Il Capitale di Marx: spiegazione e analisi

Il Capitale di Marx: spiegazione e analisi A cura di Giulia Guadagni.

Il Capitale di Marx, l'opera più importante di Karl Marx, è stata pubblicata per la prima volta nel 1867 ed è considerata il testo di riferimento del marxismo.

1Il Capitale di Marx: quando, come e perché

Karl Marx
Karl Marx — Fonte: getty-images

Nella Prefazione alla prima edizione del Capitale Marx scrive che il suo obiettivo è «svelare la legge economica della società moderna».

La vita umana, secondo Marx, è essenzialmente determinata dai rapporti sociali di produzione, cioè dal modo in cui funziona la riproduzione delle condizioni materiali dell’esistenza. In breve, dall’economia. E l’economia segue delle leggi, scoprendo le quali si possono prevedere le tendenze della storia.

Critica dell’economia politica vuol dire un’analisi che non tratta le categorie economiche (valore, prezzo, ricchezza, lavoro) come se fossero dati naturali, ma le considera come storicamente determinate. Anche se l’analisi scientifica usa necessariamente delle categorie astratte, deve sempre tener conto della loro realtà e determinazione storica concreta. La teoria è “critica” solo se si rivolge alla realtà storica e cerca di spiegare, cioè di comprendere, le leggi che la governano.

Karl Marx e Friedrich Engels, 1850
Karl Marx e Friedrich Engels, 1850 — Fonte: getty-images

La realtà economico-sociale in cui viveva Marx era dominata da quella che Hobsbawm ha chiamato la «più fondamentale trasformazione della vita umana in tutta la storia», cioè la rivoluzione industriale. Marx non descrive una società astratta, un modello, bensì analizza la società reale, la situazione storica del suo tempo.

Il Capitale è suddiviso in quattro libri, dei quali solo il primo è stato pubblicato da Marx, nel 1867. Gli altri sono usciti postumi a distanza di alcuni anni, a cura di Engels (il secondo e il terzo) e di Kautsky (il quarto). L’opera è frutto di molti anni di studi e della stesura di moltissime pagine di appunti, bozze e tentativi. È molto difficile riassumere in breve un’opera ampia come Il Capitale. Perciò ci soffermeremo solo su alcuni concetti e passaggi, isolando una serie di parole chiave: merce, valore, lavoro, denaro, capitale e profitto.

2Merce, valore d’uso, valore di scambio e lavoro

Il Capitale inizia con l’analisi della merce. Sono merci tutti gli oggetti che servono a fare qualcosa (una giacca per vestirsi, una lavatrice per lavare la giacca, un computer per scrivere questa breve introduzione al Capitale). Se considerata come oggetto utile, la merce ha un certo valore che Marx chiama valore d’uso. Il valore d’uso è la misura dell’utilità della merce.

Dal punto di vista dell’utilità concreta, cioè del valore d’uso, le merci sono tutte diverse l’una dall’altra. Un paio di scarpe non ha lo stesso valore d’uso di un pancake: l’uno si indossa, l’altro si mangia. Tutte le merci, però, indipendentemente dall’uso che ne facciamo, possono essere scambiate le une con le altre. Tutte le merci hanno quello che Marx chiama valore di scambio.

La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una “immane raccolta di merci” e la merce singola si presenta come la sua forma elementare.

Per poter essere scambiate, le merci devono avere qualcosa in comune tra loro, perché lo scambio prevede l’esistenza di un’equivalenza (1 paio di scarpe = 200 pancakes). Ma i pancakes e le scarpe sono diversi. Cosa li rende scambiabili? Da dove viene il valore di scambio? Marx osserva che ciò che tutte le merci condividono è l’essere prodotte dal lavoro umano. Il valore di scambio, quindi, è determinato dal lavoro e in particolare dal tempo di lavoro necessario alla produzione.

Marx chiama «feticismo delle merci» il carattere rovesciato del rapporto che instauriamo con le merci: crediamo che le merci contengano in sé il proprio valore e misconosciamo il fatto che il valore è prodotto dal lavoro, e quindi dallo sfruttamento.

3Denaro, capitale e plusvalore

Frontespizio del Capitale di Kark Marx
Frontespizio del Capitale di Kark Marx — Fonte: getty-images

L’essenza del capitalismo può essere riassunta così: produzione di denaro per mezzo del denaro. L’unico obiettivo del modo di produzione capitalistico è «il moto incessante del guadagnare».

Il denaro è una merce particolare che serve da «equivalente generale» di tutte le altre merci. Tutte le merci, infatti, vengono scambiate col denaro. Il denaro è una merce speciale perché ha solo valore di scambio e nessun valore d’uso.

3.1Come il denaro si trasforma in capitale?

Marx descrive la relazione tra denaro e merce nella società pre-capitalistica con la formula M-D-M (Merce-Denaro-Merce). Esempio: un produttore di pentole vende una padella (M) e il denaro ricavato (D) gli serve poi per comprare una coperta (M). In questo tipo di scambi ciò che conta è il valore d’uso delle merci.

