Guido Gozzano: biografia, testo e analisi del componimento "La Signorina Felicita ovvero la felicità"

Guido Gozzano: biografia, testo e analisi del componimento "La Signorina Felicita ovvero la felicità" A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Vita di Guido Gozzano e analisi del poema Signorina Felicita. Testo, spiegazione, analisi e parafrasi del componimento più famoso del poeta del Crepuscolarismo.

1Chi è Guido Gozzano? Introduzione

La casa di Guido Gozzano, Agile (Piemonte)
La casa di Guido Gozzano, Agile (Piemonte) — Fonte: getty-images

Un amore impossibile a suo modo, tra due persone assai diverse: un avvocato-poeta, alter ego dell’autore, e una ragazza non bella, non colta, che mai e poi mai potrebbe interessare un uomo sofisticato (un letterato) come il protagonista.   

Eppure proprio da questa diversità scocca la freccia di Cupido e colpisce i due protagonisti: la distanza è infatti il tema della poesia

Distanza tra i loro due mondi; distanza del tempo del Romanticismo da quello attuale; distanza tra il passato glorioso della Villa Amarena e il presente degradato; distanza geografica che alla fine si esprime nel viaggio oltreoceano del protagonista.   

Ma la distanza è anche nei confronti della poesia e dall’ideale che accompagna i poeti sempre in cerca di successo, gloria, onore

E intanto invece la vita semplice e tranquilla mostra la sua raggiante bellezza e le donne semplici, anti-letterarie, non certo novelle Giuliette, hanno più calore e identità di poetesse, filosofe e via dicendo.   

È indubbiamente una delle poesie più belle e famose di Gozzano, concepita come una lunga novella che unisce il racconto con il suo lessico prosaico allo stile curatissimo e levigato del lirismo, creando così un effetto di dolce ironia e di presa in giro del costume poetico.   

Molte delle scene descritte faranno tornare in mente episodi vissuti grazie alla loro vivida descrizione.   

Il poemetto fu pubblicato sulla rivista «Nuova Antologia!» il 16 marzo del 1909 con il sottotitolo Idillio.   

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi rideva una blandizie femminina. Tu civettavi con sottili schermi, tu volevi piacermi, Signorina: e più d’ogni conquista cittadina mi lusingò quel tuo voler piacermi!

2Signorina Felicita ovvero la felicità

2.1Metro

Sestine di endecasillabi variamente rimati (schemi ricorrenti: ABBAAB e ABABBA). 

2.2Testo

10 luglio: Santa Felicita.     

I.     

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico     

scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.     

Signorina Felicita, è il tuo giorno!     

A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,     

all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.     

Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,
Vill’Amarena a sommo dell’ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata
, e l'orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta
, alla difesa...    

Vill’Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco
fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.     

Bell’edificio triste inabitato!     

Grate panciute, logore, contorte!
Silenzio! Fuga delle stanze morte!     

Odore d’ombra! Odore di passato!
Odore d’abbandono desolato!
Fiabe defunte delle sovrapporte!     

Ercole furibondo ed il Centauro,
la gesta dell’eroe navigatore,
Fetonte e il Po, lo sventurato amore
d’Arianna, Minosse, il Minotauro,
Dafne rincorsa, trasmutata in lauro
tra le braccia del Nume ghermitore...
    

Penso l’arredo - che malinconia! -
penso l’arredo squallido e severo,
antico e nuovo: la pirografia
sui divani corinzi dell’Impero,
la cartolina della Bella Otero
alle specchiere... Che malinconia!     

Antica suppellettile forbita!
Armadi immensi pieni di lenzuola
che tu rammendi pazïente... Avita     

semplicità che l’anima consola,
semplicità dove tu vivi sola
con tuo padre la tua semplice vita
!     

II.     

Quel tuo buon padre - in fama d’usuraio -     

quasi bifolco, m’accoglieva senza
inquietarsi della mia frequenza,
mi parlava dell’uve e del massaio,
mi confidava certo antico guaio
notarile
, con somma deferenza.     

«Senta, avvocato...» E mi traeva inqueto
nel salone, talvolta, con un atto
che leggeva lentissimo, in segreto.
Io l’ascoltavo docile, distratto     

da quell’odor d’inchiostro putrefatto,
da quel disegno strano del tappeto,     

da quel salone buio e troppo vasto...
«... la Marchesa fuggì... Le spese cieche...»
da quel parato a ghirlandette, a greche...
«dell’ottocento e dieci, ma il catasto...»
da quel tic-tac dell’orologio guasto...
«...l’ipotecario è morto, e l’ipoteche...»     

