Femminismo: significato, caratteristiche e protagonisti

Femminismo: significato, caratteristiche e protagonisti A cura di Francesco Gallo.

Cos’è il femminismo? Storia del movimento che vuole ottenere la parità politica, economica e sociale tra i sessi e condizione del femminismo oggi

1Femminismo nell’Ottocento: la questione femminile e le suffragette

Movimento per i diritti delle donne nel 1967
Movimento per i diritti delle donne nel 1967 — Fonte: ansa

«Già dalla sua conformazione fisica, si capisce che la donna non è fatta per grandi lavori materiali né intellettuali. La colpa del vivere essa non la sconta agendo, ma soffrendo: con dolori del parto, con l’affanno per i figli, con la sottomissione all’uomo», scriveva nel 1851 il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer. Sembra sia passata un’eternità, ma in quello stesso anno negli Stati Uniti veniva brevettato il frigorifero e il «New York Times» mandava alle stampe il suo primo numero.
Il diciannovesimo secolo, quello in cui le masse si preparavano a diventare protagoniste della vita sociale, era anche il momento in cui stava emergendo con sempre più forza quella che prese il nome di “questione femminile”. La donna, all’epoca, era inferiore all’uomo (al padre, al fratello, al marito) e per tanto non le veniva concesso il diritto di voto, la possibilità di studiare all’università o l’accesso ad alcuni tipi di professione. Quando le era permesso di lavorare, nelle fabbriche per esempio, lo stipendio era sempre nettamente inferiore a quello dei colleghi maschi. Per giunta, la vita logorante in fabbrica per molte era più che altro una dura necessità che si sommava alle mansioni già svolte nei campi e poi, naturalmente, alle faccende di casa. Erano ancora lontani i giorni della consapevole scelta di un mestiere come un passo in avanti verso l’emancipazione. Per il momento le donne vivevano in semi schiavitù.  

Arresto di Emmeline Pankhurst mentre cerca di presentare una petizione al re Giorgio V (Londra, 21 maggio 1914)
Arresto di Emmeline Pankhurst mentre cerca di presentare una petizione al re Giorgio V (Londra, 21 maggio 1914) — Fonte: getty-images

Tuttavia l’esperienza collettiva di un lavoro spossante e sottopagato portò alla partecipazione attiva delle donne nelle prime agitazioni sociali che avvenivano all’interno delle fabbriche. Queste rappresentarono i primi fermenti di un cambiamento ancora confuso ma già in atto in alcuni Paesi sulla via dell’industrializzazione. È il caso dell’Inghilterra, che ebbe come protagonista indiscussa Emmeline Goulden. Nel 1879 sposò un avvocato anticonformista e di aperte vedute liberali di nome Richard Marsden Pankhurst, e insieme riuscirono a imporsi all’attenzione dell’opinione pubblica con il loro pervicace impegno nel favorire l’uguaglianza politica delle donne.
Nel 1894 Emmeline (che prese a firmarsi con il cognome del marito) fondò la Lega per il diritto di voto alle donne (Women’s Franchise League) fornendo così un grosso contributo all’ottenimento del diritto al voto per le donne nelle elezioni locali. Fu un primo passo di un lungo cammino che ben presto avrebbe trascinato fuori dalle mura domestiche anche milioni di donne. Donne “nuove”, già precocemente diverse dalle proprie madri, che interrogavano il mondo e reclamavano «una stanza tutta per sé», come scriverà più tardi Virginia Woolf.  

Nel periodo immediatamente precedente alla Grande Guerra, la questione femminile supera i confini della mera conquista del lavoro e si pone su un livello superiore: l’uguaglianza sociale e politica. Il suffragio universale comincia a diventare il tema più dibattuto di questi anni e continua a farsene portavoce Emmeline Pankhurst. Un po’ ovunque, queste donne che si agitavano per accedere a un necessario diritto cominciarono a essere chiamate “suffragette”, una parola che però indicava derisione e spregio. Le donne lo intuirono e decisero di alzare il tiro e surriscaldare ancor di più il clima: dagli scioperi della fame si passò alle dimostrazioni di piazza e alle marce davanti al Parlamento. Famosa, ormai, la fotografia che ritrae l’arresto della stessa Pankhurst, agguantata da due guardie mentre cerca di recapitare brevi manu una petizione al re Giorgio in persona.     

