Hans-Georg Gadamer: pedagogia, antropologia e libri

Hans-Georg Gadamer: pedagogia, antropologia e libri A cura di Chiara Colangelo.

Vita, pedagogia e antropologia di Hans-Georg Gadamer, filosofo tedesco tra i maggiori esponenti dell'ermeneutica filosofica e autore di Verità e metodo

1Vita e opere di Gadamer

Hans-Georg Gadamer, 1965
Hans-Georg Gadamer, 1965 — Fonte: getty-images

Hans-Georg Gadamer è stato una figura di primo piano della filosofia contemporanea. Nasce nel nord della Germania, a Marburgo, nel 1900 e si interessa, sin da giovane, agli studi umanisti. Si iscrive alla facoltà di filosofia, prima a Breslavia e, poi, nella sua città natale; dopo aver conseguito la laurea ottiene, nel 1929, la libera docenza con Martin Heidegger, che ispirerà il suo pensiero per tutta la vita. 

Ricopre incarichi accademici in molte città tedesche, insegnando a Lipsia, Francoforte e Heidelberg. Negli anni ’60 è uno dei maggiori filosofi della Repubblica federale tedesca e tiene corsi e conferenze in lungo e in largo per l’Europa, sino ad approdare negli Stati Uniti. 

Forte diventa il suo legame con la città di Napoli, dove tiene corsi presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Descrivendo il suo primo viaggio nella città, scrisse: “in uno dei quartieri popolari dove arrivai bighellonando vidi la seguente scena: da una stanza all’ultimo piano di un palazzo, si aprì una finestra e una vecchia signora calò una lunga fune con un cesto dal quale alcuni bambini che giocavano presero dei pupazzi ritagliati…con una gioia che mi commosse fino alle lacrime. Imparai che la povertà non esclude la gioia”. 

Muore all’età di 102 anni, nel 2002, nella città di Heidelberg

Gadamer è riconosciuto all’unanimità come il principale esponente dell’ermeneutica filosofica, di cui ci occuperemo a breve. Il suo pensiero è condensato nel capolavoro Verità e metodo. Lineamenti di un’ermeneutica filosofica pubblicato nel 1960, a cui seguirono numerosi saggi raccolti nei dieci volumi delle Opere complete, pubblicati tra il 1985 e il 1997. 

2Cos'è l'ermeneutica filosofica

2.1Oltre il metodo scientifico

Hans-Georg Gadamer alla solenne riapertura dell'Università di Lipsia il 5 febbraio 1946
Hans-Georg Gadamer alla solenne riapertura dell'Università di Lipsia il 5 febbraio 1946 — Fonte: getty-images

Abbiamo già accennato al fatto che Gadamer rappresenti l’esponente principale dell’ermeneutica filosofica. Ma cosa si intende precisamente? 

Il significato della parola si è arricchito nel corso dei secoli:
- nell’antichità stava ad intendere l’interpretazione di un testo, di una legge ecc., il cui significato era oscuro, difficile o, comunque, non immediatamente accessibile. Una tecnica, dunque, che si afferma soprattutto nell’ambito del cristianesimo, in cui risultava necessario rendere accessibile il messaggio “nascosto” contenuto nei testi sacri.
- Solo con l’età moderna, però, l’ermeneutica allarga la sua visuale, uscendo dalla dimensione essenzialmente “dotta” e configurandosi come un’attività applicabile ad ogni tipo di testo il cui significato non fosse chiaro per vari motivi (temporali, linguistici, ecc). 

Riprendendo le teorie di Heidegger, Gadamer allarga l’area semantica del termine e assegna all’ermeneutica (ovvero all’interpretazione):
- Un carattere di “universalità”: tutti gli uomini, durante la loro esistenza, non possono far a meno di interpretare (o comprendere) il mondo circostante.
- Nell’interpretazione-comprensione si genera un’esperienza di verità molto lontana da quella profetizzata dalla scienza. 

È bene spiegare più approfonditamente quest’ultimo punto: secondo Gadamer esiste una verità lontana dallo spettro conoscitivo e dalle regole delle scienze sperimentali. Da questo assunto prende corpo il titolo della sua opera fondamentale Verità e metodo, secondo cui è bene investigare su cosa si basi questa nuova verità (ermeneutica) e in che modo si discosti dal metodo (scientifico). Le esperienze di verità a cui si appella il filosofo sono quelle raggiunte attraverso l’arte, la filosofia e la storia. 

2.2L'esperienza estetica e il circolo ermeneutico

Per dimostrare come le esperienze di verità non possano limitarsi al campo della scienza, Gadamer analizza in primo luogo ciò che accade durante un’esperienza estetica. Si chiede, cioè, se un’opera d’arte, una sinfonia, un’opera letteraria possano costituire una qualche forma di conoscenza o si riducano a mero artificio o innocuo e disinteressato orpello estetico. 

L’esperienza estetica, scrive il filosofo, è un qualcosa che “modifica radicalmente chi la fa”, che ci coinvolge e comporta un’accresciuta visione di noi stessi e del mondo circostante. Assume, dunque, le caratteristiche di una vera e propria comprensione della realtà.

