I limoni di Eugenio Montale: testo, analisi e commento

Di Redazione Studenti.

Testo e commento alla poesia "I limoni" tratta dalla raccolta Ossi di seppia di Eugenio Montale. Analisi e commento a cura di Marco Nicastro

I LIMONI - POESIA DI EUGENIO MONTALE

I limoni è una poesie di Eugenio Montale dalla raccolta Ossi di seppia. Ecco il testo e il commento.

I LIMONI

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

COMMENTO A I LIMONI

Non posso non iniziare questo viaggio con una delle prime poesie scritte da Montale nonché una delle più note, I limoni. Mi stupisce sempre pensare che, fin dagli esordi della sua attività di poeta (composta tra il 1921 e il 1922, all’età di 25-26 anni), egli fosse in grado di scrivere con una tale sicurezza di stile, una maturità di scrittura cui normalmente si giunge solo dopo molti anni di pratica e di letture. Ma è proprio questo il segno distintivo di quel genio che gli altri comuni mortali, molti dei quali si affaticano nello stesso campo per ottenere ben più modesti risultati, possono soltanto ammirare in assorto silenzio.
La poesia è dedicata a una delle piante più tipiche dell'area mediterranea, una pianta semplice ma dai frutti vivacissimi. Montale gioca fin da subito sul contrasto tra ciò che abitualmente sarebbe degno di stare in una poesia, quella scritta dai «poeti laureati», e ciò che invece lo è per lui, come tiene a specificare con un pleonasmo molto incisivo («io, per me»).

Il distanziamento di Montale dalla tradizione

I limoni - Montale
I limoni - Montale — Fonte: istock

Montale si pone dinnanzi alla tradizione poetica senza timori, anzi con una certa sfrontatezza vuole prendere le distanze da una poesia precedente che sublimava eccessivamente il suo oggetto (la tradizione delle piante «dai nomi poco usati») per parlare di realtà più marginali ma forse più significative, più in grado di toccare il cuore dell'uomo moderno e magari di dar voce e simboleggiare qualcosa di più profondo. E d’altronde cos’è la poesia se non metafora? L'autore si muove nel solco della poetica di T. S. Eliot detta del “correlativo oggettivo”, per cui una realtà emotiva può essere meglio rappresentata da un punto di vista letterario in modo indiretto, attraverso la descrizione-presentazione di un oggetto concreto che funge da simbolo della stessa.
Da notare anche che il poeta ligure, se da un lato vuole prendere le distanze da certa tradizione lirica aulica ed enfatica, ad esempio quella di D'Annunzio, al contempo ad essa fa riferimento e non ne abbandona del tutto i presupposti, quali la tendenza a trasfigurare la realtà – in uno slancio, potremmo dire, verticale, cioè dal basso della quotidianità verso l’alto del sublime e dell'eccezionalità – o a usare uno stile molto elegante, proprio come faceva quella tradizione (i due esortativi «Ascoltami» e «Vedi», a inizio dei vv. 1 e 22, sono chiaramente un richiamo a La pioggia nel pineto di D'Annunzio: «Taci...», «Ascolta…» ecc.). C’è quindi un omaggio oltre che un distanziamento dalla tradizione.

Tornando all’espediente del correlativo oggettivo, gli oggetti/immagini scelti per rappresentare stati interiori e concetti astratti sono molto efficaci: le anguille che guizzano in «pozzanghere mezzo seccate», le «viuzze che seguono i ciglioni», il sussurro dei rami sullo sfondo di un cielo azzurro e di un'aria immota che hanno inghiottito i rumori abituali.
Credo che possa essere capitato a qualche lettore di essersi ritrovato in una situazione analoga andando in giro liberamente per la campagna, sbucando d'improvviso, dopo aver preso un sentiero secondario, in un angolo di natura più selvaggio e isolato. In momenti come questi, pare dirci Montale, si potrebbe comprendere qualcosa di più decisivo su noi stessi e il mondo, quando «le cose sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto». La mente allora esplora, avanza con calma, cerca di capire («indaga accorda disunisce»), come fa anche il poeta che dà a tutta la descrizione, nonostante la sua eleganza, un andare narrativo e più libero, anche metricamente, dalle forme chiuse di molta poesia lirica di quegli anni.

La metrica

A ricordarci tuttavia che siamo in poesia e non in prosa ci sono le rime, sparse qua e là in quel modo sobrio ma efficacissimo tipico di Montale, e la presenza comunque di una metrica, pur declinata soggettivamente. Ci sono ad esempio degli endecasillabi canonici, cioè con gli accenti principali che cadono sulle sillabe dei versi indicate dalla nostra tradizione letteraria (la quarta e la sesta sillaba), ma anche degli endecasillabi non canonici, e così accade per altre tipologie di verso; ma ci sono anche versi molti più lunghi di un endecasillabo, delle vere frasi, potremmo dire, più tipiche di una prosa (ad esempio il v. 20).
L'attenzione alla sonorità infine, alle assonanze e consonanze che sostengono il ritmo di alcuni versi (vedi il v. 14, con la ripetizione della vocale a che mima o forse prepara all'atto dell'inspirazione, visto che subito al verso successivo si parla di un intenso profumo che inquieta; stessa assonanza poi si ripete al v. 32, uno dei più belli, secondo me, dell’intera poesia). Sono questi alcuni esempi altamente significativi di come in poesia, almeno nei casi più felici, suono e significato lavorino assieme.
La possibilità di trovare una verità, di intravvedere qualcosa di diverso, di più alto in qualche angolo poco battuto della nostra esperienza sembra però svanire non appena la vita riconduce il poeta (e tutti noi) nella rumorosa realtà del quotidiano, dove l'azzurro del cielo si spezza e la noia impoverisce l'io.
Il vivere quotidiano, ci dice Montale, è soffocante, se non fosse appunto per queste saltuarie, possibili rivelazioni cui possiamo assistere grazie allo schiudersi di porte – fisiche ma anche interiori – attraverso le quali scorgiamo per un attimo, quasi di scorcio, quel colore bellissimo e simbolo della vita: il giallo dei limoni.

Conclusione

La poesia si conclude così in un liquefarsi dell'identità del poeta che osserva quel frutto in una sorta di climax cinestesico, in un’esperienza quasi mistica che spezza l’insufficienza della vita (un momento introdotto, temporalmente, da quel verso così pesante: «Quando un giorno da un malchiuso portone»). Allora il cuore «si sfa», la visione diventa percezione sonora («in petto ci
scrosciano le loro canzoni»), musica e visione si fondono poi in un'immagine finale di una potenza che ha pochi eguali, credo, nella poesia moderna: «le trombe d'oro della solarità». Un verso dal tono apocalittico (anche nell'apocalisse infatti gli angeli suonano le trombe che annunciano disastri per l'uomo); ma qui le trombe, non meno solenni, inneggiano alla vita più vera che la visione dei limoni è capace di accendere, abbacinati da quel giallo che è il colore del sole datore di vita (si noti in tal senso la rima divinità solarità alla fine delle ultime due strofe).
I limoni diventano quindi un simbolo metafisico, segno di una qualche presenza “divina” in un mondo quotidiano in cui l’uomo non riesce più a illudersi, a sognare, a trovare un significato più profondo. Una possibilità, pare dirci Montale in questa poesia, sempre possibile se le porte si schiudono, se sappiamo osservare.

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