La foto ritrae la morte Emily Davison: viene travolta dal cavallo del re Giorgio V nel Derby di Epsom (4 giugno 1913)
La foto ritrae la morte Emily Davison: viene travolta dal cavallo del re Giorgio V nel Derby di Epsom (4 giugno 1913) — Fonte: getty-images

Così, davanti alla decisa resistenza delle istituzioni e della politica, si passerà in breve tempo all’azione più decisa e violenta, con attentati a edifici pubblici, vetrine di negozi in frantumi, incendi e sfregi di quadri nelle gallerie d’arte.
Uno degli avvenimenti più tragici in tal senso si verifica il 4 giugno 1913. Mentre si sta svolgendo il consueto Derby di Epsom, tra la folla assiepata dietro il recinto di legno sul bordo della pista c’è anche la nota attivista inglese Emily Davison, molto amica di Emmeline Pankhurst. È intenzionata a compiere un’altra delle sue pericolose e provocatorie imprese. Il piano consiste nell’avvicinarsi il più possibile al recinto, attendere il passaggio del cavallo del re e poi tentare di attaccare alle sue briglie la bandiera del movimento femminista per farla sventolare fino al traguardo, dando così grande visibilità alla causa in occasione dell’avvenimento mondano. Un gesto folle, che infatti provocherà una tragedia. Come si può vedere dalle immagini registrate da una macchina da presa dell’epoca, in un solo secondo Emily viene violentemente travolta da Anmer, il cavallo in corsa di re Giorgio V, e trascinata a terra per qualche metro. Con le ossa rotte e una terribile frattura al cranio, morirà quattro giorni dopo in ospedale. Recentemente è stata collocata una targa a Westminster per commemorare la sua figura. La placca riporta questa scritta: «Questo è il modesto tributo a una grande donna che si è dedicata a una grande causa, che non ha vissuto abbastanza per vederla realizzata, ma che ha avuto un ruolo importante nel renderla possibile». 

2Le donne durante la Prima Guerra mondiale

Florence Nightingale: fu la prima donna a ricevere l'Ordine al merito per i suoi instancabili sforzi durante la guerra di Crimea
Florence Nightingale: fu la prima donna a ricevere l'Ordine al merito per i suoi instancabili sforzi durante la guerra di Crimea — Fonte: getty-images

In quella che a più riprese venne definita una “guerra totale”, milioni di donne, anziane e giovanissime, contadine e intellettuali, ricche borghesi e proletarie, si erano ritrovate da un giorno all’altro ad assumersi la responsabilità e la conduzione del proprio Paese orfano dei suoi uomini più validi, tutti impegnati al fronte. Per la prima volta furono costrette a svolgere lavori e funzioni esercitate fino ad allora quasi esclusivamente dagli uomini, e così andarono a occupare il posto degli operai nelle fabbriche, degli impiegati negli uffici pubblici e degli autisti a bordo dei tram. Si cimentarono anche in mestieri che non avevano propriamente una connotazione femminile: campanaro, fabbro, cantoniere, barbiere, cancelliere e persino pompiere. «Tutti i lavori che dovevano fare gli uomini li facevo anch’io», racconta una donna. «Andavo persino a sporgere i covoni, a scaricare il grano, ad aiutare a trebbiare quando veniva la macchina». E non manca anche chi ricorda quei momenti come un divertimento, un’occasione insperata di socialità: «Eravamo ragazze giovani, ed era quasi un divertimento».     