Capiva poi che non capivo niente
e sbigottiva
: «Ma l’ipotecario
è morto, è morto!!...» - «E se l’ipotecario
è morto, allora...» Fortunatamente
tu comparivi tutta sorridente:
«Ecco il nostro malato immaginario!»     

III.     

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,     

ti fanno un tipo di beltà fiamminga...    

E rivedo la tua bocca vermiglia     

così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia
...    

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi     

rideva una blandizie femminina.     

Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi
, Signorina:
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!     

Ogni giorno salivo alla tua volta
pel soleggiato ripido sentiero.
Il farmacista non pensò davvero
un’amicizia così bene accolta,
quando ti presentò la prima volta     

l’ignoto villeggiante forestiero.     

Talora - già la mensa era imbandita -     

mi trattenevi a cena. Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta e la partita...     

Per la partita, verso ventun’ore
giungeva tutto l’inclito collegio
politico locale
: il molto Regio
Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
ma - poiché trasognato giocatore -
quei signori m’avevano in dispregio...     

M’era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo, Signorina:     

godevo quel silenzio e quegli odori     

tanto tanto per me consolatori,
di basilico d’aglio di cedrina...     

Maddalena con sordo brontolio
disponeva gli arredi ben detersi,
rigovernava lentamente ed io,     

già smarrito nei sogni più diversi,
accordavo le sillabe dei versi
     

sul ritmo eguale dell’acciottolio.     

Sotto l’immensa cappa del camino
(in me rivive l’anima d’un cuoco
forse...) godevo il sibilo del fuoco;
la canzone d’un grillo canterino     

mi diceva parole, a poco a poco,
e vedevo Pinocchio
, e il mio destino...     

Vedevo questa vita che m’avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell’altra stanza.     

IV.     

Bellezza riposata dei solai
dove il rifiuto secolare dorme!     

In quella tomba, tra le vane forme
di ciò ch’è stato e non sarà più mai
,
bianca bella così che sussultai,
la Dama apparve nella tela enorme:     

«È quella che lasciò, per infortuni,
la casa al nonno di mio nonno... E noi
la confinammo nel solaio, poi
che porta pena... L’han veduta alcuni
lasciare il quadro; in certi noviluni
s’ode il suo passo lungo i corridoi
...»     

Il nostro passo diffondeva l’eco
tra quei rottami del passato vano,
e la Marchesa dal profilo greco,
altocinta, l’un piede ignudo in mano,
si riposava all’ombra d’uno speco
arcade, sotto un bel cielo pagano.     

Intorno a quella che rideva illusa
nel ricco peplo, e che morì di fame
,
v’era una stirpe logora e confusa:
topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame
reietto, così caro alla mia Musa!     

Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato delle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este.     

«Avvocato, perchè su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliegie
?»     

Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:     

Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso
!     

Allora, quasi a voce che richiama,     

esplorai la pianura autunnale
dall’abbaino secentista, ovale,
a telaietti fitti, ove la trama
del vetro deformava il panorama
come un antico smalto innaturale.     

Non vero (e bello) come in uno smalto
a zone quadre, apparve il Canavese:
Ivrea turrita, i colli di Montalto,
la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
e il mio sogno di pace si protese
da quel rifugio luminoso ed alto.     

Ecco - pensavo - questa è l’Amarena,
ma laggiù, oltre i colli dilettosi,
c’è il Mondo: quella cosa tutta piena
di lotte e di commerci turbinosi,
la cosa tutta piena di quei «cosi
con due gambe» che fanno tanta pena
...    

L’Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere
vane
, divisi e suddivisi a schiere
opposte, intesi all’odio e alle percosse:
così come ci son formiche rosse,
così come ci son formiche nere...     

Schierati al sole o all’ombra della Croce,
tutti travolge il turbine dell’oro;
o Musa - oimè - che può giovare loro
il ritmo della mia piccola voce?     

Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell’oro, dell’alloro
...     

L’alloro... Oh! Bimbo semplice che fui,
dal cuore in mano e dalla fronte alta!
Oggi l’alloro è premio di colui     

che tra clangor di buccine s’esalta,
che sale cerretano alla ribalta
per far di sé favoleggiar altrui...     

«Avvocato, non parla: che cos’ha?»     

«Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città...     

Sarebbe dolce restar qui, con Lei!...»     

«Qui, nel solaio?...» - «Per l’eternità!»
«Per sempre? accetterebbe?...» - «Accetterei!»     

Tacqui. Scorgevo un atropo soletto
e prigioniero. Stavasi in riposo
alla parete: il segno spaventoso
chiuso tra l’ali ripiegate a tetto.
Come lo vellicai sul corsaletto
si librò con un ronzo lamentoso.     

