I limoni di Eugenio Montale: analisi e significato

I limoni di Eugenio Montale: analisi e significato A cura di Antonello Ruberto.

Analisi e significato della poesia I limoni, componimento di Eugenio Montale che appartiene alla raccolta Ossi di seppia, raccolta pubblicata per la prima volta nel 1925.

1Limoni: un manifesto poetico

Eugenio Montale
Eugenio Montale — Fonte: getty-images

La formazione letteraria e poetica di Eugenio Montale, da autodidatta, avviene sui classici, con una particolare predilezione per Dante e Leopardi, mentre tra i contemporanei spiccano Pascoli D’Annunzio; nel periodo attorno alla prima guerra mondiale entra in contatto con altri letterati come Camillo Sbarbaro e Francesco Meriano, e ha occasione di conoscere lo statunitense Ezra Pound.   

Quando nel 1925 Montale pubblica la prima edizione di Ossi di seppia il suo stile poetico è, quindi, già ben definito e consolidato, e si distingue per la sua originalità e per il distacco dagli eccessi delle sperimentazioni delle avanguardie.   

Sul piano contenutistico, la volontà è quella di ritrovare nella poesia quegli elementi in grado di spezzare la visione profondamente ed essenzialmente pessimista della vita attraverso momenti di pace e di bellezza cui aggrapparsi per non ricadere nella disperazione; un concetto che rispecchia il significato simbolico degli Ossi di seppia che danno il titolo alla raccolta: oggetti leggeri, labili, dall’esistenza precaria come i momenti di felicità nella vita.   

In Limoni si ritrovano tutti quegli aspetti che definiscono la poetica di Montale anche su un piano stilistico e formale:

  • la sintassi nominale, che preferisce cioè appoggiarsi sull’uso di nomi e sostantivi piuttosto che sulle forme verbali;
  • l’utilizzo di forme colloquiali e di un linguaggio quotidiano;
  • forme auliche che sono principalmente calchi danteschi o dannunziani che si affiancano alle forme colloquiali;
  • emerge, soprattutto, l’uso innovativo della metrica che si appoggia sull’uso di versi dissonanti, delle parole sdrucciole, dei salti ritmici e delle rime ipermetre.

1.1Contro i poeti laureati

Lo stile di Ossi di seppia è stato a volte definito vicino al crepuscolarismo sia per la preferenza accordata al linguaggio colloquiale, che per il concentrarsi su oggetti umili (come i limoni, appunto) e situazioni quotidiane, tutti aspetti che esprimono una profonda critica alla poetica dannunziana, e che si esplicita fin dai primi versi di Limoni.

Già l’incipit della poesia, infatti, con il suo Ascoltami (v. 1) richiama in forma parodistica e riduce a tono colloquiale l’Ascolta! del v. 1 de La pioggia nel pineto del Vate abruzzese, introducendo così una critica che si concretizza prevalentemente nell’uso del linguaggio basso, nella ricerca di immagini comuni e quotidiane, tutt’altro che auliche.

Ma la critica al dannunzianesimo non va intesa come un rifiuto in senso stretto di quel tipo di stile poetico, ma piuttosto come un suo superamento: numerosi sono infatti le formule e i calchi che Montale riprende dalla poetica di D’Annunzio.

Il distacco avviene, piuttosto, sul piano del significato finale: se nella poetica dannunziana l’immersione nella natura era qualcosa che apriva le porte a un’esperienza fisica e spirituale capace di elevare il poeta fino alla divinizzazione, per Montale invece si tratta di brevi momenti di pausa, d’illusorii spiragli di solarità nella normalità asfissiante che fa amara l’anima (v. 42).

2I limoni: analisi e metrica della poesia di Montale

Dal punto di vista della struttura il componimento non presenta una qualche regolarità riconoscibile: nelle quattro strofe che la compongono i versi sono liberi, ma dominano i settenari e gli endecasillabi, e nemmeno per quanto riguarda la metrica è possibile riconoscere una qualche struttura ricorrente, le rime sono irregolari anche se frequenti, mentre sono molto presenti le assonanze

2.1I limoni: analisi della prima strofa

La prima strofa si apre con una critica alla poetica dannunziana che si distende sui primi tre versi e richiama il tono de La pioggia nel pineto mutandone tuttavia il senso. Se l’Ascoltami iniziale ripropone l’incipit dannunziano in maniera informale, anche il successivo riferimento ai poeti laureati (v. 1) e alle piante dai nomi poco usati (vv. 2-3) richiama al medesimo componimento del poeta abruzzese preparando il rovesciamento di senso dei versi successivi. 