Ma il lavoro della donna che durante la guerra più si consolidò nell’immaginario collettivo fu quello dell’infermiera, della crocerossina al fronte. Angeli consolatori, si diceva, assistenti e supplenti dell’uomo. Essere infermiera, però, era considerata cosa ben diversa dall’essere medico. A questi ultimi era affidato il compito scientifico della diagnosi e della terapia, a quelle solo il compito della cura e della consolazione. Matilde Seraro, l’allora direttrice del «Giorno», nel suo Diario femminile di guerra scriveva che le donne si dedicavano a opere di assistenza «allo scopo di civettare». Non le era piaciuto un episodio che aveva fatto scandalo: alla fine di una giornata di lavoro al fronte, alcune giovani infermiere si erano intrattenute a ballare con gli ufficiali. In realtà, se qualche volta ballavano o civettavano, le crocerossine ne avevano ben donde.
Sfiancate nel fisico e nello spirito da un’assistenza continua a feriti e moribondi, nel corso della giornata avevano pochi momenti di ristoro. Per di più la maggior parte di loro non era abituata alla fatica: provenivano da famiglie aristocratiche o molto agiate e ave- vano studiato in collegi esclusivi, ma avevano sentito, come molte altre donne nelle classi colte europee, il dovere di mettersi al servizio della patria. Furono probabilmente ispirate dall’esempio di Florence Nightingale, la giovane inglese che ai tempi della guerra di Crimea si era offerta volontaria e, tra mille difficoltà e ostilità delle gerarchie militari, era riuscita a riorganizzare l’intera struttura degli ospedali da campo e a dare grande dignità alla figura dell’infermiera, fino ad allora considerata poco più di un’inserviente.
Della stessa pasta senza dubbio era fatta anche la sua seguace Edith Louisa Cavell, che divenne il vero simbolo contemporaneo delle donne in guerra. Anche lei era un’infermiera britannica cinquantenne, e dirigeva un reparto ospedaliero in Belgio. Fu processata e fucilata dai tedeschi il 12 ottobre 1915 per aver aiutato a fuggire in Olanda alcuni prigionieri francesi e inglesi, e anche alcuni cittadini belgi.

    

Con turni massacranti che spesso superavano le ventiquattro ore, le crocerossine non dovevano soltanto curare le ferite, consolare i mutilati e assistere i medici nelle sale e nelle ambulanze operatorie, ma anche cucire, lavare e stirare, fare bende con le lenzuola logore e tenere pulite le corsie. Tuttavia, sia pure in un ambiente duro e doloroso, per la prima volta ebbero l’occasione di assaporare la libertà, la possibilità di viaggiare da sole, di assumersi responsabilità, di sperimentare l’autostima.
Dalle diverse esperienze delle donne nella Grande Guerra emersero effettivamente i tratti di una nuova femminilità, l’immagine di una donna emancipata dalla condizione subordinata nei confronti dell’uomo. Nelle fotografie dell’epoca le donne ritratte nelle mansioni un tempo riservate agli uomini e nelle relative divise appaiono generalmente fiere, sorridenti e contente.
Tutto ciò comportò la rottura di alcuni tabù e di alcuni confini tra i compiti e i ruoli, una nuova confusione e mescolanza dei generi e appunto un senso inedito di libertà per le donne: vivere sole, uscire da sole e assumersi da sole certe responsabilità erano concetti che un tempo apparivano impossibili se non pericolosi, e ora divenivano per molte possibili anche se non sempre accettate senza riserve dagli altri. Il «Corriere della Sera» parlava in questo senso di una “Penelope moderna”, non più impegnata a fare e disfare la sua tela in attesa dell’uomo, ma a sostituirlo attivamente nei compiti lasciati sguarniti. L’uscita dalla famiglia per l’assunzione di un lavoro esterno, la disponibilità di un salario e il senso d’indipendenza che ne derivava favorirono ad esempio la diffusione di comportamenti come bere alcolici, fumare, uscire di sera, frequentare locali di divertimento, che prima erano considerati prerogativa dei maschi adulti. In tutta Europa si creò così una frattura nell’ordine familiare e sociale che non si esaurì con la guerra, ma ebbe conseguenze più o meno incisive anche nei decenni a seguire.

3Femminismo negli anni Venti: arrivano le flappers

Donne Flapper
Donne Flapper — Fonte: getty-images

Il cambiamento radicale in atto in quegli anni si amplificò nel decennio successivo, soprattutto nel campo della moda. «In tempo di guerra si accorciano le gonne e si allungano le collane», recitava un vecchio motto popolare. La massiccia presenza femminile nei posti di lavoro aveva infatti imposto la semplificazione delle linee e degli accessori, accelerando una tendenza che si era già andata manifestando nel decennio precedente al conflitto. Gonne sempre più attillate e giacche di taglio quasi maschile segnavano il cambiamento dei tempi. Le gonne lunghe e strette di un tempo si fecero più ampie e vennero tagliate di parecchi centimetri per consentire un’andatura più libera, e anche le pettinature diventarono più semplici, con i capelli raccolti dietro la nuca o tagliati appena al di sotto del lobo dell’orecchio. Una tendenza che si sarebbe via via trasformata nella moda dei capelli alla garçon, in Italia detti “alla maschietta”.     

