Filosofia cristiana: caratteristiche, filosofi e pensiero

Filosofia cristiana: caratteristiche, filosofi e pensiero A cura di Chiara Colangelo.

La filosofia cristiana e le differenze con la filosofia greca. Scopri chi furono i primi filosofi cristiani e aspetti filosofici del cristianesimo

1La Rivoluzione del Cristianesimo

San Tommaso d'Aquino e Sant'Apollonia. Scomparti di polittico di Giovanni Boccati
San Tommaso d'Aquino e Sant'Apollonia. Scomparti di polittico di Giovanni Boccati — Fonte: ansa

L’avvento del cristianesimo segnò una svolta irreversibile nel pensiero occidentale e nella speculazione filosofica. Difatti, la visione dell’uomo e del mondo che tale religione ha offerto ha segnato tutte le successive elaborazioni, si ponessero esse in continuità col messaggio cristiano o volessero ribaltarlo.
D’ora in avanti si ponevano tre alternative a chi voleva far filosofia: filosofare credendo, filosofare credendo pur tendendo distinta la “ragione” dalla “fede” o filosofare non credendo. Una cosa è certa: non si poteva far finta che il messaggio cristiano non avesse fatto il suo ingresso nel mondo.
Ma, sorgono spontanei alcuni interrogativi:

  • Su cosa è basato il messaggio cristiano e cosa ha a che fare la religione con la filosofia?
  • In cosa consisteva la novità del cristianesimo e in che rapporto si pose con la filosofia greca?    

2La verità del Cristianesimo e la filosofia

La religione cristiana consiste in una serie di credenze che l’uomo accetta in virtù di una “rivelazione”, ossia una verità testimoniata dall’alto, comunicata direttamente dalla divinità. L’insieme delle “verità rivelate” è contenuto in un testo sacro: la Bibbia. I libri di quest’ultima si dividono in due grandi gruppi:
- quelli dell’Antico Testamento, composti dal 1300 al 100 a.C. circa
- quelli del Nuovo Testamento, tutti composti nel I sec. d.C.
La religione cristiana, al contrario di quella ebraica che adotta unicamente l’Antico Testamento, riconosce entrambi i testi sacri. È interessante notare come la Bibbia non si configura come un insieme di verità frutto di autonome conquiste teoriche dell’uomo ma, al contrario, ha Dio stesso come autore. L’uomo agisce unicamente sotto “ispirazione divina” se non, addirittura, diventa un semplice esecutore materiale del comando divino di scrivere

Abituati ad intendere la filosofia come una ricerca razionale e autonoma sulla realtà, come possiamo parlare di “filosofia cristiana”?
I filosofi cristiani, infatti, sembrerebbero contravvenire e porsi agli antipodi di quell’atteggiamento libero e spregiudicato tipico dei predecessori. Ciononostante, la ricerca dei filosofi cristiani nasce da un’esigenza tutta interna alla stessa religione: chiarire a se stessi e agli altri il significato più profondo della “Rivelazione”, avvicinarsi tramite la ragione a Dio e, dunque, ad una comprensione autentica della “Rivelazione” stessa e, così, raggiungere la salvezza.
La filosofia cristiana si muove nel solco di una verità già data, all’interno di paletti ben piantati (nessun filosofo cristiano potrebbe, ad esempio, ammettere il politeismo) e in una dimensione collettiva, ma per la raffinatezza e la grande levatura morale dei suoi ragionamenti, costituisce a pieno titolo un ineludibile e imprescindibile passaggio nella storia del pensiero filosofico. 

Saranno gli stessi autori cristiani a porsi in continuità con la filosofia precedente per almeno tre ragioni:
- il pensiero cristiano si presentava come il culmine della filosofia greca: era l’approdo di quella ricerca della verità agognata sin dai tempi antichi
- Dio aveva creato in tutti gli uomini e in tutti i tempi una ragione (Logos) identica che, però, solo col cristianesimo poteva condurre alla piena comprensione della “Verità
- La dottrina cristiana veniva interpretata attraverso concetti che provenivano dalla filosofia greca, e quest’ultima subiva riletture deformanti alla luce della “Verità” biblica. 

