Gabriello Chiabrera: biografia e opere

Gabriello Chiabrera: biografia e opere A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Vita e opere di Gabriello Chiabrera, poeta e drammaturgo del Seicento nonché rappresentante del classicismo barocco

1Biografia di Gabriello Chiabrera

Ritratto di Gabriello Chiabrera (1552-1638): poeta e drammaturgo italiano
Ritratto di Gabriello Chiabrera (1552-1638): poeta e drammaturgo italiano — Fonte: getty-images

A presentarsi ci pensa questa volta l’autore stesso, che ha scritto la sua biografia in terza persona (scritta dopo il 1625). È strano parlare di sé in terza persona, come se fosse un moderno curriculum Europass. Leggiamo quanto dice:  

«Gabriello Chiabrera nacque in Savona l’anno della nostra Salute 1552 agli 8 di giugno, e nacque quindici giorni dopo la morte del padre. Il padre fu Gabriello Chiabrera, nato di Corrado Chiabrera e di Mariola Fea; la madre fu Gironima Murasana figlia di Piero Agostino Murasana e di Despina Nattona, famiglie in Savona ben conosciute. La madre rimasa vedova in fresca età, passò ad altre nozze, e Gabriello rimase alla cura di Margherita Chiabrera sorella del padre, e di Giovanni Chiabrera fratello pure del padre di lui, ambodue senza figliuoli. Giunto Gabriello all’età di nove anni fu condotto in Roma, ove Giovanni suo zio faceva dimora, ed ivi fu nudrito con maestro in casa, da cui apparò la lingua latina».

Come leggi, è nato nel 1552, a Savona, e da ragazzo fu affidato alle cure di uno zio paterno, a Roma, città del Papa, ricca e artisticamente molto avanzata, dove frequentò la scuola dei Gesuiti ed entrò in famigliarità con Paolo Manuzio, Mureto e Sperone Speroni. Fu un adolescente turbolento e agitato, al punto che venne addirittura bandito da Roma nel 1576 e nel 1581 da Savona, la sua città, dove poté fare ritorno solo nel 1585. 

Ricoprì numerosi incarichi pubblici e si occupò spesso di ambascerie a Genova. Soggiornò in diverse città italiane, come Firenze, Torino e Mantova. Di nuovo a Roma nel 1623, chiamato dal papa Urbano VIII, e poi di nuovo a Savona dove visse serenamente e coperto di alloro i suoi ultimi anni di vita. Una vita non così ricca di eventi, a ben vedere, il che gli permise di dedicarsi allo studio e alla scrittura. 

2Gabriello Chiabrera: opere

Chiabrera ha un ingegno versatile «ma dal ritmo diseguale e incostante» (Martinelli) e si è infatti cimentato in numerosi generi letterari: dall’epica, come Torquato Tasso, alla tragedia, dalle canzonette erotiche e alle canzoni eroiche, sacre e morali. La sua prima opera è del 1582, Della guerra de’ Goti, un poema epico intriso di religiosità; l’epica fu un genere che lo attirò nuovamente decenni dopo quando diede alle stampe l’Amedeide (1607) e il poema epico Firenze (tre redazioni, ultima del 1637).  

Furono pubblicati postumi i suoi poemetti Foresto, Ruggiero, Erminia. Compose tragedie come Angelica in Ebuda, Erminia, Pentesilea; favole boscherecce come Alcippo, Gelopea, Meganira. Favolette da “recitar cantando” – genere che sarebbe antenato dell’Opera Lirica – collaborando con il musicista Giulio Caccini

Molto vasta la produzione lirica e lirico-narrativa che comprende canzonette, canzoni, scherzi, sonetti, selve, cinquantatré Vendemmie di Parnaso (poesie di argomento bacchico), Poemetti sacri e profani, sette Egloghe in terza rima, trenta Sermoni e anche diversi lavori in prosa, tra cui, appunto, la sua autobiografia.  

3Poetica

Un cavaliere che salva un cavaliere caduto. Disegno preparatorio di B. Castello per illustrare la poesia Amedeide di Gabriello Chiabrera
Un cavaliere che salva un cavaliere caduto. Disegno preparatorio di B. Castello per illustrare la poesia Amedeide di Gabriello Chiabrera — Fonte: getty-images

Della produzione epica di Chiabrera, poche cose hanno sostenuto gli attacchi del tempo: le sue opere sono scivolate nell’oblio, confinate nelle scansie delle biblioteche, a puro gusto degli accademici. Un brutto destino, in effetti, in parte giustificato dal fatto che il Barocco è un periodo piuttosto sperimentale per le arti in generale e per la letteratura.    

Vediamo, intanto, l’incipit della sua prima opera, Della guerra de’ Goti (I 1), in cui Chiabrera riprende il modello cinquecentesco del poema cavalleresco e si pone sulla stessa linea della Gerusalemme liberata (pubblicata da Tasso nel 1581, un anno prima). Il testo non è «un esemplare precocissimo di poema barocco» perché «porta in sé le tracce di una modalità organizzativa tipica della tradizione medio cinquecentesca: tutto verte sulla figura del toscano Vitellio, richiamato al campo da Dio nel canto I e in grado di rovesciare praticamente da solo, come l’Orlando ariostesco le sorti del conflitto» (Tancredi Artico). Però, anche Goffredo di Buglione, l’eroe della Gerusalemme liberata di Tasso, è simile a questo eroe, se guardiamo bene. L’argomento è la guerra gotica, combattuta dalle armate bizantine in Italia all’epoca di Giustiniano.    