La stilista francese Coco Chanel nel 1962
La stilista francese Coco Chanel nel 1962 — Fonte: getty-images

Era stata la stilista Coco Chanel ad assecondare e incoraggiare quel tipo di donna anticonformista e indipendente che aveva conquistato la scena del XX secolo e che usciva dal conflitto completamente trasfigurata. Capelli corti a caschetto, pantaloni e virilissime cravatte, la nuova femminilità divenne sportiva, di una donna che amava viaggiare, non disdegnando il fumo e i costumi sessuali disinibiti. Paradossalmente la stilista cominciò a costruire la sua fortuna proprio durante gli anni del conflitto. Quello di Chanel era l’unico negozio di abbigliamento rimasto aperto e offriva capi di vestiario che in quella situazione si presentavano pratici e adatti alle esigenze. Coco disse di quel tempo: «Finiva un mondo, un altro stava per nascere. Io stavo là; si presentò un’opportunità, la presi. Avevo l’età di quel secolo nuovo che si rivolse dunque a me per l’espressione del suo guardaroba. Occorreva semplicità, comodità, nitidezza: gli offrii tutto questo, a sua insaputa». Nacquero così le cosiddette flappers dei roaring twenties, rappresentate al cinema dall’attrice Louise Brooks o catturate nelle pagine di Francis Scott Fitzgerald in Di qua dal Paradiso, più che un semplice romanzo un vero e proprio manifesto dell’epoca. Le donne dei ruggenti anni Venti sconvolsero il costume, indifferenti dell’opinione pubblica e, anzi, un po’ compiaciute dello scandalo procurato. La guerra aveva dunque mescolato definitivamente gusti e necessità, uniformando anche internazionalmente la moda. Nonostante gli infiniti lutti e le drammatiche privazioni, stagione dopo stagione, le donne si erano innamorate della libertà dei propri corpi. E niente sarebbe più tornato come prima. 

    

4Donne e fascismo

Dopo il famigerato discorso di Mussolini pronunciato alla Camera nel 1925, non rimanevano più dubbi ormai che quella del Duce fosse a tutti gli effetti una vera e propria dittatura. L’intera organizzazione della società, al fine di consolidare ancora di più il proprio controllo sulle masse, interessò notevolmente anche le donne. Con un altro discorso, quello dell’Ascensione, pronunciato nel maggio del 1927, Mussolini delineò anche la politica demografica che ebbe inevitabili ripercussioni sulla libertà riproduttiva della donna italiana.
Al centro degli obiettivi nazionali, infatti, venne posta la «difesa della razza». Una difesa volta a raggiungere lo scopo di far crescere la popolazione italiana a 60 milioni di abitanti. Un’intera nazione impegnata a combattere il calo demografico post-bellico e a espandersi imperialisticamente. Era una dottrina che identificava la potenza con la forza del numero e che interessava uomini, donne e bambini. Se l’Italia non fosse divenuta un impero, ripeté il Duce, sarebbe diventata «certamente una colonia».     

Nella sua ossessiva richiesta di «nascite, ancora nascite», la dittatura navigò tra l’incoraggiamento dell’iniziativa individuale e l’offerta di concreti incentivi statali. L’ONMI, ossia l’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia, rappresentò meglio di qualsiasi altra iniziativa questo lato riformista. Essa si occupava principalmente di proteggere e tutelare madri e i bambini in difficoltà, e fu appoggiata da cattolici e nazionalisti. Altre riforme simili riguardarono le esenzioni fiscali concesse ai padri con famiglie numerose a carico, i congedi e le previdenze statali in caso di maternità, assegni familiari erogati ai lavoratori salariati nonché premi in denaro alle coppie più prolifiche. Una maggiore possibilità economica, si pensò, avrebbe potuto spingere la famiglia di un impiegato ad avere un secondo figlio.      

