Foscolo, Manzoni e Leopardi a confronto

Di Redazione Studenti.

Foscolo, Manzoni e Leopardi a confronto: riassunto su somiglianze e differenze su tre grandi autori della letteratura italiana

FOSCOLO, MANZONI E LEOPARDI A CONFRONTO

Foscolo, Manzoni e Leopardi a Confronto: somiglianze e differenze
Foscolo, Manzoni e Leopardi a Confronto: somiglianze e differenze — Fonte: getty-images

Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi sono tre autori fondamentali della letteratura italiana.

Nonostante lo stile di ciascuno sia ben definito, così come la poetica, i tre autori, vissuti in momenti leggermente diversi, hanno condiviso molto dal punto di vista letterario.

Vediamo quindi quali sono le somiglianze e le differenze fra i tre.

UGO FOSCOLO

Foscolo vive un presente sconvolto dalle guerre, caratterizzato da vicende personali drammatiche e da una situazione politica di dipendenza dell’Italia dalle potenze straniere, un’assenza di libertà. A questo presente egli contrappone l’immagine del passato, quello antico del mito greco, ma anche  quello più recente della gloria dei “grandi” uomini di lettere italiani, Dante, Petrarca, Boccaccio, ma anche Alfieri e Parini.

Per Foscolo la celebrazione del passato non è sterile rimpianto di ciò che non è più, ma l’affermazione di un ideale di bellezza e armonia, di impegno civile e coraggio calati nell’attualità. La poesia fa rivivere il mito e consegna l’uomo e il tempo all’eternità, il nulla e la morte sono sconfitti dal canto del poeta, nuovo Omero.

ALESSANDRO MANZONI

Manzoni, cresciuto secondo gli ideali dell’aristocrazia illuminista lombarda e dei salotti progressisti della Parigi a cavallo del secolo, si converte alla fede cristiana e a una visione “borghese” della società, aderendo alle esigenze di rinnovamento della lingua e della cultura italiane promosso dal movimento romantico.

Il nodo cruciale per Manzoni è la concezione della storia. Compito del poeta è di dare voce agli sconfitti, alle vittime della storia: i poveri, gli umili, ma anche i popoli interi.

Manzoni sviluppa e approfondisce questo interesse in lettere, articoli e opere di poesia e di prosa.

Nelle “liriche civili” commemora episodi di storia collettiva e individuale, celebrando i moti di Milano del ’21 contro gli Austriaci (Marzo 1821) e valutando con un giudizio critico, non senza partecipazione, la parabola umana di Napoleone (Il Cinque maggio). Gli Inni sacri sono frutto della volontà di rinnovare gli schemi tradizionali della lirica italiana per creare una poesia “popolare”, vicina agli interessi della gente, e corale, immediata, caratterizzata da un impegno morale e religioso.

Con il ricordo e la celebrazione delle festività liturgiche più importanti per i cristiani (La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione, La Pentecoste e, non terminato, Ognissanti) Manzoni vuole rappresentare il farsi realtà concreta del verbo divino e il suo calarsi nel passato e nel presente terreni.

Di pari passo Manzoni esamina i meccanismi della storia umana nelle tragedie, il Conte di Carmagnola, ma soprattutto l’Adelchi. In questa un fatto dell’epoca medioevale, la vittoria dei Franchi sui Longobardi nel 774, che preparò l’incoronazione di Carlo Magno imperatore, viene affrontato dalla prospettiva dei vinti della storia: non solo Adelchi, il figlio dell’ultimo re longobardo Desiderio, e sua sorella Ermengarda, prima moglie ripudiata, a causa della sua sterilità, da Carlo Magno, ma anche quel popolo italico che a sua volta era stato schiacciato dai barbari invasori (v. il celebre coro alla fine del terzo atto).

Il potere, in questa tragedia, è ambizione, sopraffazione, violenza: chi si ribella alla sua logica, come Adelchi, o ne è strumento innocente, come Ermengarda, è un perdente. L’interesse per il Medioevo, tipico del Romanticismo, diventa critica alla logica del più forte, al trionfalismo dei vincitori: Manzoni condanna gli ideali di dominio che si sono affermati nella storia attraverso i secoli, da Roma imperiale in poi, in nome dei valori di umiltà, rinuncia, amore che sono stati introdotti dal Cristianesimo.

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Il punto d’arrivo di questa riflessione sono I promessi sposi. Manzoni sfrutta il genere alla moda del romanzo storico e lo modifica secondo le sue esigenze di rigore e verità. Abbandonati gli scenari nebbiosi e solitari del Romanticismo d’oltralpe, il Medioevo avventuroso e convenzionale alla Walter Scott (autore di Ivanhoe), il racconto di dame e cavalieri, Manzoni sceglie come epoca della sua vicenda il Seicento, come luoghi Lecco e Milano sotto la dominazione spagnola, e come protagonisti due popolani, Renzo e Lucia. Il criterio del “vero” è alla base della ricostruzione precisa dell’ambiente e dei personaggi, che si comportano secondo la mentalità, i costumi, le convenzioni dell’epoca. Lo scrittore utilizza documenti e cronache contemporanee al periodo analizzato, proseguendo una linea storiografica che era stata inaugurata dal Muratori e da Cesare Beccaria.