Testo

Musa, dimmi ’l valor del cavalliero
che vinse i Goti e le lor schiere armate,
quando Narsete a pro de l’alto impero
tornò la bella Italia in libertate;
come egli, omai de la vittoria altiero,
avesse incontra feminil beltate,
e ’l re spegnesse e i maggior duci, errando
gli altri, lasciasse de l’Italia in bando.

Parafrasi

Musa dimmi il valore del cavaliere che vinse i Goti e le loro schiere armate, quando Narsete – a vantaggio dell’alto Impero di Roma – rimise in libertà la bella Italia. Dimmi come egli, ormai supero della vittoria, avesse affrontato la bellezza femminile, e come avesse spento il re e come esiliasse dall’Italia i maggiori principi, fuggendo gli altri.

Anche da un punto di vista tematico questo poema è interessante: non si tratta, è vero, di una crociata per liberare Gerusalemme (come in Tasso), ma è pur vero che si tratta di una crociata per liberare l’Italia dal dominio dei barbari e quindi per riprendersi Roma, l’antica capitale. Le due tematiche non sono contrapposte. Questo per far capire i primi interessi di Chiabrera poeta che però trovò soluzioni più originali e interessanti nelle poesie più brevi e non in quelle narrative. 

È proprio in questo settore che Leopardi esprimeva l’ammirazione per Chiabrera e lo definiva addirittura come un erede del grande poeta greco Pindaro. Eppure il poeta di Recanati ne riconosceva i difetti definendo le sue canzoni con un complimento che, a ben vedere, suona abbastanza ambiguo: «bellissimi abbozzi». 

Chiabrera, come vedremo nel testo che ti propongo, è molto bravo in alcuni quadretti di natura perché si coniugano meglio alla sua capacità di sperimentazione e rappresentazione. Leggiamo come esempio questa poesia: Riso di bella donna

Testo

Belle rose porporine,
che tra spine
sull’aurora non aprite;
ma, ministre degli Amori,
bei tesori
di bei denti custodite;
dite, rose prezïose,
amorose;
dite, ond’è, che s’io m’affiso
nel bel guardo vivo ardente,
voi repente
disciogliete un bel sorriso?

è ciò forse per aita
di mia vita,
che non regge alle vostr’ire?
O pur è perché voi siete
tutte liete,
me mirando in sul morire?

Belle rose, o feritate,
o pietate
del sì far la cagion sia,
io vo’ dire in nuovi modi
vostre lodi;
ma ridete tuttavia.
Se bel rio, se bell’auretta
tra l’erbetta
sul mattin mormorando erra;
se di fiori un praticello
si fa bello,
noi diciam: “Ride la terra”.
Quando avvien che un zefiretto
per diletto
bagni il piè nell’onde chiare,
sicché l’acqua in sull’arena
scherzi appena,
noi diciam che ride il mare.
Se giammai tra fior vermigli,
se tra gigli
veste l’alba un aureo velo,
e su rote di zaffiro
move in giro,
noi diciam che ride il cielo.
Ben è ver, quando è giocondo
ride il mondo,
ride il ciel quando è gioioso:

ben è ver; ma non san poi
come voi
fare un riso grazioso.

Parafrasi

Uno sguardo malizioso da parte del poeta (m’affido nel bel guardo vivo ardente) ed ecco che la bella donna si scioglie in un sorriso (voi recente disciogliete un bel sorriso). Fosse sempre così facile far ridere o sorridere una donna! Tipico del Barocco è la vicinanza di Amore e Morte. Tema che sarà caro anche a Leopardi. Il poeta elenca una serie di metafore di uso comune nel parlato (allora come oggi), quando a primavera diciamo ride la terra, oppure quando il mare si increspa degli zefiri e le increspature sembrano tante risatine. E così anche il cielo, se le nuvole rosse o bianche sono mosse dagli zefiri, sembra che il cielo rida. Tutto vero, ma… …ma non sa ridere graziosamente come ride la donna amata…

Come possiamo intuire, le rose rosse sono un puro dato metaforico-cromatico – un rosso assoluto – per definire le labbra rosse della donna che schiudono il sorriso e il bianco dei denti, e quindi, per metonimia, i segreti dell’amore, non diversamente dalla famosa poesia di MarinoDonna che si pettina”, dove il pettine d’avorio è una navicella bianca in un mare dorato in tempesta

Notiamo anche la particolare metrica che mescola ottosillabi e quadrisillabi, che sembrano quasi ritmati come un rap; colpiscono la sensualità naturalistica di questa poesia, l’impatto cromatico e la ricerca della spontaneità. 