I nemici giurati di questa politica furono il celibato e l’aborto. La singolare tassa sul celibato mirò a colpire gli uomini «morbosamente egoistici, cioè scapoli o sposati senza prole». Per questo, Mussolini invitò le famiglie fasciste a mostrare, grazie alla prolificità delle donne, che l’Italia non era più «impestata di edonismo, borghesismo e filisteismo». Ciò nonostante, le donne italiane, soprattutto quelle appartenenti alla classe operaia urbana, volevano avere meno figli. «Un figlio unico, un figlio unico noi vogliamo». E per raggiungere tale scopo praticarono talvolta una pianificazione familiare attraverso l’aborto.
Ma si trattava di una pratica pericolosa, sia per la propria incolumità fisica, sia dal punto di vista legale nonché etico. Il governo considerò l’aborto fuorilegge, un vero e proprio crimine contro lo Stato. Con l’interruzione di gravidanza praticata in casa dalla “comare” del quartiere si correvano elevati rischi d’infezione invalidanti e danni fisici permanenti, ma rivolgersi a un medico professionista diventò pressoché impossibile.
Un altro ramo dell’organizzazione sociale e politica delle donne furono le strutture organizzative a esse dedicate: quella dei Fasci Femminili, quella delle Piccole italiane e delle Giovani italiane e, più importante di tutte, quella delle massaie rurali. Tuttavia, si trattò perlopiù di organismi poco vitali, la cui funzione principale risiedeva nel valorizzare le loro virtù domestiche, ribadendo l’immagine tradizionale di «angelo del focolare» diffusa attraverso la stampa, la letteratura fascista e i testi per la scuola. Anche secondo Mussolini le donne erano angeli o demoni, «nate per badare alla casa, mettere al mondo dei figli e portare le corna».      

5Partigiane: le donne durante la Seconda guerra mondiale

8 settembre 1943. Dopo l’annuncio dell’armistizio, le donne italiane cominciarono spontaneamente a soccorrere prigionieri e militari allo sbando. Fu questo il primo atto di resistenza femminile. Con la Resistenza la donna diventa protagonista di un avvenimento storico a fianco degli uomini. Accetta la guerra come individuo che vi partecipa responsabilmente di persona; accetta la guerra con le sue regole di violenza; e la guerra non le risparmierà alcuna violenza. Le donne arrestate, condannate, torturate, sono 4.563; le donne fucilate o che nel corso di azioni armate caddero, furono 623; le donne deportate in Germania furono circa 3.000.
In montagna parteciparono a tutte le azioni delle formazioni partigiane; e in montagna la donna scoprì un’altra dimensione di sé. Lì, se necessario, poteva prendere il controllo della situazione, condurre una azione militare, guidare una formazione di soldatesse. Oltre cinquecento sono state le donne cui sono stati affidati compiti di comando anche militare.   

Nessuna restò alla finestra. E anche se è vero che solo una minoranza di loro combatté attivamente, è altrettanto vero che la guerra non mancò di coinvolgere tutte le donne del Paese. Anche perché in guerra per le donne ci fu più probabilità di morire schiacciate sotto le macerie di un edificio bombardato o in un treno improvvisamente mitragliato che di essere colpite da una pallottola in combattimento. Queste donne, però, alla fine del conflitto non ottennero alcun riconoscimento. Non ebbero imprese eccezionali da tramandare, loro, ma solo quella della quotidiana lotta per la sopravvivenza, lasciata passare colpevolmente in secondo piano. Nonostante questa inedita forma di emancipazione, molte donne avrebbero dovuto attendere ancora qualche anno per accedere al voto in Italia.  

6Anni Cinquanta: le donne e la Guerra Fredda

La Guerra Fredda fu uno scontro che durerà più di cinquant’anni e che abbracciò l’intero raggio degli interessi sociali, dunque anche la questione femminile. L’Italia, chiamata con le elezioni del 1948 a scegliere da che parte stare, o con gli Stati Uniti o con l’Unione Sovietica, non ebbe dunque tempo e modo per cucire un nuovo vestito indosso alle donne che erano appena uscite dal secondo conflitto mondiale, spesso con in braccio il fucile della resistenza. D’altronde, Alcide De Gasperi, già durante il primo Convegno nazionale del Movimento femminile della Democrazia Cristiana, concluse così il suo intervento rivolgendosi alle nuove elettrici: «Abbiamo bisogno di voi soprattutto come spose e madri».
Anche dall’altra parte della barricata politica l’idea sulla questione femminile non era molto diversa. Nel 1945 l’«Avanti!» invitò gli uomini a non far allontanare la donna da casa, poiché quello «è il suo regno»; e molto seguito ebbe l’ordine che un partigiano impartì a sua moglie – fino a pochi mesi prima armata al suo fianco sulle montagne – quando, davanti a un suo desiderio di cimentarsi in un corso di infermeria, lui le si oppose dicendo «sta’ zitta e vai in cucina», frase che ha regalato il titolo ad un libro di recente pubblicazione.

