Giorno della memoria: storia di Sami Modiano, il bambino che tornò da Auschwitz

Di Veronica Adriani.

Sami Modiano è uno dei sopravvissuti di Auschwitz-Birkenau. La sua storia e la sua testimonianza sulla Shoah per il Giorno della memoria

Sami Modiano

Sami Modiano
Sami Modiano — Fonte: ansa

Sami Modiano oggi ha 90 anni, ma la sua storia è iniziata quando ne aveva 13. Frequenta ancora la terza elementare a Rodi - all'epoca provincia italiana - quando Mussolini vara le leggi razziali che lo espellono dalla scuola bollandolo per sempre. La sua famiglia dopo il '38 passa un periodo difficilissimo: la madre muore, il padre perde il lavoro. L'armistizio dell'8 settembre 1943 dà definitivamente l'avvio all'invasione nazista dell'isola, che lo porterà a perdere tutto, con la deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, avvenuta nel luglio del '44, quando Sami e la sua famiglia vengono rastrellati e caricati su una nave in direzione Atene, poi su un treno. Ci vorrà un mese per arrivare, in condizioni disumane, al campo.

La deportazione e l'arrivo ad Auschwitz

Sami Modiano definisce Auschwitz-Birkenau "fabbrica di morte": è lì che perderà tutta la sua famiglia - il padre, la sorella, i cugini - e che sopravviverà quasi per miracolo, più volte, fino alla libertà. Ma cosa è accaduto in qurl campo? E in che modo è riuscito a salvarsi? Ecco come Modiano racconta il suo arrivo nel campo:

Dopo un lunghissimo viaggio da Rodi fino alla rampa della morte, in condizioni igieniche e disumane, dove ho visto cose orrende, ci siamo trovati il 16 di agosto in questo posto...che non sapevamo in quel momento cos’era. Abbiamo saputo subito dopo che era la rampa della morte. Lì c’è la prima impressione dolorosa da parte mia: in questa fabbrica della morte loro avevano preparato qualcosa che non ha spiegazioni. Ci siamo trovati all’improvviso in una barbarie indescrivibile. Avevamo tutti capito che lì c’era qualcosa che non si poteva immaginare. Papà Giacobbe, che aveva 45 anni, si è preoccupato subito di questo modo di riceverci, e ha preso me e mia sorella Lucia per difenderci, tenerci vicino e non perderci, ma la barbarie di questi tedeschi era qualcosa in più, e questa scena si è ripetuta in un modo barbaro. Io ho cominciato a vedere cose che non avevo visto fino a quel momento. Lì mi sono detto: ma dove siamo?

La separazione dal padre

Dopo la prima separazione tra gli uomini e le donne, Modiano nel campo si trova con suo padre. Il numero che gli viene tatuato è il B7456, uno in più rispetto al genitore. Mengele lo condanna alle camere a gas, ma il padre Giacobbe riesce a salvarlo, tenendolo accanto a sé e portandolo nelle file dei superstiti. Non ci vorrà molto perché sua sorella venga condannata a morte: è allora che suo padre si consegna volontariamente in infermeria, dicendo al figlio di tenere duro, anche quando lui non ci sarà più.

La vita nel campo

Nell'intervista rilasciata in occasione del Giorno della memoria 2021 a Ruth Dureghello, Presidente della Comunità ebraica di Roma, Modiano ha raccontato alcuni episodi della vita all'interno del campo. Racconta, ad esempio, il suo Bar Mitzvah:

La mia famiglia mi preparava al Bar Mitzvah a Rodi, dove era qualcosa più di un matrimonio. Avrebbe partecipato tutta la grande famiglia, la comunità ebraica di Rodi, ma purtroppo questa festività non è stata fatta perché c’è stata la deportazione. E per caso, una sera triste, dopo il ritorno dal lavoro, quando avevo già perso tutti ed ero solo e demoralizzato, in un angolo della baracca stavo cercando di riscaldarmi e riprendermi. Lì un gruppetto di altri prigionieri come me, originari dell’Ungheria, si erano riuniti per fare una preghiera. Si sono contati, erano in nove, mi hanno visto e mi hanno chiesto se potevo avvicinarmi. Mi sono avvicinato e mi hanno chiesto se volessi partecipare anch’io. Io gentilmente ho risposto che non potevo, perché non avevo fatto il Bar mitzvah. Lì c’era un Hanan, non un rabbino, e si è sentito in dovere di aiutarmi: quel giorno sono diventato un adulto.

Ero contento perché sarei morto da ebreo completo: da quel momento ho partecipato a tutte le sedute religiose come un uomo maturo. Anni dopo la comunità ebraica di Roma ha voluto fare una grande festa davanti ai ragazzi, ed è stata una delle cose più belle che ho ricevuto nella mia vita. Da quel momento in poi non mi sento solo: ho perso tutti, ma ho trovato altre persone che mi vogliono bene, non so come spiegarlo, non ci sono parole.

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La libertà

Modiano viene condannato alla camera a gas una seconda volta, ma in quel momento l'ufficiale nazista che dovrebbe dirottarlo nota che è in arrivo un carico di patate, per cui c'è bisogno di manodopera. Sami viene risparmiato di nuovo. Poco dopo stringerà amicizia con quello che considera un amico fraterno, Pietro Terracina, un altro superstite dei lager recentemente scomparso.

