Filosofia scolastica: rapporto tra fede e ragione

Filosofia scolastica: rapporto tra fede e ragione A cura di Giulia Guadagni.

Cos'è la filosofia scolastica e quali sono le caratteristiche principali? Origine, contenuti e filosofi del principale tema di dibattito della filosofia medievale

1La filosofia scolastica

Sant'Agostino
Sant'Agostino — Fonte: getty-images

Il termine “scolastica” indica la filosofia medievale dei secoli dal IX al XIV. Era utilizzato in modo dispregiativo dagli umanisti, che la consideravano astrusa, troppo concentrata su irrilevanti dispute dialettiche e asservita alla teologia.     

Col nome di “Medioevo” si indicano i mille anni di storia dell’Europa occidentale che vanno dal V al XV secolo. Pur tenendo conto delle grandi trasformazioni avvenute, ci sono alcuni elementi che si sono mantenuti stabili durante questo ampio periodo di tempo. Per esempio, l’ascesa e la diffusione del cristianesimo e il grande potere esercitato dalla Chiesa nella vita politica, culturale e sociale. La religione cristiana, con le sue credenze, i suoi dogmi, i riti e le strutture organizzative ha dominato la vita quotidiana, economica, sociale, culturale e politica di tutto il Medioevo.  

Fino al X secolo gli unici detentori della cultura scritta medievale erano i chierici, in particolare i monaci. Dall’XI secolo, con la ripresa delle città e la nascita di un nuovo ceto di “borghesi” l’alfabetizzazione e lo studio iniziarono a diffondersi anche tra i laici, in particolare attraverso l’istituzione di scuole cittadine. Nel XIII secolo poi furono fondate le università

I filosofi medievali erano cristiani. Il cristianesimo, come le altre religioni monoteiste (ebraismo e islam), si fonda su dei testi sacri, nei quali è contenuta la rivelazione divina. La verità, per i filosofi del Medioevo, è rivelata, già scritta e proviene da Dio. Compito della filosofia è interpretare, capire le sacre scritture. Si tratta di un’immensa differenza rispetto alla filosofia antica, che non aveva un simile fondamento religioso, né una verità a cui fare riferimento, né dei testi sacri da interpretare.   

Le sacre scritture (l’Antico e il Nuovo Testamento) erano le fonti principali ed essenziali della filosofia medievale, le eminentissima auctoritas. Tuttavia c’erano altri testi, altre auctoritates a cui fare riferimento. Nel Medioevo non si conosceva il greco, ma solo il latino. Inoltre, la maggior parte dei testi della filosofia antica, greca ed ellenistica, era andata perduta. Anche dei filosofi neoplatonici, che hanno tanto influenzato la filosofia medievale, non restava quasi nulla. Il neoplatonismo era conosciuto perlopiù attraverso gli scritti dei padri della Chiesa. 

Nei monasteri dell’Alto Medioevo, luoghi di trasmissione e produzione della cultura scritta, si studiavano:   

  • le opere di padri della Chiesa (tra i quali spicca Agostino, per l’immensa influenza che esercitò su tutta la filosofia medievale);
  • le opere dei primissimi autori medievali, come Gregorio Magno;
  • l’Organon di Aristotele, tradotto in latino da Boezio;
  • alcuni commenti ad Aristotele, come le Isagoghe di Porfirio;
  • il Timeo di Platone;
  • alcuni commenti di filosofi neoplatonici;
  • alcune opere o frammenti di Cicerone e di Seneca.

Nel Basso Medioevo, a partire dal XII secolo, si aggiunsero a queste altre opere. In particolare si riscoprì Aristotele, grazie alle traduzioni e ai commenti dei filosofi islamici, come Averroé. Oltre alla dirompente scoperta di Aristotele, iniziò a circolare anche qualche ulteriore dialogo platonico e le opere dei filosofi islamici ed ebrei.  