Marilyn Monroe in una posa stile pin-up
Marilyn Monroe in una posa stile pin-up — Fonte: getty-images

Alla fine degli anni Cinquanta, nel punto forse più drammatico della Guerra Fredda, con il mutare della Storia cambiò anche l’immagine della donna. La rappresentazione che ne diedero gli Stati Uniti, già a partire dalla Seconda Guerra mondiale, fu quella sensuale, procace e ammiccante delle pin-up. Letteralmente «ragazze da appendere», e infatti le fotografie di queste fanciulle venivano appese dai soldati all’interno degli armadietti o sulla parete vicino al letto nella caserma. Negli anni Cinquanta troviamo però una donna che diventa più disponibile, con un fisico prorompente le cui forme generose promettono prosperità e opulenza dopo la lunga fame patita durante la guerra. Ne divennero simbolo attrici e modelle come Ava Gardner e Rita Hayworth, Marilyn Monroe e Bettie Page, e in Italia Gina Lollobrigida e Sophia Loren. Proprio la Page, forse quella più fornita di una naturale carica erotica, arrivò a disegnare da sola i suoi bikini, che sfoggiò sulle copertine della nuova rivista Playboy di Hugh Hefner, che da quel momento veicolò i sogni proibiti di intere generazioni di uomini. Il suo contraltare, l’immagine più addomesticata, degna di diventare anche un modello per le giovani fanciulle, fu la celebre bambola di nome Barbie

Nel frattempo in Italia si stava dibattendo ancora sul tema della prostituzione, soprattutto da quando il 20 febbraio 1958 fu approvata la Legge Merlin che di fatto sancì la chiusura delle case di tolleranza. Fu un provvedimento simbolicamente importante per quella riappropriazione del corpo verso cui molte donne si stavano gradualmente dirigendo. Lina Merlin, l’ex partigiana e socialista che diede il proprio nome alla legge, fu a ogni modo al centro di aspre critiche, che arrivavano sia da destra che da sinistra e che alimentarono polemiche in Parlamento e sulle colonne dei quotidiani dell’epoca.  

Mentre l’Occidente in un modo o nell’altro accostava al modus vivendi proposto dagli americani attraverso il cinema, la musica e, di lì a poco, la televisione, si allontanava il sistema di riferimento alternativo, quello che veniva presentato dai sovietici. Ciò valeva ovviamente anche per il mondo femminile. «Nessuno Stato, nessuna legislazione democratica» scriveva Lenin già negli anni Venti «hanno fatto per la donna la metà di ciò che ha fatto il potere sovietico durante i suoi primi anni di esistenza». In effetti, dal 1917 al 1944 l’URSS era stato un immenso e operoso laboratorio di sperimentazione sociale, e il caso della donna sovietica fu quanto mai esemplare: nel solo 1917, le sovietiche furono le prime donne a scendere in piazza per protestare contro la guerra, le prime in Europa ad accedere al diritto di voto, le prime a conquistare il divorzio, le prime ad avere uguaglianza assoluta di diritti con i mariti, le prime a usufruire del diritto di maternità sul posto di lavoro, le prime a vantare un membro del governo femminile: Aleksandra Kollontaj.  

Questa improvvisa e rapida spinta femminista sovietica conobbe una stasi quando salì al potere Iosif Stalin. Dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, il Segretario generale del PCUS, senza alcun dibattito preliminare neppure fittizio, abolì il matrimonio «di fatto», soppresse la scuola mista, creò il titolo di «madre eroica» per le donne capaci di partorire più di dieci figli, tassò celibi e coppie senza figli e rese il divorzio pressoché impossibile da applicare.
Con l’inasprirsi della Guerra Fredda, la situazione peggiorò. L’isolamento sovietico portò a un decreto che vietò qualsiasi matrimonio con cittadini stranieri. La situazione parve cambiare nuovamente dopo la morte di Stalin nel 1953. Dopo qualche anno, vennero nuovamente autorizzati l’aborto e il divorzio senza alcuna restrizione.   