Gadamer si scaglia vistosamente contro una visione passiva e puramente contemplativa dell’arte, tipica della concezione estetica moderna. A suo parere, infatti era stato compiuto un processo di “differenziazione estetica”, ovvero l’opera d’arte era stata separata dal contesto all’interno del quale era stata concepita, “da ogni funzione religiosa o profana in cui essa era stata posta e in cui aveva il suo significato”. 

L’esempio tangibile di tale processo era rappresentato dal museo, in cui le opere, affiancate le une alle altre, erano offerte solo per godere di un astratto momento di evasione dalla realtà concreta (e dalla conoscenza di questa). 

Ma in che modo avviene questa comprensione? Perché Gadamer scrive che “l’estetica deve risolversi nell’ermeneutica”? 

Il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer in un'intervista nella sua casa di Heidelberg, il 6 febbraio del 2002
Il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer in un'intervista nella sua casa di Heidelberg, il 6 febbraio del 2002 — Fonte: ansa

La verità dell’opera non è appropriazione di un oggetto, a noi esterno, e formulazione di una legge certa e “fruttuosa” (come nel caso della scienza). Al contrario, quell’esperienza di verità va ricercata nel rapporto tra il nostro presente e il passato dell’opera: si chiede, cioè, al fruitore di interpretare e ricostruire il suo significato originario.  

Quello che accade è definito da Gadamer un “circolo ermeneutico”, secondo cui l’interprete può realmente comprendere un’opera (o un testo, o una sinfonia) solo sulla base di “pre-giudizi” o “pre-comprensioni” iniziali. Possiamo, cioè, comprendere solo ed esclusivamente basandoci su qualcosa che è già stato preliminarmente compreso. Tali pregiudizi, però, aggiunge Gadamer, nell’incontro con l’“alterità del testo” dovranno essere messi alla prova, verranno modificati, arricchendo di un sempre nuovo punto di vista l’opera stessa.  

In questa presa di posizione del filosofo, si scorge un ribaltamento della concezione scientifica che affidava al pregiudizio un valore esclusivamente negativo. Al contrario, sostiene il filosofo:
pregiudizio significa solo un giudizio che viene pronunciato prima di un esame completo e definitivo di tutti gli elementi obiettivamente rilevanti…“pregiudizio” non significa affatto giudizio falso”.
Eliminare i pregiudizi aspirando ad un approccio neutrale e imparziale risulta, dunque, impossibile, in quanto equivarrebbe alla negazione di ciò che siamo concretamente e storicamente (ovvero dei nostri valori e credenze in un dato contesto storico-culturale). 

2.3Storia degli effetti e fusione di orizzonti

Chiarita la funzione del “circolo ermeneutico”, dobbiamo, ora, snocciolare due ulteriori interrogativi a cui il filosofo prova a rispondere. 

  1. In che modo e sulla base di cosa si sedimentano in noi i “pre-giudizi” che permettono questo incontro-scontro tra passato (dell’autore e dell’opera stessa) e presente (dell’interprete)?
  2. Il circolo ermeneutico ha un termine o è un processo infinito?

In merito alla prima domanda, Gadamer nota come il nostro approccio ad un’opera (artistica o letteraria) sia sempre dominato da una profonda ed ineludibile tensione tra familiarità ed estraneità. Quest’ultima deriva dalla distanza temporale tra il fruitore e l’opera stessa; tale solco, al tempo stesso, viene colmato dalla tradizione. Semplificando il punto di vista del filosofo, possiamo asserire che i nostri “pre-giudizi” derivano da quell’insieme di commenti e interpretazioni che si sono succeduti precedendemente alla nostra comprensione dell’opera. Il nostro interpretare risulta dunque orientato e condizionato da quella che Gadamer definisce la “storia degli effetti” (ovvero l’insieme delle interpretazioni già date). 

L’esperienza ermeneutica da noi compiuta, conclude il filosofo rispondendo al secondo interrogativo, non può dunque prescindere dal nostro presente. Non potrà mai dirsi “neutrale” ma, anzi, svilupperà un dialogo interessante tra il nostro presente e il passato dell’opera. Si compierà quella “fusione di orizzonticon cui porremo il nostro presente al servizio dell’interpretazione del passato. Da ciò scaturisce un’importante conseguenza: il sapere ermeneutico è sempre parziale e costitutivamente infinito. Il presente, attraverso sempre nuove e diverse domande, ci condurrà a orizzonti di senso mai scrutati che arricchiscono l’opera rendendola immortale

3Essere, linguaggio e interpretazione

Nell’opera Verità e metodo, Gadamer compie un’ultima riflessione in merito al linguaggio, sostenendo che ogni esperienza concreta con le cose avviene attraverso la mediazione della parola. Tutti i nostri contatti col mondo si consumano all’interno di una prospettiva linguistica (noi conosciamo e facciamo esperienza sempre servendoci di un orizzonte linguistico che ereditiamo) a tal punto che il filosofo sostiene che “l’essere, che può venir compreso, è linguaggio”. 

Semplificando il complesso punto di vista, possiamo asserire che per Gadamer il linguaggio si identifica (in quando inscindibile) con ciò che esiste (l’essere) e che, quindi, l’interpretazione assume un ruolo fondamentale. L’essere, la verità si “svela” a noi occhi attraverso un inesauribile processo ermeneutico (ovvero nella comprensione e nel linguaggio).