Ho sparso di becchime il davanzale: testo e commento alla poesia di Montale

Di Redazione Studenti.

Testo e commento alla poesia di Montale "Ho sparso di becchime il davanzale" presente all'interno della raccolta Quaderno di quattro anni (1977). A cura di Marco Nicastro.

HO SPARSO DI BECCHIME IL DAVANZALE: TESTO

Si tratta di un componimento in cui Montale dà di sé un'immagine di anziano simile a quella invalsa nella nostra società.

Ho sparso di becchime il davanzale
per il concerto di domani all’alba.
Ho spento il lume e ho atteso il sonno.
E sulla passerella già comincia
la sfilata dei morti grandi e piccoli
che ho conosciuto in vita. Arduo distinguere
tra chi vorrei o non vorrei che fosse
ritornato tra noi. Là dove stanno
sembrano inalterabili per un di più
di sublimata corruzione. Abbiamo
fatto del nostro meglio per peggiorare il mondo.

HO SPARSO DI BECCHIME IL DAVANZALE: COMMENTO

Da un lato si premura di lasciare del cibo sul davanzale per i piccioni, come nelle immagini più trite dei vecchi soli sulle panchine dei parchi; dall’altro indulge col pensiero nel ricordo delle persone che non ci sono più, attendendo un sonno che tarda ad arrivare.
Verrebbe da dire drammaticamente che, come i bambini su consiglio degli adulti contano le pecore per addormentarsi, ai vecchi non resta che contare i loro morti.

"Ho sparso di becchime il davanzale | per il concerto di domani all’alba".
"Ho sparso di becchime il davanzale | per il concerto di domani all’alba". — Fonte: istock

Montale sembra attendere il sonno come un prigioniero la sua ora. Ma si potrebbe forse trovare anche un’altra suggestione in questa descrizione, un’analogia con la celebre frase del pittore Francisco Goya «il sonno della ragione genera mostri». Si può trovare un’eco di ciò nel «lume» che il poeta spegne per fare spazio al sonno, all’oscurità, scelta che, come nella frase di Goya, lascia emergere i mostri, che per Montale sono i propri morti (la luce è tradizionalmente il simbolo della razionalità: si pensi all’espressione “il lume della ragione”).
Nonostante il senso di solitudine che trasuda da queste immagini, non c’è nulla nella poesia che lasci trasparire un cedimento emotivo, il sorgere impetuoso di un sentimento; e anche quando il poeta si confronta con il ricordo delle persone perdute non si lascia travolgere dalla nostalgia o dai rimpianti, ma si descrive in un’attività raziocinante («Arduo distinguere tra chi…»). I morti stessi appaiono al poeta troppo lontani.

STILE

Il carattere lapidario delle affermazioni ha un corrispettivo nel ritmo delle frasi, molto concitato, quasi telegrafico. La punteggiatura è ridotta all’essenziale e consiste in sei punti fermi. Non ci sono altri segni d’interpunzione, cosa che dà appunto al discorso la configurazione di una serie di messaggi senza possibilità di replica. Sono affermazioni che si susseguono decise, vere e proprie sentenze; si pensi solo all’ultima – impreziosita dall’accostamento ossimorico («meglio»/«peggiorare») che ne aggrava ulteriormente il peso – che è quasi il disperato testamento spirituale di un uomo ormai in là con gli anni: la constatazione di non aver fatto nulla, di essere un nulla, come chi non c’è più.
Nonostante la sua drammaticità, la poesia ha una grande compostezza formale:

  • si tratta per la maggior parte di endecasillabi canonici
  • c’è un novenario (il v. 3)
  • un verso più irregolare di dodici sillabe (v. 9, che si potrebbe anche ridurre alla somma di un settenario e un quinario)
  • l’ultimo verso di quattordici sillabe (in realtà un doppio settenario).

C’è anche qui dunque, nonostante il tenore narrativo e discorsivo rafforzato dall’assenza di rime e altri effetti sonori, la ricerca costante di una regolarità di tipo metrico-formale, utile a contenere i tremendi vissuti emotivi sottostanti alle affermazioni dell’autore.

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