Foibe, il giorno del ricordo. Immagini e storia

Foibe, il giorno del ricordo. Immagini e storia A cura di Edoardo Angione.

Le Foibe e il giorno del ricordo. Immagini e storia degli eccidi avvenuti nella Venezia Giulia durante la Seconda guerra mondiale e nel dopoguerra

1Cosa sono le foibe?

Foibe istriane
Foibe istriane — Fonte: ansa

Istria e Dalmazia furono teatro, nella prima metà del ‘900, di violenti ed intensi conflitti che avevano complesse radici politiche ed etniche, che coinvolgevano l’Italia in primo piano, sia prima che durante il fascismo. In questa unità cercheremo di districare le ragioni e le conseguenze della dominazione italiana in Istria ed in Dalmazia, dell’invasione nazifascista della Iugoslavia durante la Seconda Guerra Mondiale, delle stragi iugoslave perpetrate dall’esercito di liberazione di Tito ai danni delle comunità italiane, che prendono il nome di foibe, ed infine dell’esodo degli italiani, che tra gli anni ‘40 e gli anni ‘50 dovettero per una serie di ragioni lasciare questi luoghi.

Una foiba è una cavità carsica con un ingresso a strapiombo
Una foiba è una cavità carsica con un ingresso a strapiombo — Fonte: istock

Il termine foiba indica una profonda buca, simile ad un pozzo, tipica delle regioni carsiche. Le foibe sono dei veri e propri abissi naturali, particolarmente utili per disfarsi di oggetti di grandi dimensioni. Nella Venezia Giulia, durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale, si diffuse l’usanza di gettare dentro le foibe i corpi delle vittime di scontri tra partigiani e nazifascisti, e quelli delle vittime di alcuni episodi di violenza di massa perpetrati dai partigiani iugoslavi. In questi anni si stavano ponendo le basi per la nascita della Iugoslavia, e a pagarne le conseguenze era la comunità italiana, che negli anni precedenti era stata dominante da un punto di vista governativo, ma anche protagonista di un violento processo di italianizzazione degli altri popoli che abitavano questi luoghi, sia prima che durante l’avvento del fascismo. 

In una foiba venivano generalmente gettati i cadaveri di prigionieri fucilati, che tuttavia potevano anche essere gettati in altri tipi di cavità, in particolare pozzi e miniere. In altri casi, le vittime delle stragi venivano gettate nelle foibe (o ‘infoibate’) mentre erano ancora in vita, senza alcuna speranza di sopravvivenza. Identificare con ‘foibe’ tutte le violenze iugoslave è fuorviante, perché la maggior parte delle vittime non venivano affatto gettate nelle foibe. Nonostante questo, nei titoli dei libri di storia, dei documentari e degli articoli di giornale, il termine ‘foibe’ è andato progressivamente ad indicare tutte le stragi perpetrate dagli iugoslavi tra le due prime ondate (1943 e 1945) e nell’immediato dopoguerra, per ragioni essenzialmente legate al forte impatto emotivo delle ‘infoibazioni’.    

2Un territorio complesso

Per capire le stragi iugoslave ricordate con il termine "foibe", è indispensabile calarsi nel contesto della Venezia Giulia, e cioè delle ex province di Fiume, Gorizia, Pola e Trieste. In queste province, prima dell’annessione all’Italia, abitavano già da molti secoli persone di lingua italiana ma di cittadinanza austriaca, mischiate, com’era stato normale in un impero non di carattere nazionale, a nutrite comunità di sloveni e croati. Vi era poi una folta comunità di tedeschi, ma anche vivaci minoranze costituite da ebrei, serbi, greci e turchi. I non-italiani erano in tutto circa mezzo milione di persone. Tra il 1918 ed il 1920, dopo la vittoria nella Prima guerra mondiale, l’Italia annette progressivamente la Venezia Giulia, provocando i primi esodi forzati di non-italiani, nonché l’inizio di un processo che già allora mirava alla forzata italianizzazione di queste popolazioni. L’insegnamento di lingue diverse dall’italiano venne proibito, le personalità di spicco delle comunità non italiane vennero internate, ed iniziò una copiosa immigrazione di italiani, provenienti in particolare dal veneto e dalla puglia.  