«Che ronzo triste!» - «È la Marchesa in pianto...
La Dannata sarà, che porta pena...»
Nulla s’udiva che la sfinge in pena
e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:
O mio carino tu mi piaci tanto,
siccome piace al mar una sirena...     

Un richiamo s’alzò, querulo e rôco:
«È Maddalena inqueta che si tardi:
scendiamo: è l’ora della cena!» - «Guardi,
guardi il tramonto, là... Com’è di fuoco!...
Restiamo ancora un poco
!» - «Andiamo, è tardi!»
«Signorina, restiamo ancora un poco!...»     

Le fronti al vetro, chini sulla piana,
seguimmo i neri pipistrelli, a frotte;
giunse col vento un ritmo di campana,
disparve il sole fra le nubi rotte;
a poco a poco s’annunciò la notte
sulla serenità canavesana...    

«Una stella!...» - «Tre stelle!...» - «Quattro stelle!...»
«Cinque stelle!» - «Non sembra di sognare?...»
Ma ti levasti su quasi ribelle
alla perplessità crepuscolare:     

«Scendiamo! È tardi: possono pensare
che noi si faccia cose poco belle
...»     

V.     

Ozi beati a mezzo la giornata,
nel parco dei Marchesi, ove la traccia
restava appena dell’età passata!
Le Stagioni camuse e senza braccia,     

fra mucchi di letame e di vinaccia,
dominavano i porri e l’insalata
.     

L’insalata, i legumi produttivi
deridevano il busso delle aiole;
volavano le pieridi nel sole
e le cetonie e i bombi fuggitivi...     

Io ti parlavo, piano, e tu cucivi
innebriata dalle mie parole
.     

«Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!
Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,
terminare la vita che m’avanzi
tra questo verde e questo lino bianco!
Se Lei sapesse come sono stanco
delle donne rifatte sui romanzi!     

Vennero donne con proteso il cuore:
ognuna dileguò, senza vestigio.
Lei sola, forse, il freddo sognatore
educherebbe al tenero prodigio:
mai non comparve sul mio cielo grigio
quell’aurora che dicono: l’Amore...»     

Tu mi fissavi... Nei begli occhi fissi
leggevo uno sgomento indefinito;
le mani ti cercai, sopra il cucito,
e te le strinsi lungamente, e dissi:     

«Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito
?»     

«Perchè mi fa tali discorsi vani?
Sposare, Lei, me brutta e poveretta
!...»     

E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani     

per celia, come fa la scolaretta.     

Ma, nel chinarmi su di te, m’accorsi
che sussultavi come chi singhiozza
veramente, né sa più ricomporsi:
mi parve udire la tua voce mozza     

da gli ultimi singulti nella strozza:
«Non mi ten...ga mai più... tali dis... corsi!»     

«Piange?» E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello
...     

Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.     

Donna: mistero senza fine bello!     

VI.     

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina;
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!     

Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!     

Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte
...     

Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,     

sì, mi vergogno d’essere un poeta!     

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi... E non mediti Nietzsche...
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda...     

Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.     

Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista...     

Ed io non voglio più essere io!     

VII.     

Il farmacista nella farmacia
m’elogïava un farmaco sagace:
«Vedrà che dorme le sue notti in pace:
un sonnifero d’oro, in fede mia!»     

Narrava, intanto, certa gelosia
con non so che loquacità mordace
.     

«Ma c’è il notaio pazzo di quell’oca!
Ah! quel notaio, creda: un capo ameno!     

La Signorina è brutta, senza seno,
volgaruccia, Lei sa, come una cuoca
...     

E la dote... la dote è poca, poca:
diecimila, chi sa, forse nemmeno...»     

«Ma dunque?» - «C’è il notaio furibondo
con Lei, con me che volli presentarla
a Lei; non mi saluta, non mi parla...»     

«È geloso?» - «Geloso! Un finimondo!...»
«Pettegolezzi!...» - «Ma non Le nascondo
che temo, temo qualche brutta ciarla
...»     

«Non tema! Parto.» - «Parte? E va lontana?»
«Molto lontano... Vede, cade a mezzo
ogni motivo di pettegolezzo...»
«Davvero parte? Quando?» - «In settimana...»
Ed uscii dall’odor d’ipecacuana
nel plenilunio settembrino, al rezzo.     

Andai vagando nel silenzio amico,
triste perduto come un mendicante.
Mezzanotte scoccò, lenta, rombante
su quel dolce paese che non dico.
La Luna sopra il campanile antico
pareva «un punto sopra un gigante».     