Sami Modiano lascia Birkenau, direzione Auschwitz, nel 1945, quando i russi sono ormai prossimi all'ingresso nel campo, e i tedeschi si mettono in marcia insieme ai superstiti. Modiano, stremato, durante la marcia si accascia a terra, ma viene prelevato da alcuni prigionieri e posto in cima a un cumulo di cadaveri, per mimetizzarlo. Quando Modiano si sveglia, vede una casa, che riesce a raggiungere: è lì che trova sia Terracina sia Primo Levi. Il giorno dopo i sovietici entrano ad Auschwitz: è il 27 gennaio 1945, oggi ricordato nel Giorno della memoria.

Il giorno della Memoria

Il campo di concentramento di Auschwitz
Il campo di concentramento di Auschwitz — Fonte: istock

La storia di Sami Modiano è stata raccontata all'interno di un libro per ragazzi a cura di Walter Veltroni, Tana Libera Tutti. Sami Modiano il bambino che tornò da Auschwitz, in edicola dal 23 gennaio con Il Sole 24 Ore. Ma come è nato questo volume, e perché Sami Modiano ha deciso di iniziare a raccontare la sua storia solo a partire dal 2005, anno di un viaggio ad Auschwitz insieme ai ragazzi delle scuole?

Perché testimoniare?

Prima mi rifiutavo di parlare, credevo che se avessi parlato non mi avrebbero creduto, perché gli orrori di Auschwitz e Birkenau sono così terribili che se si dicono non ci credono. Però dopo tanta insistenza di persone che hanno voluto che anche io rompessi il mio silenzio, ho fatto una piccola esperienza: il primo viaggio ad Auschwitz dopo 60 anni che mancavo, che ho fatto insieme a Veltroni e Piero Terracina. In quel momento pensavo che non avrei continuato, sapevo che non mi avrebbero creduto. Invece mi sbagliavo.

Io spiegavo, parlavo, era un dolore terribile, questo viaggio: non avevo dimenticato niente, dopo 60 anni ricordavo tutto. Mi sono ritirato in disparte con Pietro, parlavo e piangevo, perché ricordavo tutti i particolari di dove ho visto per l’ultima volta mia sorella e mio papà, dove ho fatto lavori che non sono per un ragazzo di 13 anni.

Piangevo, ma quando mi giravo e guardavo i ragazzi che mi seguivano, vedevo che anche nei loro occhi c’erano le lacrime, e mi dicevo: perché piangono anche loro? Non hanno visto quello che io ho visto. Dovete sapere che quando sono uscito vivo da quell’inferno che si chiama Birkenau io mi sono sentito male, mi sono sentito un privilegiato: non volevo sopravvivere, volevo essere al fianco di mio papà, mia sorella, i miei cugini, tutti quelli che ho lasciato là. “Perché io?”. Questo punto interrogativo mi ha tormentato tutta la vita.

Allora, quando ho visto che questi ragazzi avevano le lacrime agli occhi, ho detto: “Ecco perché: il padreterno ha voluto scegliere qualcuno perché si sappia quello che è successo". La barbarie dell’uomo è arrivata a un limite che non si può descrivere, e davanti a tutti quelli che sono morti in quel “cimitero” ho giurato di non fermarmi. Dal 2005 io mi sento felice, tranquillo, perché dalla parte dei ragazzi c’è un riscontro molto positivo. I ragazzi per me sono la speranza del domani, quando noi non ci saremo ci saranno loro che faranno la loro parte.

Ci sono persone che aiutano perché questo non si dimentichi, continui a sapersi. È una soddisfazione enorme e un bagaglio che si trasmette ai ragazzi e alle persone che hanno la volontà di sentire. Questa è la mia speranza.

L'esperienza nelle scuole

Nell'intervista con la Comunità ebraica di Roma, Modiano racconta un episodio che lo ha colpito particolarmente:

A Roma c’è stata una scena importante. Una ragazzina che frequentava la quinta superiore mi ha seguito ad Auschwitz, e al ritorno a Fiumicino mi ha chiesto il numero di telefono per contattarmi. Effettivamente tempo dopo mi contattò e mi disse: “signor Modiano, vuole venire a scuola a raccontare la sua testimonianza? Ho raccontato di lei ai miei compagni, ma i ragazzi vogliono conoscerla”.

Quando sono arrivato in questa scuola ho visto la ragazzina preoccupatissima. All’uscita le ho detto: “vedi? Tutto è andato perfettamente”. Qualche giorno dopo ho ricevuto una lettera che mi diceva: “signor Modiano, lei aveva ragione: ero preoccupatissima perché un gruppetto di ragazzi, sapendo che lei sarebbe venuto, avevano iniziato a fare svastiche fuori dalla scuola, e io pensavo che questi ragazzi sarebbero stati nell’aula magna e l’avrebbero provocata. Invece con mia grande sorpresa erano nell’angolo e qualcuno aveva anche le lacrime agli occhi. E questo gruppetto, dopo l’incontro, ha preso un secchio di calce e un pennello ed è andato a cancellare tutte le scritte che avevano fatto”.

È stata un’esperienza molto importante: questo mi ha dato lo stimolo per dire: hai fatto cambiare opinione a una dozzina di ragazzi che si erano imbattuti in persone che li avevano confusi con idee sbagliate. È stata a mia insaputa una vittoria.

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