Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale: testo e commento alla poesia di Montale

Di Redazione Studenti.

Testo e commento ad una delle poesie più intense di Eugenio Montale, presente all'interno di Xenia II e dedicata a Drusilla Tanzi, la moglie ormai defunta.

Componimento n° 5 di Xenia II: testo

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale è una delle poesie più famose di Eugenio Montale. Dedicata alla moglie Drusilla Tanzi morta nel 1963, il componimento si trova in Xenia II, ed è identificato col n. 5.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Commento

Questa è una delle poesie più note di Montale, e certamente una delle più umanamente intense. Dico “umanamente” anche perché il significato e il linguaggio sono qui assolutamente accessibili e lineari, lontani dalla complessità stilistica e dalla densità semantica e simbolica che hanno segnato molti dei componimenti più importanti delle precedenti raccolte. Il componimento si trova in Xenia II, ed è identificato col n. 5.
Nonostante la poesia sia scritta in prima persona e il poeta non faccia nulla per nascondere il suo io lirico, si staglia come una montagna al centro del testo Drusilla Tanzi, con la sua forte miopia e le sue lenti spesse attraverso le quali viene qui rievocata.
Montale si descrive nell'atto di scendere con lei «milioni di scale»; questa donna, che pur è sempre “scala a Dio” così come avveniva con le precedenti compagne, lo è però in un modo diverso, cioè conducendolo verso il basso, aiutandolo a prendere più contatto con una realtà, anche interiore, meno sublime e meno altisonante di quella di solito raffigurata nelle poesie di Montale, e tuttavia più umanamente ed emotivamente significativa.
Sembra, questa, essere una scala che scende verso l'umiltà cui dovrebbe tendere in fondo la vita umana e, attraverso questa via – che non è fatta di esaltazione ed ebbrezza sensuale, come nel caso degli amori precedenti con Clizia e Volpe – il poeta raggiunge (o vorrebbe raggiungere) una parte diversa di sé, forse più vera, che non vive di illusioni: «né più mi occorrono […] gli scorni di chi crede / che la realtà sia quella che si vede».

Drusilla Tanzi con il marito Eugenio Montale
Drusilla Tanzi con il marito Eugenio Montale — Fonte: getty-images

Nella prima strofa c'è un chiaro richiamo alla poesia di Ossi di seppia «Forse un mattino...». C'è infatti l'immagine del «vuoto», del non-senso, che caratterizza in fondo la realtà di ognuno e da cui ci si difende attraverso le illusioni di ogni giorno (in quella poesia era «il vuoto dietro di me», in questa «il vuoto ad ogni gradino»). Ma in comune c'è anche l'immagine della realtà come illusione: in Forse un mattino la realtà è definita «l'inganno consueto» e viene vista come uno «schermo»; in questa poesia ci sono gli «scorni» della realtà quotidiana, che molti si ostinano a scambiare per quella vera. “Scorno” è un termine che indica il senso di vergogna per essere stati umiliati, sconfitti, per non essere riusciti in qualcosa; è quindi un termine coerente con un Montale che prova a scendere dal suo piedistallo intellettuale ed esistenziale, grazie a “mosca”, quasi umiliandosi appunto.
La sconfitta e la conseguente umiliazione sono, pare dirci Montale, la conseguenza inevitabile di chi si illude che le mete reali che tutti ci poniamo siano quelle durature, le uniche a poter dare garanzia di stabilità e soddisfazione intima. Inoltre, anche in questa poesia, come in quella degli Ossi, torna la centralità della visione: lì era Montale ad accorgersi della vera natura della realtà, mentre qui Montale si affida a una donna che fisicamente ci vede meno di lui, anche se nel profondo ha imparato che non è così, che le pupille veramente offuscate sono invece le sue.
Il poeta si affida quindi completamente alla sua donna per scendere nella realtà, per trovare la saggezza attraverso un bagno di umiltà, affidandosi a una persona forse più debole e sfortunata di lui (Drusilla era affetta anche da una grave malattia ossea, che la porterà poi alla morte), ma che egli sente nonostante tutto più forte, più acuta di lui.

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