In molti mesti e pochi sogni lieti,
solo pellegrinai col mio rimpianto
fra le siepi, le vigne, i castagneti
quasi d’argento fatti nell’incanto;     

e al cancello sostai del camposanto
come s’usa nei libri dei poeti
.   

Voi che posate già sull’altra riva,
immuni dalla gioia, dallo strazio,
parlate, o morti, al pellegrino sazio
!     

Giova guarire? Giova che si viva?
O meglio giova l’Ospite furtiva
che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?     

A lungo meditai, senza ritrarre
la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno     

s’udiva il grido delle strigi alterno...     

La Luna, prigioniera fra le sbarre,
imitava con sue luci bizzarre
gli amanti che si baciano in eterno.     

Bacio lunare, fra le nubi chiare
come di moda settant’anni fa
!     

Ecco la Morte e la Felicità!
L’una m’incalza quando l’altra appare;
quella m’esilia in terra d’oltremare,
questa promette il bene che sarà...    

VIII.     

Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa
.     

La morte dell’estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii
già trapunti di bei colchici lilla.     

Forse vedendo il bel fiore malvagio
che i fiori uccide e semina le brume,
le rondini addestravano le piume
al primo volo, timido, randagio;
e a me randagio parve buon presagio
accompagnarmi loro nel costume.     

«Vïaggio con le rondini stamane...»
«Dove andrà?» - «Dove andrò! Non so... Vïaggio,
vïaggio per fuggire altro vïaggio...
Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane,
perdute nell’Atlantico selvaggio...     

Signorina, s’io torni d’oltremare,
non sarà d’altri già? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro
amore nostro salirà l’altare?
»     

E vidi la tua bocca sillabare
a poco a poco le sillabe: giuro.     

Giurasti e disegnasti una ghirlanda
sul muro, di viole e di saette
,     

coi nomi e con la data memoranda     

trenta settembre novecentosette...
Io non sorrisi. L’animo godette
quel romantico gesto d’educanda
.     

Le rondini garrivano assordanti,
garrivano garrivano parole
d’addio, guizzando ratte come spole,
incitando le piccole migranti...
Tu seguivi gli stormi lontananti
ad uno ad uno per le vie del sole...    

«Un altro stormo s’alza!...» - «Ecco s’avvia!»
«Sono partite...» - «E non le salutò!...»
«Lei devo salutare, quelle no:
quelle terranno la mia stessa via:
in un palmeto della Barberia
tra pochi giorni le ritroverò...»     

Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d’altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine...    

M’apparisti così, come in un cantico
del Prati, lacrimante l’abbandono
per l’isole perdute nell’Atlantico;
ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico...     

Quello che fingo d’essere e non sono!     

3Signorina Felicita: analisi del testo della poesia di Gozzano

Come è frequente nei Colloqui, questo poemetto è una vera e propria novella in versi ed è per questo che Gozzano lascia prevalere la tendenza narrativa e descrittiva, come dimostrano gli ambienti descritti minuziosamente e i personaggi che si avvicendano in questo splendido e mobile affresco della vita di provincia.

Si nota un uso corposo del presente storico, dell’imperfetto e del passato remoto a rimarcare l’idea di una lontananza nel tempo che offre occasione per il ricordo del protagonista a giorni felici insieme alla sua amata Signorina.

La prosa è tuttavia adattata a una sintassi poetica, elegante, snella creando un’ironia di fondo che ben si adatta alla situazione. L’ironia è anche un modo per godere del distacco, della malinconia, giocando a fare il sentimentale. Come quando ci sforziamo di sdrammatizzare o di non prendere troppo sul serio cose importanti della nostra vita.

Il poeta italiano Guido Gozzano (1883-1916) insieme a sua madre. Villa Il Meleto ad Aglie
Il poeta italiano Guido Gozzano (1883-1916) insieme a sua madre. Villa Il Meleto ad Aglie — Fonte: getty-images

Il lirismo di questa poesia si concentra allora sui momenti cruciali tra i due protagonisti – la proposta di matrimonio e l’addio – ma l’unione di un lessico alto e basso rende sempre tutto lievemente ironico e dolce. Dolce è una parola chiave per tutto il poemetto: dolce è la malinconia del ricordo, dolce è il pensiero di lei, dolce è la vita semplice della Signorina.

Gozzano è un poeta crepuscolare e quindi ama questa atmosfera di soffusa malinconia che pervade tutto, anche il pensiero della morte e della felicità. E così i suoi personaggi si muovono nell’incanto di qualcosa che è già perduto e si muovono come fantasmi leggeri che si creano e si disfano nel tempo (la Signorina, le rondini, la dama, l’avvocato).

