlare i personaggi e, principalmente attraverso il punto di osservazione del protagonista, per il quale Verga fa largo uso del discorso indiretto libero. In questa focalizzazione il romanzo, preannuncia la svolta verso il romanzo psicologico del '900.