La Grecia dopo l’età classica: storia dell'egemonia di Sparta, Tebe e della Macedonia

La Grecia dopo l’età classica: storia dell'egemonia di Sparta, Tebe e della Macedonia A cura di Federico Goddi.

Caratteristiche della Grecia superata l'età classica: storia dell'egemonia spartana e tebana, cronologia, guerre e protagonisti

1Sparta: il dispotismo nella Grecia del IV secolo a.C.

Filippo II di Macedonia
Filippo II di Macedonia — Fonte: istock

Con la fine della seconda guerra persiana, che aveva contrapposto all’impero le poleis greche, Sparta rifiutò il ruolo panellenico, optando per una ripartizione del potere in sfere d’influenza: nasceva allora un bipolarismo, che prevedeva il dominio sui mari di Atene e l’egemonia continentale degli spartani. Con la spedizione di Tracia (424) e la guerra deceleica, gli spartani allargarono i propri orizzonti, in forte discontinuità con la tradizione di rifiuto dell’interventismo. 

Dal canto suo, Atene seppe riflettere sugli errori commessi nel V secolo, mettendo da parte la politica imperialista di cui la Lega delio-attica era stata espressione e proponendosi come paladina delle autonomie, aspetto quest’ultimo che Sparta difendeva solo a parole

Il duopolio sarebbe stato superato – solo in una breve parentesi - dal tentativo di una terza forza che rincorse l’ultimo sogno di politica panellenica: Tebe, polis beotica, che si ritagliò un ruolo da protagonista anche grazie alle capacità strategiche di due grandi generali, Epaminonda e Pelopida

Il mondo greco del IV secolo non era più, dunque, una galassia bipolare, bensì uno scenario policentrico dominato da una conflittualità costante che costrinse a cercare strumenti di stabilità di diversa natura: a carattere giuridico, la koinè eirene (pace comune), o meramente propagandistici, l’ideologia antibarbarica. Il fallimento di questi tentativi, descritto nelle opere dello storico Senofonte, si evidenziò nella sostanziale inadeguatezza del mondo greco nel contrasto dell’azione dirompente di Filippo II di Macedonia.  

C’erano infatti troppe contraddizioni all’orizzonte, prima fra tutte la questione dell’autonomia, che veniva utilizzata strumentalmente da Sparta, per arginare l’espansionismo delle altre realtà peloponnesiache, favorendo di fatto il mantenimento dello status quo. Anche Sparta scontava una dipendenza, di natura finanziaria, dai persiani, e ciò la costrinse a schierarsi nella guerra di successione al trono di re Dario II.  

Nel 401 Ciro il Giovane, viceré dell’Asia Minore, fedele amico di Sparta, decise di contendere al fratello Artaserse II la corona di Persia, che era stata assunta legittimamente dal maggiore tra i due. Ciro arruolò più di 10.000 mercenari greci, fra i quali c’erano numerosi spartani, ma subì una sconfitta, morendo nella battaglia di Cunassa. Gli spartani al suo seguito si ritirarono a fatica dal cuore del regno nemico. 

Sulla sinistra Artaserse I (Re di Persia dal 464 al 425 a.C.), e a destra suo figlio Dario II
Sulla sinistra Artaserse I (Re di Persia dal 464 al 425 a.C.), e a destra suo figlio Dario II — Fonte: getty-images

La scelta di Sparta ebbe come prima conseguenza la guerra economica di Artaserse, cui Sparta reagì nel 400 con le armi, muovendo guerra ai satrapi persiani d’Asia Minore. In quel caso, Sparta si autorappresentò come paladina delle libertà delle città greche asservite ai persiani.

Persuasiva fu soprattutto la campagna di re Agesilao, che piegò il satrapo persiano Tissaferne presso Sardi; ma grazie alle ingenti somme versate, i persiani indussero alla ribellione beoti, corinzi e argivi, costringendo Agesilao ad aprire un nuovo fronte.   

Sparta abbandonava la guerra in Asia per sedare la rivolta in Beozia (394) ma, inevitabilmente, perdeva in efficacia altrove: nello stesso anno fu sconfitta dai persiani - comandati dall’ammiraglio ateniese Conone - sul mare presso Cnido. L’usura del tempo cancellava le tessere di un mosaico che aveva visto protagonisti gli alleati di Sparta sul finire del V secolo: Corinto, Tebe e Persia.