  • Dal v. 4 c’è invece l’idea poetica di Montale, che dice di preferire le strade (v. 4) che portano alle pozzanghere (v. 5) quasi secche in cui nuota qualche anguilla (v. 7), e alle viuzze (v. 8) che, infilandosi tra i canneti, conducono agli orti (v. 10) dove ci sono gli alberi di limoni (v. 10), albero cui il resto del componimento affida una valenza simbolica centrale. Il quadro dipinto da Montale si fa quindi improvvisamente basso, quasi squallido nel raffigurare la scena che si svolge tra gli erbosi fossi (vv. 4-5) dei ragazzi che agguantano (v. 6) anguille in pozzanghere fangose.
  • Tra i due scenari, quello aulico dei primi tre versi e quello infimo dei successivi, non c’è però una cesura netta o un contrasto irrisolvibile, questi vengono anzi messi in comunicazione attraverso l’alternanza delle forme lessicali: un esempio è l’enjambement dei vv. 4-5, erbosi fossi, che produce una rima interna con i bossi ligustri del v. 3, due versi messi in relazione proprio per il diverso tono di bossi e fossi, il primo aulico e il secondo popolare, un espediente che si ritrova spesso sia nel resto della strofa che della poesia.

2.2Analisi della seconda strofa

Il piano narrativo conclusosi al verso finale della prima strofa, che aveva condotto il lettore fino agli orti, tra gli alberi dei limoni (v. 10), prosegue alla strofa successiva, contrassegnata da una sorta di sospensione temporale e sensibile.  

In quello spazio dominato dalla presenza degli alberi di limoni comincia la descrizione di una situazione di rilassatezza e di calma, in cui le gazzarre degli uccelli (v. 11), cioè il loro cinguettio, scompare nel cielo e lascia ascoltare il sussurro dei rami (vv. 13-14), cioè il fruscìo delle foglie mosse dal vento, mentre l’aria si riempie dell’odore (v. 15) dei limoni.  

Non si tratta però di un vero e proprio idillio, giacché lo spirito non si abbandona a una vera e propria pace, ma viene pervaso da una dolcezza inquieta (v. 17), come una calma venata d’ansia. Si tratta dell’unica ombra che si stende sulla strofa, che negli ultimi quattro versi ritorna a una descrizione di serenità, un momento in cui la guerra delle passioni (v. 19) per un momento tace, e dove anche chi è povero può trovare la sua parte di ricchezza (v. 20), cioè l’odore dei limoni (v. 21).   

Dal punto di vista linguistico il tono è mediamente più alto rispetto alla strofa precedente, con calchi dannunziani e perfino l’uso del latinismo divertite (v. 18), che è qui da intendere come un derivato dal verbo latino divertĕre che significa ‘separarsi, essere diversi’, ma allo stesso tempo non mancano le parole di origine bassa.

2.3Analisi della terza strofa

La terza strofa comincia, come la prima, con l’autore che si rivolge direttamente al suo interlocutore, una soluzione rintracciabile non solo nell’incipit del v. 1, Ascoltami, ma anche al v. 20 della strofa precedente, con l’utilizzo di quel noi che segna la compartecipazione del poeta al discorso; il v. 22 si apre quindi con un Vedi che suona come un’apostrofe che riprende il discorso iniziato alla prima strofa e sospeso nella pausa descrittiva della seconda

Il panorama della seconda strofa, quella fase di sospensione e silenzio, sembra aprire uno squarcio capace di colmare i vuoti conoscitivi dell’essere umano aiutandolo a risolvere l’enigma del reale mettendolo finalmente nel mezzo di una verità (v. 29); emerge così una concezione profondamente negativa della realtà, in cui questa mancanza di conoscenza, di verità, viene percepita come uno sbaglio di Natura (v. 26) che in quei momenti di pace potrebbe essere sciolto, scoperto.  

L’ottimistica tensione che si distende dal v. 22 al v. 29 è però destinata a spegnersi, e la speranza a rimanere delusa. 

Dal v. 30 il tono cambia concentrandosi sulla ricerca affannosa e inutile di appigli: lo sguardo fruga (v. 30), la mente indaga (v. 31) in quel momento di pace in cui l’aria si riempie dell’odore dei limoni (il profumo che dilaga, v. 32) e della luce del tramonto (quando il giorno più languisce, v. 33), una descrizione che sembra quindi presagire il fallimento della ricerca, un presagio che si fa più forte negli ultimi tre versi in cui sembra che ogni ombra umana (v. 35) si confonde al punto da sembrare una qualche disturbata Divinità (v. 36).  