7Le donne negli anni Sessanta e il nuovo corso

Betty Friedan (1921-2006): un'attivista e teorica del movimento femminista
Betty Friedan (1921-2006): un'attivista e teorica del movimento femminista — Fonte: getty-images

Gli anni Sessanta, oltre che dal boom economico e dalla contestazione giovanile, furono investiti anche da una nuova ondata di femminismo. Dopo aver ottenuto ormai ovunque l’importante diritto al voto, questa volta lo scontro si concentrò sulla rivendicazione di un trattamento egualitario sul posto di lavoro. Una pretesa che, al di là dei suoi aspetti puramente economici, volle far luce sul problema più generale della condizione delle donne nella società e metteva implicitamente in discussione gli equilibri e i ruoli interni alla struttura familiare tradizionale.
La questione centrale della protesta femminile e femminista che si protrasse per tutto il decennio ebbe origine negli Stati Uniti alla metà degli anni Sessanta e trovò i suoi testi fondamentali negli scritti di militanti come Betty Friedan e Kate Millet. Le donne considerarono per la prima volta la propria insoddisfazione, ambivano a qualcosa in più rispetto al marito, ai figli e a una casa. Fu considerata una nuova corrente che rappresentò una svolta netta rispetto alla fase precedente sia per la radicalità degli obiettivi, sia per la novità dei bersagli della lotta: la contestazione di tutti i modelli culturali legati al maschilismo, l’esaltazione dei modelli tipicamente femminili, i nuovi slogan come «donna è bello», l’affermazione del separatismo rispetto agli uomini, l’autonomia di ogni gruppo politico e l’adozione del collettivo femminista come principale forma di aggregazione e di militanza. Si lottò poi per la legalizzazione dell’aborto volontario, la riforma del diritto di famiglia, l’accesso alle nuove professioni e all’università. Fu in sostanza una più ampia critica al modello femminile proposto sia dalla cultura tradizionale che da quella dei mass media e dalla pubblicità.    

Per contrastarlo e ricominciare a riappropriarsi del proprio corpo, si passò anche dalla moda: era il 1963 quando la stilista inglese Mary Quant lanciò il capo di abbigliamento destinato a cambiare ancora una volta l’immagine femminile: la minigonna. E Twiggy, la top model simbolo della Swinging London, la sfoggiò spesso lungo Carnaby Street per poi esportarla in tutto il mondo. In pochissimo tempo divenne il simbolo della donna anni Sessanta. Niente più curve e forme generose tipiche del decennio passato: si tornò alla silhouette che illudeva le donne di essere eterne teenager. Da quel momento la magrezza cominciò a costituire il canone dell’erotismo e della bellezza internazionale. Ma la minigonna fu soprattutto un chiaro messaggio da parte del mondo femminile al pianeta: le donne avevano ripreso possesso del proprio corpo.

8Gli anni Settanta e il post-femminismo

Femminismo
Femminismo — Fonte: istock

All’inizio degli anni Settanta, quando le nuove ondate di proteste dal mondo femminile furono lette dalla maggioranza come il sintomo di un rinnovato disordine sociale, si cominciò a parlare un po’ ovunque di “post-femminismo”. Questo il nome coniato dalla stampa per tentare di incasellare e dare un’etichetta a un movimento sociale, culturale e politico di cui non si riusciva più chiaramente a comprenderne l’evoluzione.
La rinnovata capacità delle donne di rivendicare i propri diritti in relazione ai numerosi mutamenti sociali dell’epoca fu il segnale di un’accresciuta percezione del mondo. Questo processo camaleontico riguardò soprattutto il terremoto sociale che alcuni Paesi subirono in seguito ad alcune evoluzioni nei sistemi politici, che per la prima volta dovettero aprirsi all’aborto e al divorzio.
Tutto ciò ebbe innegabili effetti politici in tutta Europa. Nel Regno Unito, per esempio, le donne riuscirono a conquistare l’Employment Protection Act, con il quale si rese obbligatoria la retribuzione anche durante il periodo di maternità e vennero annullati, di fatto, gli ingiusti licenziamenti durante la gravidanza. L’abolizione del reato di aborto in alcuni Paesi non riguardò solo la sfera giuridica o politica, ma fu una questione che penetrò a fondo nel significato dell’identità femminile al confronto con la società moderna. Parlare di aborto significava chiamare in causa la sessualità delle donne, la famiglia e il ruolo di madre e moglie. Porsi domande quali: «per il piacere di chi sono rimasta incinta? Per il piacere di chi sto abortendo?», come suggerivano alcune di loro, rappresentò il primo passo verso l’abbandono della propria identificazione con gli uomini, padri o mariti che fossero.    

Nel 1971 circa 400 donne tedesche per necessità dichiararono coraggiosamente di aver interrotto la gravidanza in maniera volontaria. Questa mobilitazione portò a una revisione della legge che inizialmente garantiva l’aborto libero solo nei primi tre mesi di gravidanza. Paradossalmente, proprio la cattolica Germania Ovest divenne ben presto il centro nevralgico di questo tormentato momento di transizione, che fu però anche galvanizzante e si estese poi nella sfera politica. A Berlino Ovest, infatti, tra il 1971 e il 1981 la rappresentanza femminile all’interno dei partiti politici raddoppiò, e vennero creati degli appositi uffici dedicati agli affari delle donne.     