Agesilao II, re di Sparta
Agesilao II, re di Sparta — Fonte: getty-images

Tuttavia, la situazione d’instabilità non giovava a nessuna delle parti in causa, perciò nel 392 si profilò l’idea di una pace comune fra i greci (la ricordata koinè eirene), nella quale tutti i firmatari avrebbero sottoscritto una piena sovranità. Nonostante i tempi non fossero maturi per un tale accordo, l’ipotesi di risoluzione della controversia era una novità gradita soprattutto agli spartani che anticiparono i termini siglando una pace con i persiani nel tentativo di chiudere il fronte di guerra ad est.  

Nel frattempo Atene riprendeva il controllo sul mare grazie all’azione della seconda lega navale attica. Fra la settantina di alleati che la componevano spiccavano Chio, Lesbo, Rodi, Bisanzio, Corcira, seguite da una polis molto ambiziosa, Tebe. La lega esprimeva un consiglio federale e una cassa, rimpinguata da contributi occasionali, superando quindi lo scoglio del classico tributo fisso annuale. Fu così che Atene riarmò la flotta e riprese il controllo dell’Egeo, ma in quel consiglio federale, molto presto, sarebbe riecheggiata la voce della giovane potenza tebana. 

2Il riscatto di Tebe

Sparta credette allora di aver raggiunto una solida posizione di dominio, ma all’ombra del protettore persiano non faceva che creare malcontento tra i greci, come denunciò Autocle, ambasciatore ateniese della fazione democratica filotebana, che nell’estate del 371 dichiarava: ‹‹Voi non fate che ripetere che le città devono essere autonome, ma siete voi l’ostacolo maggiore all’autonomia›› (Senofonte, Elleniche, VI). L’inimicizia si trasformò ben presto in una nuova ribellione: l’iniziativa fu presa da Tebe che aveva combattuto lealmente al fianco di Sparta durante la guerra del Peloponneso, ricevendo in cambio un trattamento non certo equo.  

Nel 379, a Tebe, un gruppo di fuoriusciti di tendenza democratica si impadronì del potere con un colpo di mano, avviando una politica d’espansione antispartana sotto la guida dei generali Epaminonda e Pelopida.  

Santuario di Athena Pronaia a Delfi (Grecia)
Santuario di Athena Pronaia a Delfi (Grecia) — Fonte: getty-images

Lo scontro era inevitabile, ed avvenne a Leuttra in Beozia, nel 371. In quel teatro bellico, l’esercito tebano si presentò schierato con la falange obliqua: una nuova disposizione tattica con cui veniva rafforzata l’ala sinistra dello schieramento privilegiata alla destra, che veniva solitamente maggiormente curata. Con una manovra avvolgente, l’esercito tebano accerchiò gli opliti spartani e li annientò

L’impressone fu enorme in tutta la Grecia: gli spartani, imbattuti da secoli, erano stati surclassati da un esercito considerato, fino a quel momento, di secondo piano. Il dominio di Sparta andò in frantumi in un breve lasso di tempo. I messeni, che erano stati assoggettati agli spartani dall’epoca arcaica, furono aiutati dai tebani, e dopo aspre contese, riuscirono a guadagnare l’agognata indipendenza. Sparta perdeva un terzo del territorio nonché una componente fondamentale per la propria economia: gli iloti della Messenia rappresentavano una forza lavoro servile fondamentale per il sistema produttivo e per l’organizzazione sociale spartana. 

Il nuovo pericolo portò Atene a stringere un’alleanza con gli spartani: le due eterne nemiche si coalizzavano per cercare di fermare l’ascesa dei tebani che però riportarono una nuova vittoria a Mantinea (362), al prezzo della perdita del condottiero Epaminonda, che moriva a distanza di due anni da Pelopida. Priva dei due condottieri Tebe seppe resistere per nove anni: i suoi successi non avevano infatti basi economiche concrete o un progetto politico solido al punto da poter divenire un centro d’irradiazione per le altre poleis. 