3Cristianesimo e la frattura con la filosofia greca

La grandezza della filosofia cristiana consistette, dunque, soprattutto nella sua capacità di operare una sintesi a partire dalla tradizione ebraica e di porsi in continuità con la filosofia greca (utilizzando i suoi strumenti concettuali e la terminologia) innovandola, però, profondamente. Ciò dà origine ad un nuova concezione dell’uomo, del divino e del mondo che può essere così riassunta: 

  • Il monoteismo: Con la concezione cristiana si afferma in modo netto e incontrovertibile l’esistenza di un solo Dio, concepito come qualcosa di completamente superiore e “altro” rispetto al resto delle cose del mondo. Il famoso comandamento divino: “Non avrai altro Dio fuori di me” riassume nel migliore dei modi l’infinita potenza e assolutezza del Creatore. Tale concezione era sconosciuta nel mondo greco che, nella maggioranza dei casi, ammetteva nella sfera del divino una pluralità di entità.
  • Il creazionismo: La filosofia greca, per secoli, aveva offerto le più disparate teorie sull’origine degli esseri di cui la più celebre è sicuramente quella del filosofo Platone. Quest’ultimo aveva inteso il mondo come un’opera d’arte, una materia originaria plasmata da un’entità detta Demiurgo. Nessun filosofo dell’antichità aveva mai creduto, però, in un Dio buono e creatore che, dal nulla, aveva originato liberamente (volontariamente e gratuitamente) il mondo, quale era quello dei cristiani.
  • l’antropocentrismo: La dottrina ebraico-cristiana, al contrario della filosofia greca, mette al centro l’uomo, inteso come la creatura che ha uno statuto superiore rispetto a tutte le altre cose del mondo. È la stessa Genesi, contenuta nell’Antico Testamento, a specificarlo nel migliore dei modi: «Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame, su tutte le fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”».
  • La centralità dei comandamenti divini e della fede: Ai filosofi greci è estranea la concezione di un Dio che legifera in merito al comportamento nell’uomo: la legge morale è, per i Greci, la legge della natura. Nel cristianesimo c’è, dunque, una nuova concezione del bene (inteso come virtù, nel senso di vicinanza a Dio) e del male (inteso come peccato, nel senso di lontananza da Dio). Allo stesso modo, è la fede in Dio (e non la conoscenza) a costituire l’impegno e la realizzazione più alta dell’uomo.
  • Il peccato originale: la dottrina ebraico-cristiana fa annidare in una colpa originaria, quella della superbia di Adamo ed Eva, l’inizio dell’infelicità, della morte e del dolore dell’uomo. Per il cristianesimo, solo Gesù Cristo, fattosi uomo e morto sulla croce, aveva salvato l’umanità dal peccato mortale di cui si era macchiata. Una tale concezione rivoluzionava completamente l’antica credenza greca in una non ben specificata colpa originaria. Difatti, quest’ultima poteva essere cancellata soltanto attraverso il ciclo delle nascite (la metempsicosi) o avvalendosi della filosofia e della conoscenza in generale.
  • La nuova concezione dell’amore: Il pensiero greco, soprattutto attraverso il contributo di Platone, ha creato una celebre e intensa descrizione dell’amore-Eros, inteso come la forza che permette all’uomo di elevarsi, come mancanza-desiderio proteso verso qualcosa di alto. Al contrario, il cristianesimo ribalta questa concezione attraverso la sua idea di amore-agape. Per il cristiano è soprattutto Dio che ama, di un amore infinito, gratuito e disinteressato, non giustificato dalla levatura dell’oggetto. Dio è amore e ama fino al sacrificio della croce e l’uomo può essere portatore di amore solo nella fede e nell’amore disinteressato per il prossimo.
  • La resurrezione dei morti: nella filosofia greca domina il tema dell’uomo scisso tra corpo e anima, dove quest’ultima riveste un’importanza prioritaria, costituendo la vera essenza e destinata all’immortalità. Al contrario, il cristianesimo parla di resurrezione dei corpi (non più sentiti come la fonte di ogni negatività), che avverrà alla fine dei tempi (col Giudizio Universale) con l’avvento del Regno di Dio.
  • La concezione della storia: I Greci avevano in prevalenza una visione della storia ciclica, un’evoluzione che riportava l’umanità, se non il cosmo, sempre allo stadio iniziale. Il cristianesimo, al contrario, inaugurò una concezione della storia rettilinea, i cui eventi rappresentano delle tappe decisive verso un fine prestabilito. Il tempo cristiano è infatti scandito da un inizio (la Creazione) e da una fine (il Giudizio Universale) che dà all’uomo il senso stesso della sua vita. Al contrario dell’uomo greco che, distrutta la polis, si rifugia nell’individualismo, il fedele vive nella Chiesa, sicuro di star compiendo la volontà di Dio.