Il gioco in pedagogia come strumento educativo

Il gioco in pedagogia come strumento educativo A cura di Bianca Dematteis.

Il gioco come strumento educativo: storia, caratteristiche e teorie del gioco dal 1700 all'età contemporanea

1Il gioco come strumento educativo

Gioco di squadra, il tiro alla fune
Gioco di squadra, il tiro alla fune — Fonte: istock

Il gioco è un aspetto essenziale nella vita del bambino. Il gioco è un’attività spontanea praticata dal bambino e dalla quale si trae piacere, soddisfazione e divertimento. Se in passato il gioco era considerato uno svago senza alcuna finalità, una sorta di distrazione da impegni più importanti, come la scuola o il lavoro, a partire dall’Ottocento e in particolare durante il Novecento, diversi studiosi hanno invece cominciato a sottolineare il ruolo fondamentale del gioco nello sviluppo del bambino

Il gioco è strettamente connesso all’apprendimento del bambino e a una sua crescita sana. L’importanza del gioco è tale che anche la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza riconosce, con l’articolo 31, il diritto del fanciullo non solo al riposo e al tempo libero, ma anche al gioco e alle attività ricreative. 

2Funzioni del gioco

Gioco di vertigine. Una bambina sull'altalena
Gioco di vertigine. Una bambina sull'altalena — Fonte: istock

L’attività ludica è considerata, in maniera ormai unanime, fondamentale per lo sviluppo emotivo, cognitivo, motorio, relazionale del bambino.  Con il gioco, il bambino: 
- impara e rafforza le proprie capacità comunicative;
- prende coscienza delle regole – molti giochi, soprattutto da svolgere in gruppo, presuppongono il rispetto di alcune regole – impara a usarle, a comprenderne il significato e la necessità del ricorso ad esse;
- instaura uno scambio particolarmente fecondo con la realtà esterna e con gli altri individui; si crea, in modo spontaneo e gioioso, una trasmissione di conoscenze, competenze, tecniche e abilità;
- sviluppa la capacità di gestire e dominare le proprie emozioni;
- impara a programmare e a fare progetti; a conoscere la realtà esterna e a relazionarsi con essa, a dotare di senso e significati il mondo che lo circonda; 
- impara a relazionarsi con gli altri e a instaurare rapporti attivi, costruttivi, significativi;
- sviluppa la propria creatività.

3Teorie sul gioco

Molti studiosi, tra i quali antropologi, pedagogisti, filosofi e psicologi si sono occupati di comprendere in che modo l’attività ludica sia da mettersi in relazione con lo sviluppo del fanciullo. Diverse teorie sono state formulate in merito al ruolo del gioco nella crescita del fanciullo.  

Friedrich Fröbel considerava il gioco un fattore determinante nello sviluppo del bambino. Nella sua attività pedagogica, egli considerava il gioco non come una forma di svago o divertimento, ma lo strumento attraverso il quale il bambino imparava a mettersi in relazione con gli altri individui e con la realtà esterna

Il gioco è giudicato inoltre la più autentica manifestazione creativa e fonte di apprendimento: per mezzo del gioco e in modo spontaneo e naturale, il bambino impara a conoscere sia le forme e le loro proprietà, sia i numeri. Nelle scuole fondate da lui, I giardini d’infanzia, mise a disposizione dei suoi allievi alcuni giochi, dei solidi geometrici, impiegati come strumenti didattici.    

Mattoncini di legno di Frobel, gioco per bambini
Mattoncini di legno di Frobel, gioco per bambini — Fonte: istock

L’evoluzionista Herbert Spencer affermò che il gioco ricopriva la funzione di consumare quelle energie che un essere evoluto come l’uomo non bruciava più nella lotta per la sopravvivenza. Il gioco è dunque funzionale a rispondere a un eccesso di energia, un surplus energetico, che deve essere scaricato in modo istintivo. 

Karl Gross interpretò il gioco come una sorta di “pre-esercizio”, una preparazione cioè alla vita adulta. Con il gioco, un bisogno considerato innato, il bambino acquisisce abilità e schemi mentali man mano più complessi che risultano indispensabili per condurre una vita autonoma. Il gioco permette inoltre di far sviluppare la personalità, in particolare nelle sue dimensioni istintuali.  

Sigmund Freud ha studiato in particolare la connessione tra gioco e psiche del bambino. Il gioco permette di liberare le emozioni e al tempo stesso controllarle. Freud ha inoltre notato come i bambini tendano a inventare giochi che presuppongono l’identificazione in ciò che si ama o in ciò che si teme. In entrambi i casi, il bambino può esplorare una realtà emotiva, conoscerla meglio e imparare a dominarla.