3Filippo II di Macedonia: politica, guerre e conquiste

Ancora una volta le città greche si era dissanguate con una guerra fratricida e sostanzialmente inconcludente. Il momento di svolta non poteva che giungere da un intervento esterno: sulla scena comparve allora il regno di Macedonia, rimasto ai margini della grecità per lungo tempo. I macedoni occupavano una regione a nord-est della penisola ellenica ed era governati da una dinastia originaria di Argo. Non certo un dettaglio di poco conto, visto che grazie a tale origine i re macedoni erano ammessi alle gare olimpiche.  

Nell’intelaiatura dello stato c’erano due evidenti punti deboli: la mancanza di una linea di successione precisa e la presenza di una nobiltà composta da uomini che si ritenevano hetàiroi, cioè compagni del re e non sudditi. La Macedonia storica era un paese prevalentemente montuoso che viveva di un’economia di sussistenza basata su agricoltura e pastorizia e sull’esportazione del legname. 

Una corsa ai giochi olimpici nell'antica Grecia
Una corsa ai giochi olimpici nell'antica Grecia — Fonte: getty-images

Durante la guerra del Peloponneso, i macedoni avevano trovato un’intesa con Sparta, quasi come naturale conseguenza dell’ostacolo rappresentato dalla città Amfipoli, un possedimento ateniese che privava i macedoni dello sbocco sul mare. 

La svolta avvenne con Filippo II (359-336) che seppe sfruttare al meglio l’acquisizione delle miniere d’oro della Tracia. Il re intensificò la creazione di centri urbani e cambiò radicalmente la struttura dell’esercito introducendo l’arruolamento obbligatorio

L’ascesa della potenza macedone coincise con un momento di estrema debolezza per Atene e Sparta. L’occasione per l’intervento fu offerta dal conflitto fra alcune città della Grecia settentrionale, che sfociò nel saccheggio del santuario di Delfi. Filippo II assunse il ruolo di protettore del santuario mettendosi a capo dell’anfizionia delfica, una delle più antiche istituzioni panelleniche. Da questa inedita posizione poteva interferire negli affari delle poleis greche. 

Ad Atene, la reazione a questa politica fu duplice: la prima impersonata dall’oratore Demostene che proponeva per Atene un ruolo di guida della resistenza all’orda dei “barbari” macedoni; l’altra rappresentata da Isocrate, oratore ateniese di vastissima cultura, che teorizzava un’alleanza di tutte le poleis greche intorno al sovrano macedone per lottare contro i persiani, nemico storico dei greci. Prevalse la prima linea, ed attorno alla polis attica ed a Tebe si riunì una coalizione che avrebbe sfidato i macedoni nella battaglia di Cheronea (338), dove la falange macedone sbaragliò gli avversari

Assassinio di Filippo II di Macedonia (382-336)
Assassinio di Filippo II di Macedonia (382-336) — Fonte: istock

Il trionfo del re macedone non significò la sottomissione per tutti i greci della penisola. Con la sua proposta politica Filippo II aveva l’obiettivo preciso di lanciare la sfida ai persiani. Per fare ciò, aveva bisogno di una pacificazione che andasse ben oltre il consueto: era necessario il consenso intorno alla sua figura

Convocò quindi un congresso a Corinto, in cui fu sancita una pace generale (337), costituendo una lega (Sparta ne restò fuori) di cui fu riconosciuto capo. Il rischio che il peso della monarchia divenisse troppo oberante fu scansato con la creazione del “Sinedrio comune dei Greci”, cui il re era escluso, e che aveva lo scopo di evitare dissidi all’interno dell’organizzazione. 

Raccolto intorno a sé un valido esercito, Filippo II organizzò la spedizione contro i persiani, ma nel 336 i suoi progetti furono però stroncati da una congiura di palazzo.  

Con l’assassinio del re macedone, le città greche si illusero di poter riconquistare la libertà, ma la reazione macedone fu vemente: Tebe fu rasa al suolo, e i suoi abitanti, circa 30.000, furono ridotti in schiavitù. Ad infliggere una così severa punizione era stato il successore di Filippo II, il figlio Alessandro, appena ventenne, che sarebbe passato alla storia come Alessandro Magno (356-323). Con lui il mondo sarebbe entrato in una nuova fase: l’utopia di un impero universale.  

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