Marzo 1946: un poster bilingue promuove la "settimana del partigiano"
Marzo 1946: un poster bilingue promuove la "settimana del partigiano" — Fonte: getty-images

Le violenze perpetrate ai danni dei non-italiani che abitavano in Slovenia ed in Dalmazia risalgono ad ancora prima che il fascismo salisse al potere: un ottimo esempio è l’incendio del Narodni dom a Trieste, una “casa della cultura” che ospitava numerose associazioni ed attività della comunità slovena della città. Il 13 luglio del 1920, in occasione di un comizio fascista, il Narodni dom venne assediato dagli italiani, che dopo alcuni tafferugli appiccarono fuoco all’edificio con taniche di benzina. Completamente devastato al suo interno, il Narodni dom venne poi sottratto alla gestione delle associazioni patriottiche slovene (che sarebbero state presto sciolte dal regime fascista) e convertito in albergo.   

Con l’avvento del fascismo, poi, iniziò il periodo peggiore per croati e sloveni. Venne vietato l’utilizzo di lingue diverse dall’italiana negli uffici pubblici, le scuole croate e slovene vennero chiuse, centinaia di migliaia di persone furono obbligate a vedere il proprio cognome “italianizzato”, ed iniziarono presto ripetuti episodi di violenza nei confronti della comunità slava, non dissimili, del resto, alla violenza che il fascismo riservava anche in Italia a qualsiasi forma di opposizione politica e ideologica: bastava ormai parlare sloveno in pubblico per essere bastonati dagli squadristi e obbligati a bere olio di ricino.       

3Durante la guerra: le cause delle foibe

Benito Mussolini
Benito Mussolini — Fonte: getty-images

Il 6 aprile del ‘41 i paesi dell’Asse invasero la Iugoslavia. Il paese, già teatro di intense divisioni interne, venne smembrato, e l’Italia occupò alcune parti della Dalmazia, del Montenegro e della Slovenia, mentre i nazisti ottenevano la Slovenia settentrionale e occupavano militarmente la Serbia. In Slovenia, gli italiani istituirono la ‘provincia di Lubiana’, e la popolazione rispose con la guerriglia armata. La reazione fascista fu brutale: massacri di civili e incendi di interi villaggi. La famigerata “Circolare 3C” del comandante italiano nella provincia di Lubiana, Mario Roatta, comprendeva sanguinose rappresaglie nei confronti della popolazione slovena, uccisioni di ostaggi e internamenti ‘preventivi’ di intere famiglie e popolazioni di villaggi in campi di concentramento: tutte misure che furono applicate senza alcuna pietà. Nel febbraio del ‘42, la città di Lubiana venne circondata da un muro di filo spinato innalzato dagli occupanti fascisti e presidiato da torri di controllo: in questo modo la città era assediata; i maschi adulti vennero catturati e rinchiusi in campi di concentramento. Tutto considerato, le vittime dell’occupazione italiana in Slovenia (in particolare a Lubiana) furono più del 6% dell’intera popolazione.    

Foto di Josip Broz: capo dell'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia nel 1942
Foto di Josip Broz: capo dell'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia nel 1942 — Fonte: getty-images

Molti dei sopravvissuti ai massacri perpetrati dagli italiani e dai tedeschi si unirono alla resistenza antifascista iugoslava, sotto il comando di Josip Broz (nome di battaglia: Tito). Questa resistenza comunista non consisteva in semplici bande di partigiani: a partire dall’aprile del ‘41 stava assumendo i connotati di una formazione antifascista militare, l’Esercito popolare di liberazione della Iugoslavia (1942). A complicare le cose c’era anche la presenza dell’Esercito iugoslavo in patria (JVUO, anche detti cetnici), un’organizzazione rivale, monarchica e nazionalista, tendenzialmente antinazista ed inizialmente appoggiata dai britannici, ma pronta a collaborare coi fascisti italiani contro i partigiani di Tito e contro gli ùstascia, ultranazionalisti croati che rivendicavano la Dalmazia italiana. Ben presto, gli alleati riconobbero esclusivamente l’esercito di Tito.       