2Il rapporto tra fede e ragione

Una scuola risalente al 1469
Una scuola risalente al 1469 — Fonte: getty-images

Se la parola divina contenuta nelle Scritture è la verità rivelata da Dio, che ruolo devono e possono avere la ragione, la logica e il sapere filosofico, fondato sulle autonome capacità umane di riflessione e ragionamento? È possibile, o addirittura doveroso, discutere, interpretare, dimostrare logicamente le verità rivelate? Queste sono le domande della filosofia scolastica. Il rapporto tra fede e ragione, tra rivelazione e dialettica, è il suo nodo problematico fondamentale

Il rapporto tra verità rivelata e ragione può essere interpretato come una contrapposizione tra autorità e libertà, tra dogma e interpretazione, dove la libertà sta dal lato della dialettica e dell’argomentazione razionale e il dogma dalla parte delle Scritture, della rivelazione, della fede. Si tratta di una lettura anacronistica, che non tiene conto di come nel Medioevo il cristianesimo riguardasse tutti gli aspetti della vita umana. Non c’era separazione fra cultura, scienza e religione. La fede cristiana faceva saldamente parte della vita, ne permeava ogni aspetto: la socialità, la cultura, l’arte, la quotidianità. I filosofi medievali non si interrogavano sulla validità razionale delle verità rivelate. Piuttosto, si chiedevano se fosse possibile dimostrare razionalmente la superiorità della rivelazione, quale fosse il ruolo della dialettica e della logica e come funzionassero. 

2.1Credo ut intelligam, intelligo ut credam: l’accordo tra fede e ragione

Nei primi secoli della scolastica la maggior parte dei filosofi seguono l’impostazione agostiniana dell’accordo tra fede e ragione. Il motto di Agostino era credo ut intelligam, intelligo ut credam (credo per capire, capisco per credere). La ragione e la fede hanno bisogno l’una dell’altra. Per sapere e conoscere bisogna credere, e viceversa, senza il pensiero e l’esercizio dell’intelletto non può esservi fede. In modi diversi, appartengono a questa tradizione agostiniana Scoto Eriugena (810-877 circa), Anselmo d’Aosta (1033-1109) e Abelardo (1079-1142).  

Giovanni Scoto Eriugena (IX secolo) è considerato il primo grande filosofo del Medioevo. A proposito del rapporto tra rivelazione e ragione sosteneva che le due non potessero contraddirsi, perché entrambe erano emanazioni divine

San Tommaso d'Aquino
San Tommaso d'Aquino — Fonte: getty-images

Nell’XI e XII secolo, con la rinascita culturale, la discussione sul rapporto tra fede e ragione ritorna in auge, con nuovi argomenti e nuovi protagonisti. Le due posizioni prevalenti sono quella dei cosiddetti “dialettici”, che sostengono l’applicabilità della dimostrazione razionale ai problemi teologici, e quella di chi, al contrario, la nega (gli anti-dialettici). 

Anselmo fu priore di un’importante abbazia benedettina in Bretagna e poi vescovo a Canterbury, grande filosofo e teologo. Le sue due opere più celebri sono il Monologion e il Proslogion, scritte su invito dei monaci suoi allievi all’abbazia di Bec. 

Anselmo applica la logica e il metodo di argomentazione e indagine razionale della filosofia alle verità rivelate, per chiarirle e renderle evidenti. Nel Proslogion si trova la cosiddetta prova ontologica dell’esistenza di Dio, rimasta poi celebre e ampiamente discussa dalla filosofia dei secoli successivi. 

2.2Tommaso d’Aquino: teologia e filosofia

Tommaso d’Aquino visse fra il 1224 e il 1274, faceva parte dell’ordine dei domenicani ed era maestro di teologia all’Università di Parigi. È il più celebre fra i filosofi della Scolastica. Le sue opere più importanti sono la Summa contra gentiles e la Summa theologiae

Tommaso si impegna a definire lo statuto della teologia intendendola come la scienza sacra i cui principi sono rivelati da Dio. Tra ragione e fede non esiste contrasto, perché la verità è una sola, quella divina. Quando si verifica un contrasto tra le conclusioni raggiunte per via razionale e le verità rivelate, ciò significa che le prime non erano acquisite correttamente. Tuttavia, la filosofia e la teologia sono parzialmente autonome l’una dall’altra. La filosofia può servire la fede combattendo le dottrine errate e dimostrando i preambula fidei, ossia le verità preliminari che predispongono alla fede, come per esempio l’esistenza di Dio.