Fine del '68: testo e commento alla poesia di Eugenio Montale

Di Redazione Studenti.

Testo e commento alla poesia di Eugenio Montale "Fine del '68", dove il poeta esprime la sua estraneità dal mondo. A cura di Marco Nicastro

FINE DEL '68: TESTO

Fine del '68 è una poesia di Eugenio Montale dalla raccolta Satura. Anche qui, come altrove, il poeta esprime il proprio senso di estraneità alla vita. 

FINE DEL '68
Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.

FINE DEL '68: COMMENTO

In questa poesia Montale esprime tutta la sua estraneità al mondo («dalla luna, o quasi»; «E tutto è molto strano»): una realtà solo apparentemente importante («modesto pianeta»), in verità fatta di tante cose a cui noi siamo soliti dare rilievo ma che l'autore, con l'intento di sminuirle, elenca meccanicamente come si farebbe con una lista della spesa.
Questo ridimensionamento ironico non esclude nulla, nemmeno lo stesso poeta. Si tratta di un atteggiamento dissacratorio che permea, come accennato, gran parte delle poesie di Satura, costituendo per l'autore la modalità privilegiata di osservazione del reale. Già in altri componimenti di questa raccolta infatti Montale aveva usato espressioni particolarmente chiare relative al proprio senso di estraneità alla vita. Ad esempio, solo per citarne alcune: «Coloro che hanno creduto / di saperne non erano essi stessi esistenti, / né noi per loro» (Xenia II, 13); «Non torba m'ha assediato, ma gli eventi / di una realtà incredibile e mai creduta» (Xenia II, 14); «Scampati / dal solo habitat respirabile / da chi pretende che esistere / sia veramente possibile» (Botta e risposta II).

LA REALTA' DI MONTALE: UNA DIMENSIONE INVIVIBILE

Il Montale di Satura non guarda più la realtà come se fosse una dimensione complessa circondata dal mistero in cui di tanto in tanto è possibile scorgere un barlume di senso, come nelle prime raccolte, ma la vede invece come una dimensione banale in cui tutto quanto possiamo conoscere è già presente in superficie, e proprio per questo più difficile da accettare per il suo carattere scontato.
Per questa ragione, chi per la propria intelligenza o sensibilità tende ad andare nelle cose più in profondità non può che sentirsene alienato. La realtà è una dimensione invivibile, in cui l'ombra della disperazione più totale (e del suicidio) aleggia continuamente. Viene da pensare che solo l'amore per qualcuno (qui la “mosca”, prima di tutto) e per la letteratura abbiano rappresentato per il poeta genovese un argine a quella possibilità. La poesia si conclude difatti con l'idea della morte che aleggia sotto l'allegria del Capodanno. Una realtà, quella della morte e della dissoluzione definitiva delle cose, ben più vera di quella apparente, l'unica credibile.

LA CRITICA SPIETATA ALLA SOCIETA' MODERNA

La morte però, benché “evento” per eccellenza della nostra vita di esseri autocoscienti – in quanto capace di dare un limite invalicabile e quindi la possibilità di conferirle un senso (come direbbe Heidegger) – diventa però un fatto come un altro nella società superficiale e mercificata in cui il poeta sente di vivere («se uno muore / non importa a nessuno»), a meno di non essere forse un personaggio noto. C'è dunque in questa poesia una critica spietata alla società moderna, espressa nel solito modo laconico che sarà sempre più tipico del Montale delle ultime raccolte. Una società che mentre festeggia e si bea di se stessa, si disinteressa del destino degli individui comuni, anche nel loro momento più tragico.
Nonostante il poeta sia certamente tra le persone note di quel tempo, e quindi escluso secondo questo ragionamento da quell'indifferenza, questo tragico destino sembra riguardare anche lui. Montale non si tira fuori dall'indifferenza di cui può essere oggetto ogni uomo nel suo dolore e nella sua solitudine. Lui, il grande poeta, è un uomo solo come tanti altri. («Dentro c'è anche l'uomo / ed io tra questi»).

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