La lotta tra l’esercito di Tito e i nazifascisti fu durissima. Dopo l’armistizio (8 settembre 1943), molti italiani sarebbero tornati rovinosamente in patria, prefigurando il successivo “esodo”, di cui parleremo più avanti. Alcuni continuarono però a combattere a fianco dei nazisti (spesso occupandosi di rastrellamenti, esecuzioni, torture), mentre altri si sarebbero addirittura uniti a Tito. Man mano che liberava parti dei territori occupati, l’Esercito popolare di Tito organizzava comitati popolari governativi, stabilendo le basi per il futuro della Iugoslavia. Un futuro che purtroppo prevedeva, nei confronti di molti italiani in Istria ed in Dalmazia, una spietata resa dei conti che si sarebbe realizzata con l'eccidio delle foibe.

4Dopo l’armistizio: l’ondata del ‘43, verso le foibe

Marzo 1946: graffiti dei sostenitori di Tito a Trieste
Marzo 1946: graffiti dei sostenitori di Tito a Trieste — Fonte: getty-images

L’autunno del 1943, periodo immediatamente successivo all’armistizio dell’8 settembre, vide la prima ondata di violenza nei confronti degli italiani in Istria, che vennero in molti casi uccisi e gettati nelle foibe. Le strutture dello stato italiano si erano dissolte, ed i nazisti non fecero in tempo ad occupare tutti i centri strategici precedentemente gestiti dai fascisti, stabilendosi soltanto a Fiume, Pola e Trieste. L’Esercito di Tito colse l’occasione per assumere il potere nelle restanti zone dell’Istria. Una delle prime operazioni intraprese da questi ‘poteri popolari’, instaurati da contadini e partigiani, furono gli arresti di migliaia di italiani. L’Istria venne formalmente annessa alla Croazia, e venne istituito un tribunale rivoluzionario con sede nel castello della città di Pisino, dove vennero radunati gran parte degli italiani arrestati in tutta l’Istria. Gli obiettivi erano in primo luogo l’eliminazione (anche tramite le foibe, ma non solo) di ciò che rimaneva delle amministrazioni italiane, ma c’era di mezzo anche la rivalità di classe tra i contadini ed i possidenti italiani, tra gli operai e i dirigenti industriali.

Il dramma delle foibe
Il dramma delle foibe — Fonte: Ansa Centimetri

Vittime dell'eccidio delle foibe non furono soltanto i gerarchi e gli squadristi fascisti, gli impiegati, i militari e gli ufficiali, ma in generale qualunque figura avesse un ruolo di rappresentanza nella comunità italiana. La vecchia classe dirigente italiana era considerata un ostacolo all’affermazione del regime voluto da Tito, e per questo molte delle persone arrestate furono uccise in massa per tutto l’autunno del ‘43, anche perché l’avanzata dei tedeschi spingeva le nuove autorità a disfarsi in fretta dei prigionieri. Il potere popolare compì in Istria una vera e propria opera di “pulizia” nei confronti di coloro che erano considerati nemici del popolo: una definizione abbastanza vaga da includere chiunque non collaborasse con il movimento di liberazione, che stava assumendo i connotati violenti di una rivolta contadina, con episodi di linciaggio, distruzione e violenze sessuali. Le stime delle vittime di questa prima ondata di violenza oscillano tra le 600 e le 1000, tra cui si annoverano 84 corpi che vennero ritrovati alla fine dell’ottobre del ‘43 nella foiba di Vines, di cui 72 italiani e 12 militari nazisti; molti di loro erano stati gettati nelle foibe ancora vivi.