I capitoli dedicati alla peste scoppiata a Milano nel 1630 devono molto a questa ricerca, che confluisce anche nel saggio storico manzoniano sulla Storia della colonna infame.

Ma l’esigenza di autenticità investe anche la visione complessiva del romanzo, che prende spunto dal Seicento per condannare una concezione “barocca” della politica e della società, dominate dal fasto e dalla rigidità del cerimoniale, dall’ambiguità della morale, dall’oppressione del potere, dalla tortuosità della giustizia e dall’opportunismo della religione. La critica al Seicento e la condanna del governo spagnolo si riflettono sul presente, proponendo un ideale cristiano e liberale di giustizia nei confronti degli umili e di responsabilità da parte delle classi dirigenti, in accordo con la volontà risorgimentale di liberazione dell’Italia dal dominio straniero.

Dal punto di vista formale I promessi sposi sono l’esempio più articolato della tecnica narrativa del romanzo realistico ottocentesco, con un narratore autorevole e onnisciente, che tiene le fila del racconto, esprimendo giudizi ed osservazioni morali.

GIACOMO LEOPARDI

Leopardi ebbe la disgrazia di nascere nell’epoca e nel luogo sbagliati. Venne alla luce infatti nel 1798 a Recanati, centro delle Marche che venne sfiorato in quegli anni dai venti rivoluzionari della penisola per poi riaddormentarsi nel sonno provinciale di una regione ai margini di uno stato a sua volta periferico, quello pontificio, lontano dalle capitali europee della cultura e dai fermenti artistici più significativi.

In questa situazione Leopardi si fece strada fra difficoltà personali e familiari, ribellandosi alle ristrettezze economiche e all’isolamento culturale. In un mondo che apriva sempre più all’iniziativa privata e alla logica del denaro L. proveniva da un ambiente aristocratico ma privo di mezzi. Da Recanati a Roma, Firenze, Napoli le tappe della sua vita sono il tentativo di emanciparsi dalla dipendenza dalla fmiglia e d affermarsi come poeta e intellettuale.

Al di fuori dalle correnti del Neoclassicismo e del Romanticismo, Leopardi è artista e pensatore, indagatore della condizione  umana, e della natura attraverso una riflessione che elaboraspunti del materialismo sensista del Settecento ed elementi dell’idealismo tedesco, aderendo in particolare alla visione pessimista del filosofo Schopenhauer. Attraverso le poesie (dai componimenti pieni di erudizione giovanili alle canzoni “patriottiche”, agli Idilli) e gli scritti teorici (le Operette morali, i Dialoghi) e personali (il diario dello Zibaldone, le lettere a conoscenti e amici) Leopardi sviluppa una partecipe e al tempo stesso disincantata riflessione sui grandi problemi dell’umanità: la natura del piacere e del dolore, l’amore, le illusioni giovanili, la morte.

Il dolore nasce dall’impossibilità di raggiungere la soddisfazione permanente del piacere: l’uomo aspira a un piacere infinito o a una successione infinita di piacere, ma per la sua stessa natura è condannato a rimanere insoddisfatto. Il periodo più felice della vita umana è la giovinezza, quando l’animo è ancora pieno di speranze e di illusioni di felicità. A questo sentimento Leopardi oppone l’«apparir del vero», la cruda luce della realtà e della ragione.

In questa dimensione esistenziale si colloca anche la poetica leopardiana delle parole «vaghe e indefinite»: è poetico in sommo grado ciò che è suggestivo e allusivo, perché stimola l’immaginazione allargandone i confini, procurando piacere. La poesia, esaltando le qualità sentimentali e immaginifiche dell’animo, ha una funzione consolatoria e attraverso il ricordo, le «rimembranze», le illusioni, permette di vivere una tregua dal «male di vivere», per citare un altro grande della letteratura, Montale.

L’altro polo della visione esistenziale di Leopardi è la natura. Se la ragione, la consapevolezza dell’intelletto, è testimone dell’infelicità dell’uomo, la causa è da ricercare nella natura stessa, intesa come istinto e legge di perpetuazione della specie. L. inizialmente aveva individuato la radice dell’ingiustizia e della sofferenza nella storia, intesa in senso rousseauiano come progressiva civilizzazione dell’uomo, che si allontana sempre più da un “edenico” stato di natura.

In seguito, nel periodo del cosiddetto “pessimismo cosmico”, definisce la natura «matrigna», perché mette al mondo dei figli di cui non si cura. Allo stesso modo della volontà ceca e tirannica di Schopenhauer, la natura di Leopardi domina il mondo, e in nome di una finalità superiore, l’auto-sopravvivenza e la propagazione della forza vitale, piega l’individuo ai suoi scopi, priva di sentimento e di pietà. L’amore, come per Schopenhauer, è lo strumento con cui la natura si assicura la continuità del mondo animale e umano.

A partire da queste considerazioni la poesia leopardiana mette a confronto l’uomo e l’universo, rappresentando il perdersi dell’io lirico nelle vastità cosmiche; riflette sulla condizione umana, sulla speranza e la disperazione, sull’amore e la morte, sulla gioia e la sofferenza, con immagini al tempo stesso semplici e poetiche, quotidiane ed elevate.

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