L’universo di Chiabrera è tutto fuori, interessato a come le cose accadono nel loro fenomeno e a come si presentano: la sua è una poesia dei sensi, come quella del suo collega Giovan Battista Marino. Perciò non sorprende che amasse molto Dante e Ariosto, che facevano dell’espressività delle cose, degli oggetti, dei suoni, degli eventi – espressività fenomenica appunto – il loro punto di forza. 

4Chiabrera: un grande poeta per il Barocco, uno sperimentatore per i poeti successivi

Sebbene Parini, Foscolo, Leopardi e Carducci parlino bene di questo poeta e lo indichino come maestro di stile, Chiabrera non è né un Dante né un Ariosto e la sua poesia spesso diventa una sistema di suoni e di ritmi fini a se stessi: è, a pensarci, una caratteristica di tanta poesia barocca. 

Il Barocco, ricordiamolo, è il secolo dell’ingegno, della meraviglia a tutti i costi, dei punti di fuga e delle prospettive, delle illusioni ottiche, dei vortici, dei chiaroscuri in arte, dell’incertezza e del dubbio, delle sperimentazioni… e come afferma Baltasar Gracian, uno degli intellettuali più importanti di questo periodo, «Non si contenta l’ingegno, come il giudizio, della pura e semplice verità, ma aspira alla bellezza». Questa bellezza è tutta cercata nella forma, in fondo, non nel contenuto

Teatro Gabriello Chiabrera in Piazza Armando Diaz, Savona
Teatro Gabriello Chiabrera in Piazza Armando Diaz, Savona — Fonte: getty-images

Per cercare la bellezza, i poeti si atteggiano a scopritori di un nuovo modo di fare poesia e, per Chiabrera, questo è significato soprattutto rimescolare le regole della metrica, perché nella metrica più che in altro Chiabrera fu un coraggioso sperimentatore. Allora perché quei poeti ne parlano bene? 

  1. Perché si sentono debitori delle soluzioni formali e stilistiche che lui aveva scoperto.
  2. Chiabrera aveva cioè aperto alcuni nuovi sentieri alla poesia italiana, che altri poi percorsero fino in fondo e meglio. Quale sentiero in particolare?
  3. Aveva applicato alla lirica italiana soluzioni metriche e stilemi della lirica antica greca e latina. Un fatto decisamente nuovo.

Questa è l’importanza di Chiabrera. Un poeta dal calibro di Thomas Stearns Eliot affermò: «Trasmettere alla posterità il proprio linguaggio sviluppato ad un grado più alto, più raffinato e più preciso di quanto non fosse prima, è il massimo traguardo possibile per il poeta in quanto tale» (T. S. Eliot, Scritti su Dante, a cura di Roberto Sanesi, p. 77). Stando a ciò, va il nostro plauso a Chiabrera e gli chiediamo scusa se magari non leggiamo più tanto spesso le sue opere.  

5Giovan Battista Marino vs Gabriello Chiabrera: Marinismo e Anti-marinismo. Sfida tra titani della “meraviglia”

Nel Barocco italiano c’è questa specie di guerra tra marinisti e anti-marinisti, e Chiabrera apparterrebbe alla seconda squadra. Facciamo un passo indietro: Marino fu uno sperimentatore di incredibile ingegno e andava metaforicamente con il suo “rampino” (una specie di uncino) a rubare le belle idee, le similitudini, gli artifici retorici degli altri, che poi rendeva originali. Dice, infatti: «Imparai sempre a leggere col rampino, tirando al mio proposito ciò ch'io ritrovava di buono, notandolo nel mio zibaldone e servendomene a suo tempo». Questo poeta sosteneva che un poeta bravo deve saper rubare. Credeva pure lui che la poesia dovesse meravigliare e poggiarsi saldamente sui sensi i quali, infatti, sono il tramite per cui percepiamo i fenomeni. Sono uguali o comunque molto simili? Be’, magari no. 

La differenza? Solo la modalità: Marino è uno sperimentatore su tutti i livelli, mentre Chiabrera rappresenta per molti il buon gusto, il limite, l’armonia che saranno poi messi a regola dai cosiddetti Arcadi (ossia gli appartenenti all’Accademia dell’Arcadia, fondata alcuni anni dopo e tuttora attiva a Roma). Chiabrera si poneva un limite non scritto oltre il quale preferiva non andare e soprattutto riprese molto da vicino l’armonia dei classici latini e greci, meno usati da Marino.  

È giusto però affermare che Chiabrera non è un anti-Marino, perché come Marino, reagì alla crisi della poesia cinquecentesca e al Petrarchismo, ormai svuotato di contenuto, cercando anche lui nella forma un rinnovamento della lirica, senza dare un colpo di spugna al passato. Dunque, secondo queste premesse, Marino e Chiabrera sono alleati nella riforma della poesia italiana del Seicento e non reali avversari.  

    Domande & Risposte
  • Dove è nato Gabriello Chiabrera?

    Savona.

  • Qual è il significato di Belle rose porporine?

    Le rose rosse sono una metafora per definire le labbra della donna che schiudono il sorriso e il bianco dei denti, e quindi, per metonimia, i segreti dell’amore.