Forse un mattino andando in un’aria di vetro: testo e commento alla poesia di Montale

Di Redazione Studenti.

Testo e commento al componimento "Forse un mattino andando in un’aria di vetro" di Eugenio Montale, dalla raccolta Ossi di seppia. A cura di Marco Nicastro

Testo di Forse un mattino...

Testo del componimento dalla raccolta Ossi di seppia del 1925.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
Alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

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Forse un mattino... commento

In questa poesia tornano coerentemente i temi fondamentali della prima raccolta poetica di Montale. Da un lato, come abbiamo visto più volte, il tema dell’aridità, evocato dalla freddezza dell'aria (che è «di vetro») e dall’aggettivo «arida». Anche il termine «vuoto» si ricollega al tema. Il vuoto è «dietro», ma nulla impedisce di pensare che esso sia anche dentro il poeta, dopo essersi accorto della crudezza della realtà (i termini dietro e dentro sono del resto quasi uguali ortograficamente).
Interessantissimo, a mio avviso, il sostantivo «miracolo», che fa il paio con il sostantivo «prodigio» della poesia precedente. Lì era un effetto determinato dalla «divina Indifferenza», qui è qualcosa che accade d’improvviso, appena il poeta si rende conto della verità. È il guardarsi indietro, il soffermarsi sul passato e sullo scorrere del tempo che porta Montale a sentire un «terrore da ubriaco». Il sostantivo ubriaco rimanda, come nella poesia precedente, ad una condizione di alterazione della coscienza di sé: scoprire la verità delle cose è traumatico e si resta storditi (nella poesia precedente, come detto, c’era la sonnolenza e il guardare in alto, o anche il rimanere sospesi come la nuvola ed il falco).

Montale e la "divina indifferenza"

L’interpretazione canonica della divina indifferenza relativa alla precedente poesia, atteggiamento tutto umano che salverebbe il poeta dal dolore dell’esistere, non trova nemmeno qui, a mio avviso, adeguata conferma, per il fatto che il suo equivalente, cioè «l’inganno consueto», il rituffarsi  nell’illusione di una normalità, non è efficace a salvare dalla disperazione esistenziale («ma sarà
troppo tardi»). Montale ci dice che chi vede la verità e la verità è quella dell’inutilità del dolore umano, della sua gratuità, e dell’indifferenza di Dio o della Natura resta segnato per sempre. Il prodigio, il miracolo non sono quindi affatto eventi che salvano, per quanto parzialmente, ma eventi che segnano in senso negativo l’uomo che ha il coraggio di voltarsi. E a proposito di quest’azione aggiungerei qui due cose.

  1. l’azione di voltarsi indietro rimanda al fatto di guardare il proprio passato, ciò che ci sta già alle spalle; chi è capace di osservare il proprio passato può arrivare a cogliere la verità, a differenza di quanti, ottimisti a oltranza, si ostinano invece a guardare solo avanti.
  2. c'è una analogia tra quest’immagine usata da Montale e il celebre mito della caverna di Platone.

Tuttavia, mentre in quest’ultimo l’uomo che si volta indietro ed esce dalla caverna conosce la verità delle cose (anche se con fatica), si libera quindi dall’illusione ed entusiasta vorrebbe diffonderla e comunicarla agli altri uomini ancora prigionieri delle illusioni come lui prima, per liberarli a loro volta, qui l’uomo coraggioso (il poeta) voltandosi non vede alcuna verità ma solo il vuoto, «il nulla», e rimane impietrito. Oltre l’illusione, di cui ci si nutre quotidianamente «come su uno schermo», Montale ci dice che non c’è niente, nessuna verità salvifica da rivelare. Permane però un senso di attesa di qualcosa che, d'improvviso, possa cambiare la condizione dell'uomo. È sempre un'attesa magica, che non attiene al mondo abituale, la speranza di una via d'uscita che viene tuttavia frustrata.

Stile

Da notare infine, da un punto di vista stilistico, la quasi-rima “miracolo-ubriaco”, che interrompe la perfezione delle altre rime (d’altronde il v. 4 è forse quello più tragico) e i termini “alberi-case-colli) accostati senza virgole o congiunzioni (per asindeto), cosa che provoca, come si può ben notare leggendo a mente la poesia, un’improvvisa accelerazione del ritmo che contrasta con quello meditato e sofferto di tutto il componimento, garantito sia dalla punteggiatura che dai versi lunghi.
Quest'accelerazione potrebbe rimandare alla velocità e all’assenza di pensiero e di riflessione in cui l’uomo vive nella sua realtà quotidiana, che è del tutto illusoria.

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