5Le occupazioni del 1945

Prigionieri di guerra il 1° febbraio 1941
Prigionieri di guerra il 1° febbraio 1941 — Fonte: getty-images

Ad aprile del ‘45 l’esercito della Iugoslavia aveva ormai sconfitto le forze tedesche in Croazia ed in Slovenia. All’inizio di maggio, nel 1945, l’esercito di Tito è ormai arrivato nella Venezia Giulia, occupando Trieste, Gorizia e ciò che restava dell’Istria, zone precedentemente occupate dai nazisti. Nella città di Trieste le armate Iugoslave arrivano il 1° maggio, quando il CLN ha già proclamato lo stato di insurrezione: l’obiettivo dell’esercito di Tito è invece quello di annettere la città alla Repubblica Popolare Jugoslava, eliminando i quadri dirigenti italiani.    

La violenza riguardò all’inizio in particolare i militari, sia tedeschi che italiani della Repubblica di Salò: centinaia di loro furono giustiziati immediatamente, altri furono internati nei campi di prigionia, molti di loro sarebbero morti in seguito alle violenze subite, alla fame e alle malattie. Stavolta, la logica era quella dell’eliminazione totale delle forze armate nel territorio: non soltanto chi aveva combattuto contro i partigiani, ma anche formazioni che collaboravano col CLN, come la Guardia di Finanza o la Guardia civica di Trieste, e che quindi avevano combattuto contro i tedeschi. Queste formazioni armate italiane, che volevano distinguersi dai fascisti davanti alle popolazioni e agli alleati, erano un vero e proprio problema per i dirigenti comunisti: qualunque formazione armata che non era affiliata nell’esercito di Tito andava infatti eliminata, e per questo tra le vittime vi furono addirittura alcuni partigiani italiani non comunisti, che il 30 aprile erano insorti contro i tedeschi.    

Le autorità della Iugoslavia ordinarono poi una seconda ondata di arresti di semplici cittadini italiani, in particolare a Gorizia e a Trieste. Anche in questo caso, alcuni venivano giustiziati immediatamente e gettati nelle foibe, altri internati nei campi di prigionia. E ancora una volta le vittime degli arresti non erano soltanto i nazifascisti responsabili degli orrori in Venezia Giulia prima del ‘43, o le autorità fasciste e i collaborazionisti: c’erano anche alcuni partigiani italiani affiliati al CLN, sloveni e croati contrari al nuovo regime, e svariati cittadini semplici legati in qualche modo al vecchio regime italiano. Altri italiani, come i comunisti che avevano aderito alle tesi iugoslave, non vennero colpiti, ma le vittime furono principalmente italiane. Uno dei luoghi-simbolo dell’ondata di violenza del ‘45 è rimasto il Pozzo di Basovizza, oggi un monumento nazionale, in cui vennero gettate un numero imprecisato di vittime dell’esercito di Tito.

6L'esodo

L'esodo dei profughi istriani cacciati da Pola il 7 febbraio 1947
L'esodo dei profughi istriani cacciati da Pola il 7 febbraio 1947 — Fonte: ansa

In seguito al Trattato di Parigi del 1947, l’Italia cede alla Iugoslavia un’ampia parte dell’Istria, Fiume, il territorio di Zara, il Carso goriziano e triestino, e la parte alta della valle dell’Isonzo. Trieste, con i comuni circostanti ed una piccola parte dell’Istria, passano invece al Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone e gestito dalla comunità internazionale (dal 1954 soltanto dall’Italia e dalla Iugoslavia). Sin dal 1943 alcuni italiani avevano iniziato a lasciare l’Istria e la Dalmazia, ma la maggioranza emigra in due ondate: la prima tra il 1947 (firma del trattato di Parigi) ed il 1951, la seconda ondata intorno al 1954 (memorandum di Londra). Le città più coinvolte furono sicuramente Zara, Pola e Fiume, ed in generale le comunità costiere, dove gli italiani vivevano da tempi immemori. Non è facile stabilire di preciso quanti italiani partecipano all’esodo, ma i dati più attendibili oscillano intorno alle 250.000 persone.