Nel modo di produzione capitalistico, il denaro diventa capitale perché viene usato per ottenere altro denaro e non per ottenere delle merci. La formula che descrive questo processo è D-M-D (Denaro-Merce-Denaro). In questo caso, l’obiettivo del produttore di pentole non è guadagnare i soldi che gli servono per comperare una coperta, ma continuare a investire i suoi guadagni (D) nella produzione e nella vendita di pentole (M), per ottenere altro denaro (D).

Il modo corretto di scrive la formula è D-M-D’ (Denaro-Merce-Più denaro), perché il modo di produzione capitalistico consente di guadagnare più denaro (D’) di quello che si è investito. Il capitalismo è l’infinita ripetizione del processo D-M-D’. Marx chiama D’ «plusvalore» e il passaggio da D a D’ «valorizzazione del valore». Il suo problema successivo, allora, è capire come si forma il plusvalore, come si fa a guadagnare di più di quanto si investe. Da dove viene D’?

3.2Come si forma il plusvalore?

Il plusvalore è prodotto dalla forza-lavoro, che è a sua volta una merce, venduta sul mercato dalla classe operaia. La forza-lavoro è la fonte del plusvalore perché è l’unica merce che produce nuovo valore. E lo produce perché quando viene consumata (cioè impiegata nel processo produttivo) può produrre una quantità di lavoro (e quindi di valore) superiore a quello necessario per riprodurla (cioè a quello che è necessario agli operai per vivere).

Marx osserva che c’è sempre una certa quantità di tempo lavorativo che viene rubato agli operai, perché lavorano sempre qualche ora in più di quelle che sarebbero loro necessarie per guadagnare ciò che serve a vivere.

Conversazione tra Karl Marx e lavoratori in una pensione
Conversazione tra Karl Marx e lavoratori in una pensione — Fonte: getty-images

Marx distingue due forme di plusvalore, che corrispondono a due diverse fasi storiche del capitalismo. Il plusvalore assoluto è quello che il capitalista ottiene aumentando le ore di lavoro degli operai. Più la giornata lavorativa si allunga più aumenta il plusvalore a vantaggio del capitalista.

Si potrebbe pensare che, allora, riducendo l’orario di lavoro si risolverebbe il problema dello sfruttamento. Ma non è così. Anzi, Marx sostiene che le lotte per la riduzione dell’orario lavorativo vadano a vantaggio del capitale, perché lo costringono al progresso tecnologico.

Se gli operai lottano per lavorare meno ore, spingono il capitale a investire nelle tecnologie che permettono di produrre di più in meno tempo. Grazie all’aumento di produttività, il capitalista continuerà a rubare tempo agli operai, senza più bisogno di estendere la giornata lavorativa, ottenendo quello che Marx chiama plusvalore relativo. Lo sfruttamento, secondo Marx, non è un accidente del sistema capitalistico che possa essere aggirato con una riforma, ma dipende dalla sua essenza. Il capitalismo non può non fondarsi sullo sfruttamento della forza-lavoro.

4Contraddizioni e crisi del capitalismo

Monumento a Karl Marx e Friedrich Engels, Berlino
Monumento a Karl Marx e Friedrich Engels, Berlino — Fonte: getty-images

Nel Capitale, Marx scrive che il modo di produzione capitalistico produce inevitabilmente delle contraddizioni interne, che ne determineranno la fine. Introduciamo ancora alcuni elementi che permettono di capire la logica e le ragioni di queste contraddizioni.

Il capitale è composto da due fattori diversi: da una parte, i mezzi di produzione (le macchine) e i materiali, e dall’altra la forza-lavoro. Marx chiama i mezzi di produzione “capitale costante”, perché un macchinario immette sempre lo stesso valore nel processo produttivo. La forza-lavoro, invece, è “capitale variabile”, perché la manodopera permette la valorizzazione del valore, in modo diseguale a seconda delle condizioni.

Una parte del terzo libro del Capitale è dedicata al profitto, che è il plusvalore considerato dal punto di vista del capitalista.

Il profitto è prodotto dallo sfruttamento del capitale variabile, cioè della forza-lavoro. Il saggio di profitto (p) è dato dal rapporto tra il plusvalore (pv) e il capitale investito (c+v). La formula del saggio di profitto è p = pv/ c+v.

Marx rileva che il modo di produzione capitalistico tende ad aumentare sempre di più la produttività del lavoro. Per farlo, investe nella tecnologia e aumenta il capitale costante. Siccome solo il capitale variabile produce plusvalore, il saggio di profitto tende progressivamente a diminuire.

Oltre alla caduta tendenziale del saggio di profitto, il capitalismo è soggetto a cicliche crisi di sovrapproduzione, dovute al fatto che le industrie producono troppo rispetto alla domanda. Quando insorge una crisi gli impianti chiudono e aumenta la disoccupazione.

Queste e altre inevitabili crisi avrebbero dovuto portare, secondo Marx, insieme alla crescita dello sfruttamento, alla ribellione della classe operaia e al rovesciamento del sistema di produzione capitalistico.

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