Il gioco ha una funzione catartica perché permette di liberarsi da ciò che crea paura e consente di controllare la realtà esterna.   

Lo storico e linguista Johan Huizinga ha considerato il gioco come il fondamento della cultura e della vita umana organizzata in società. Nel suo testo Homo ludens, apparso nel 1938, evidenzia come il gioco sia tra le testimonianze più genuine della creatività.

Il pedagogista Jean Piaget attribuisce al gioco un ruolo rilevante principalmente per ciò che concerne lo sviluppo cognitivo del bambino. La teoria dello sviluppo sostenuta da questo pedagogista è stadiale: il bambino matura superando una serie di tappe. Allo stesso modo, il giocare muta nella sua forma con il crescere del fanciullo.

In una prima fase il bambino fa giochi di esercizio (travasare dell’acqua, battere le mani ad esempio), a seguire quelli simbolici (basati sulla capacità di immaginazione del bambino, il “fare finta di”), infine i giochi di regole (fondamentali per la socializzazione, sono giochi che presuppongono il rispetto di una serie di convenzioni e norme). Il gioco, per Piaget, consente al bambino di rafforzare abilità già acquisite e al contempo di prendere consapevolezza delle sue possibilità di incidere sulla realtà esterna. 

Gioco di finzione. Un bambino finge di essere un medico
Gioco di finzione. Un bambino finge di essere un medico — Fonte: istock

Lev Vygotskij è tra i pedagogisti che maggiormente insistono sul ruolo determinante del giogo nello sviluppo del fanciullo non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche emotivo e sociale. Il gioco è di primaria importanza anche perché è alla base della zona di sviluppo prossimale, teoria fondamentale nel pensiero di Vygotskij e con cui si intende quello sviluppo che può avvenire grazie all’intervento di altri e che colma la distanza tra lo sviluppo proprio del bambino e il suo sviluppo potenziale.

Il bambino, inoltre, per mezzo del gioco, può apprendere da chi ha più competenze e ampliare così il proprio bagaglio di conoscenze e abilità. Tramite il gioco, il bambino può rispondere ai propri bisogni e attribuire nuovi significati a ciò che lo circonda.

Lo scrittore francese Roger Caillois. Parigi, 13 marzo 1978
Lo scrittore francese Roger Caillois. Parigi, 13 marzo 1978 — Fonte: getty-images

Roger Caillois nel suo testo I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine individua quattro principali categorie di giochi a cui corrispondono altrettante tendenze proprie della psiche umana.
1. I giochi basati sulla competizione (come i tornei o le gare sportive).
2. I giochi costruiti sul caso, sul “tentare la sorte”, (il gioco dei dadi, testa o croce, le lotterie).
3. I giochi incentrati sulla finzione e il mimetismo (i giochi di travestimento, con le bambole o più in generale tutti i giochi in cui i bambini imitano gli adulti).
4. I giochi in cui si ricerca la vertigine, ovvero la sfida del pericolo, pur nella certezza che questo sia dominabile (le giostre o l’altalena). 

Tutti i giochi si muovono tra due opposti: da un lato, la paidia (improvvisazione, assenza di regole e freni, divertimento) e ludus (regole e sforzo).   

Il pediatra e psicoanalista Donald Woods Winnicott (1896-1971), 1965
Il pediatra e psicoanalista Donald Woods Winnicott (1896-1971), 1965 — Fonte: getty-images

Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott ha studiato lo sviluppo del bambino e le diverse fasi che lo contraddistinguono a partire dal grado di dipendenza del bambino dalla figura di accudimento. Egli ha sottolineato come il gioco permetta al bambino di prendere consapevolezza di se stesso e, attraverso la creatività, di imparare a conoscersi.

Il gioco contribuisce alla crescita del bambino e alla sua capacità di relazionarsi con gli altri. Winnicott, definendo la sua teoria sul gioco, ha denominato oggetti transizionali tutti quegli oggetti dai quali un bambino trae sicurezza (ad esempio una copertina, un peluche) e al contempo gli permettono di maturare un distacco dalla principale figura di accudimento, generalmente la madre, in modo graduale e non traumatico.

Per Maria Montessori è fondamentale permettere al bambino di muoversi, giocare ed imparare in un ambiente adeguato, sereno e adatto alla sua età e ai suoi bisogni. Nell’asilo da lei fondato, la Casa dei bambini, tutto era infatti a misura di bambino. Secondo Montessori era prioritario consentire al bambino di rendersi progressivamente autonomo e di esercitare la propria libertà. Il bambino aveva a disposizione e poteva scegliere liberamente tra i materiali che Montessori aveva ritenuto i più adatti a offrire stimoli per attività costruttive e formative.