Anche in Italia il movimento femminista prende forma e per la prima volta assume dimensioni di massa. Negli anni ‘70 le piazze del nostro Paese vengono invase dalle donne, decise a rivendicare diritti ancora negati, come quello di divorziare o di interrompere una gravidanza indesiderata. Le battaglie per l’aborto e il divorzio sono le più famose, ma non le uniche. Nel 1974 il “popolo di sinistra”, alleandosi con tutte le forze laiche, vinse la sua prima importante battaglia al referendum abrogativo della legge che quattro anni prima aveva istituito il divorzio. In termini percentuali il divorzio era prevalso con il 52% contro il 48%. Un discorso analogo può essere fatto a proposito dell’aborto. L’iniziativa, questa volta, fu presa dai radicali che nel 1975 raccolsero le firme per un referendum abrogativo della legge che condannava l’aborto come un reato. Per evitare il referendum, la Dc accettò di trattare e nell’aprile del 1978 fu approvata una legge che non lo considerava più punibile, ma lo disciplinava. Si formò lo stesso schieramento parlamentare che aveva approvato la legge sul divorzio e con una maggioranza identica in termini percentuali: 52% contro 48%.    

Il Paese sulle due questioni continuò a restare molto diviso. Così, il 17 maggio 1981, il popolo italiano fu chiamato a pronunziarsi sulla richiesta di abrogazione di una legge (la 194, approvata il 22 maggio 1978), che consentiva l'aborto volontario entro i primi novanta giorni dal concepimento e addirittura ne prevedeva il finanziamento statale. Il 68% degli italiani decise di mantenere in vigore la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza così com’era stata approvata dal parlamento il 22 maggio del 1978. E com’è ancora oggi nonostante i tentativi di ritoccarla nel corso degli anni.    

9Il femminismo negli anni Ottanta e Novanta: una nuova era

L’onda positiva degli anni Sessanta e Settanta che portò sempre più donne nel mondo del lavoro continuò la sua spinta. Il binomio donna e lavoro divenne ormai una realtà consolidata e irreversibile: nei Paesi industrializzati il tasso di occupazione tra le donne crebbe sempre più, e gradualmente diminuì la differenza salariale tra i sessi. Questa ascesa al mondo del lavoro era legata al contemporaneo aumento della presenza femminile nelle scuole superiori e nelle università.  

Con il diploma o con la laurea in mano, sempre più donne furono in grado di trovare impieghi in linea con il loro percorso di studi. Anche le professioni più ambite cominciarono ad annoverare donne nelle mansioni di maggiore rilievo. Nonostante questi indubbi progressi, però, soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale in molte famiglie il carico del lavoro domestico gravava ancora su spalle femminili, e ancor di più ciò avveniva in molti paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. La solidità delle tradizioni culturali e religiose e i ritardi nei processi di modernizzazione ostacolavano il necessario sviluppo dell’emancipazione, continuando a relegare la donna a un ruolo subordinato all’uomo. Anche l’istruzione per molte donne asiatiche, africane e sudamericane continuava a rappresentare un miraggio.  

Convenzione vuole che negli anni ‘90 sbocci una nuova era per il movimento femminista. Siamo in un’epoca in cui, sulla carta, uomini e donne dei Paesi occidentali hanno pari diritti e pari opportunità, tanto che qualcuno parla di “società post-femminista”. Ma le discriminazioni non sono affatto scomparse, soprattutto nel mondo del lavoro. Le femministe continuano quindi a lottare perché il divario salariale tra uomini e donne venga riconosciuto e colmato, segnalano le difficoltà che le professioniste incontrano nel fare carriera e si battono perché venga istituita una legislazione contro le molestie sul lavoro.
Il femminismo oggi somiglia sempre più una rete di femminismi, complice anche l’allargamento a Paesi che avevano vissuto in modo marginale le battaglie degli anni ‘70. Ben presto si sono affacciate le prime femministe islamiche, e il movimento ha dovuto fare i conti con le critiche delle donne di colore, deluse da una battaglia che pur professandosi universale spesso sembrava guardare solo alle esigenze delle donne bianche.