L’abbandono dei territori amministrati dalla Iugoslavia fu massiccio, anche a causa delle forti pressioni esercitate dal nuovo governo, che pur non emanando provvedimenti precisi per cacciare gli italiani, li considerava ostili al progetto di Stato di Tito. Gli italiani, dal canto loro, temevano ritorsioni, erano delusi da accordi che vedevano affidare i territori da loro abitati alla Iugoslavia, un regime comunista e straniero, ed erano stati segnati dalle ondate di violenza degli anni precedenti. La maggior parte degli esuli furono accolti dal Nord (in particolare Friuli-Venezia Giulia, ma anche Lombardia e Piemonte), altri scelsero di vivere in grandi città o in comunità costruite appositamente per loro nel meridione (come ad esempio la comunità di Fertilia in Sardegna). L’accoglienza di questi profughi non fu sempre positiva, in un’Italia ancora dominata da forti divisioni politiche. Soltanto così si spiegano episodi come quello del cosiddetto ‘treno della vergogna’: un convoglio ferroviario che, nel 1947, trasportava profughi passando per Bologna, dove venne bloccato dalle proteste di alcuni ferrovieri comunisti, che non volevano questi profughi italiani perché li consideravano ‘fascisti’. Molti dei profughi erano in realtà semplici operai e contadini, che non avevano nulla a che vedere col fascismo. A lasciare l’Istria e la Dalmazia non erano stati gli italiani di un particolare colore politico, ma un’intera popolazione spaventata da tanta violenza e dagli eccidi delle foibe.

7Una storia dimenticata

Il giorno del ricordo delle foibe a Trieste, il 10 febbraio
Il giorno del ricordo delle foibe a Trieste, il 10 febbraio — Fonte: ansa

In Italia, fino agli ultimi decenni del ‘900, gli storici ed in generale l’opinione pubblica del paese hanno parlato poco di foibe e di esodo giuliano-dalmata. Più in generale bisogna considerare che in Italia le vicende del confine orientale sono state sempre seguite con poca attenzione. Quando si è parlato di questi problemi, lo si è fatto - e spesso lo si fa tuttora - in modo politico, allo scopo di dare ‘ragione’ ad una delle due parti (Italiani o Iugoslavi, non comunisti e comunisti, fascisti o partigiani, etc.), più che allo scopo di dare una spiegazione ed un’interpretazione il più possibile razionali di ciò che era avvenuto. In questo modo, si sono alternate ipotesi incredibili da ambo le parti, come quelle totalmente negazioniste, secondo cui le vittime delle stragi delle foibe e delle violenze iugoslave erano soltanto nazifascisti e criminali di guerra, e quelle vittimiste, che vedono in questi episodi un tentativo di ‘genocidio’ di italiani.

Le spiegazioni più attuali e ragionevoli riconoscono sicuramente, da parte degli iugoslavi, un tentativo violento di intimidire la comunità italiana, che soltanto accettando interamente il nuovo regime sarebbe potuta sopravvivere al suo interno. Allo stesso tempo, le stragi e gli eccidi nelle foibe furono anche delle reazioni, delle brutali vendette nei confronti di popolazioni che venivano a loro volta viste come responsabili delle violenze e dei soprusi degli anni precedenti: quell’italianizzazione forzata che era stata voluta dal 1918, che era peggiorata con l’avvento del fascismo, e alla quale era seguita la sanguinosa aggressione alla Iugoslavia. In Iugoslavia, d’altro canto, Tito non stava soltanto collaborando con gli alleati alla sconfitta del nazifascismo, ma stava contemporaneamente costruendo, con lo strumento della lotta armata, un regime che lasciava ben poco spazio agli avversari politici, che andavano eliminati in modo preventivo.

Dal 2004, lo stato italiano ha istituito il Giorno del ricordo, una solennità civile nazionale celebrata il 10 febbraio di ogni anno, in ricordo delle vittime delle foibe, degli esodati, e di tutte le vittime “della più complessa vicenda del confine orientale”.

Non possiamo dimenticare e cancellare nulla; non le sofferenze inflitte alle minoranze negli anni del fascismo e della guerra, né quelle inflitte a migliaia e migliaia di italiani.

Pietro Grasso