2.4I limoni: analisi della quarta strofa

Una foto di Eugenio Montale
Una foto di Eugenio Montale — Fonte: getty-images

L’ultima strofa segna il fallimento della ricerca e il ritorno alla squallida ordinarietà: già dal v. 37 il narratore avverte che l’illusione manca, la parentesi aperta dall’ambientazione naturalistica e dagli orti con gli alberi di limoni (v. 10) si chiude e ritorna il tempo (v. 37) delle città rumorose (v. 38) con il cielo soffocato dai tetti dei palazzi; la fine della situazione di dolcezza (v. 17) viene sottolineata dalla ripresa dell’immagine della pioggia, che usata al v. 17 descriveva la sensazione positiva di dolcezza inquieta, mentre al v. 40 ritorna a un’immagine di pesante cupezza nella descrizione della pioggia che stanca la terra (v. 40). 

I vv. 40-42 si concentrano nel dipingere immagini livide in grado di rendere in maniera quasi plastica il tedio dell’inverno (v. 41) che invade l’abitudinarietà casalinga, al v. 42 al paronomasia costruita con le parole avara / amara chiude il discorso con una figura che si oppone con forza a quella delle due strofe precedenti, che invece si erano caratterizzate dalla presenza della luce sia con l’azzurro del v. 12 che nell’immagine del tramonto resa al v. 33. 

Il concetto della solarità (v. 49), cioè della gioia, domina la parte conclusiva della strofa, i vv. 43-49. In questa parte ritornano gli elementi delle prime strofe, dagli spazi aperti, indicati dalla corte del v. 43, ai limoni del v. 45, con la loro capacità di sciogliere il gelo del cuore (v. 46) facendo risuonare le trombe d’oro della solarità (v. 49). 

Vanno notati in questi ultimi versi sia le corrispondenze cromatiche tra il giallo dei limoni, il colore dorato delle trombe e, naturalmente, il sole, che il ritorno della pioggia in accezione positiva: l’immagine delle canzoni che cadono in petto (v. 47) si ricollega a quella del v. 17, e l’uso del verbo ‘scrosciare’, con la sua evidente valenza onomatopeica, ne rafforza il valore. 

Tuttavia quest’ultima parte non apre ad alcuna prospettiva ottimistica poiché il suo stesso inizio, il Quando un giorno del v. 43, segnala l’assoluta casualità e la brevità di questi episodi che, gioiosi e positivi e benefici, sono destinati soltanto ad illudere l’essere umano di poter raggiungere la verità sull’esistenza sbrogliando finalmente quel filo (v. 28), trovando quell’anello che non tiene (v. 27) che impedisce di arrivarci. 

3I limoni: parafrasi del componimento

Ascoltami, i poeti incoronati d’alloro
danno importanza soltanto a quelle piante
dai nomi altisonanti: come i bossi ligustri o gli acanti.
Io, dal canto mio, preferisco le strade che portano ai fossi
ricoperti d’erba dove ci sono pozzanghere
quasi asciutte in cui i ragazzi possono acchiappare
qualche piccola anguilla:
le strade strette che costeggiano i fossi,
scendono tra i canneti
e portano negli orti, in mezzo agli alberi di limoni.

Mi piace quando il frastuono degli uccelli
sparisce nell’azzurro del cielo;
in modo più chiaro si può ascoltare il fruscìo
dei rami nell’aria quasi immobile,
e solletica i sensi questo odore
che non riesce a staccarsi dalla terra
e fa crescere nel cuore un sentimento di dolce irrequietezza.
In questi posti come per un miracolo
si azzittisce la guerra dei sentimenti,
qui anche a noi poveri spetta la nostra parte di ricchezza
che è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi luoghi di silenzio in cui tutto
si rilassa e ci sembra di essere vicini
al comprendere la loro più intima essenza,
talvolta ci aspettiamo
di scoprire uno sbaglio della Natura,
il punto debole del mondo, l’anello debole,
quel filo che sbrogliato ci porti finalmente
davanti a una verità.
I nostri occhi cercano nello spazio attorno,
la nostra mente indaga mette insieme e separa le cose più diverse
mentre respira quel profumo che invade l’aria
quando il giorno è ormai alla fine.
È quel genere di silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si muove
una qualche Divinità evanescente.

Ma questa illusione finisce e il tempo ci riporta
nelle città rumorose dove il cielo si può vedere
soltanto a pezzi, in alto, tra i tetti dei palazzi.
E poi la pioggia stanca la terra; e si riempiono
le case con la noia dell’inverno,
la luce diminuisce – l’anima si intristisce.
Ma poi un giorno da un portone mal chiuso
tra gli alberi di un cortile
vedremo il giallo dei limoni;
e il gelo del cuore si scioglierà,
e il petto si riempirà
delle loro canzoni
squillanti come le trombe dorate della solarità.