Infatti:

«In Gozzano agisce la malinconia delle cose perdute e la dolcezza dei fantasmi del sogno. In Gozzano non resiste l’intensità viva delle personae se non calcolata sopra le voci del tempo e della lontananza. L’onirico incantesimo del tempo è appunto, nella poesia di Gozzano, l’anima vera delle sue personae come lo spirito vero dei suoi luoghi, e il trionfo del tempo è poi il solo trionfo che la sua poesia sia in grado di celebrare» (Giorgia Marangon, Guido Gozzano: Dal Decadentismo al cammino moderno della Poesia Italiana, Revista de Filología Románica, 2012, 29, 97).

Il poemetto è attraversato da molte citazioni di poeti illustri, perché il nostro protagonista si dà arie da poeta consumato, ma tali citazioni servono sempre il medesimo scopo di prendere le distanze dal mondo dei poeti stessi, che sono rinunciatari alla vita, che si consumano in chimere, in sogni di gloria, in passioni distruttive senza valutare attentamente la semplicità della vita di provincia.

Sono presenti citazioni di Prati, ma anche di Carducci, Dante e Petrarca che sono bersaglio dell’ironia di Gozzano e lo aiutano, anzi, a creare sospetto verso chi si professa poeta. Dal punto di vista stilistico, come abbiamo già sottolineato, il poemetto unisce il linguaggio umile e quotidiano a quello aulico delle citazioni letterarie, ma anche della rima e del metro, curatissimi.

Da una parte Gozzano abbassa il tono aulico usando parole prosaiche (vecchia decrepita) o termini tecnici e non poetici (ipecacuana) ma anche innalzando il lessico prosaico (gli occhi come azzurro di stoviglia). Nella sua bravura stilistica Gozzano si mostra capace di riprendere gli stilemi di D’Annunzio e al tempo stesso di oltrepassarli con convinzione proprio rifiutando (o fingendo di rifiutare) il ruolo di poeta che il vate italiano voleva attribuito a sé.

È il D’Annunzio del Poema paradisiaco a influenzare più di tutti la produzione dei poeti crepuscolari; Gozzano non fa eccezione; ma alla piacevolezza malinconica, Gozzano aggiunge appunto l’ironia e quella sua capacità di estremizzare l’idea di una poesia-prosaica fino alle estreme conseguenze

L’amore per la Signorina Felicita è in fondo l’amore per una poesia che tenta di aderire ad una realtà umile, una poesia che si faccia ascolto sensibile della realtà del mondo, in cui il poeta si faccia uomo tra gli uomini, senza darsi vanto del suo dono di saper mettere insieme sillabe e metri, ma anzi al contrario quasi vergognandosene.

Questo suo dono gli permette di trovare l’incanto della bellezza anche in ciò che bello non è. Allora si noti questa trasformazione: la Signorina Felicita è abbozzata in questo modo in una lettera ad Amalia Guglielminetti:

«Servente indigena prosaicissima, [...] immaginate un corpo diciottenne, ma che in città sdegnerebbe una vecchia ottuagenaria, immaginate un volto quadrato, scialbo, roseo, lentigginoso, senza pupille, senza ciglia, senza sopracciglia, e un viscidume di capelli gialli, tirati, tirati lisci aderenti e stretti alla nuca in un fascio di trecciuole minute e su tutto il volto diffusi i segni dell’idiozia ereditaria» (Porcelli, Gozzano originalità e plagi, p. 122).

La descrizione coincide con quella del testo, ma nel testo lo slancio lirico, seppur pervaso dall’ironia, rendono questa ragazzotta degna di far parte della poesia, come una Laura petrarchesca.

Forse è terminato – e sarà magari un bene – il tempo delle donne straordinarie che animavano le poesie dei poeti per far posto a persone che rasentano l’insignificante. Si percepisce allora chiaro un senso di disillusione e di disincanto: 

«Al di qua dell’azione, e come tagliati fuori dai moti e dai conflitti reali della storia, i crepuscolari vivono la loro delusione esistenziale e storica di piccoli borghesi in negativo, in una condizione limbale di indecisione e di accidia, tra adesione e negazione della quotidianità». (Savoca, Pascoli, Gozzano e i Crepuscolari, p. 91) 

Da una parte c’è la volontà di prendere al volo l’occasione poetica del quotidiano, dall’altra resta intatto il desiderio struggente di una gloria, di un entusiasmo fatto di acclamazioni e di amori evinti dalla letteratura.

Però in questo testo è forse la vita che trova l’ultima parola, richiamando l’attenzione su di sé come un «mistero senza fine bello».