Eugène Ionesco: biografia e opere

Eugène Ionesco: biografia e opere A cura di Elisabetta Garieri.

Biografia e opere di Eugène Ionesco, drammaturgo e saggista rumeno, autore tra gli altri de Il rinoceromnte e Delirio a due

1La vita di Ionesco tra Romania e Parigi

Eugéne Ionesco. Francia, 17 maggio 1984
Eugéne Ionesco. Francia, 17 maggio 1984 — Fonte: getty-images

Eugène Ionesco nacque nel 1912 a Slatina, in Romania, da madre francese e padre rumeno. La famiglia si trasferì l’anno seguente a Parigi e Eugène imparò a leggere e scrivere in Francia. Quando i genitori si separarono, lui tornò con il padre a Bucarest, dove, a tredici anni, si trovò a dover imparare di nuovo il rumeno. 

La relazione con il padre non fu facile e influenzò il suo rapporto con la Romania: lo diceva lui stesso, che rilasciava spesso e volentieri interviste e scrisse molto sulla sua arte. «Tutto ciò che ho fatto l’ho fatto contro di lui, in un certo senso. Ho pubblicato dei pamphlet contro la sua patria: la parola patria non era sopportabile perché significa il paese del padre; per me il mio paese era la Francia, perché semplicemente ci avevo vissuto con mia madre». 

Una delle sue prime pubblicazioni, che fu anche l’ultima in rumeno, esemplifica questo rapporto travagliato: è il saggio Nu (“No” in rumeno), del 1934, che consiste in una critica feroce ai principali scrittori rumeni del tempo, seguita da un elogio degli stessi, a simboleggiare la coesistenza possibile tra gli opposti. 

Eugène studiò letteratura francese all’università di Bucarest, dove partecipò attivamente alla vita culturale, promossa in particolare dalle riviste avanguardiste. Dopo aver ottenuto il diploma, divenne professore di scuola e si sposò con una studentessa di filosofia.  

Nel 1938 assieme a lei si trasferì a Parigi, grazie a una borsa di studio del governo rumeno, per scrivere una tesi di dottorato. Nel 1940, la guerra e l’occupazione di Parigi costrinsero la coppia a un’esistenza precaria.  

Eugéne Ionesco all'Accadémie française. Francia, 1 febbraio 1971
Eugéne Ionesco all'Accadémie française. Francia, 1 febbraio 1971 — Fonte: getty-images

Nel 1945 i due tornarono a Parigi, e iniziò la carriera teatrale di Ionesco che, inaugurata nel 1948 dalla pièce La cantatrice chauve (La cantatrice calva), fu estremamente prolifica. Ionesco fu un artista poliedrico, che oltre a più di trenta pièces teatrali scrisse in versi e in prosa, dipinse quadri, fu attore, e regista del film da lui scritto e interpretato La vase (Il limo). 

Nel 1951 ottenne la nazionalità francese, e nel 1971 venne eletto membro dell’Académie française. Le sue opere vennero pubblicate nella prestigiosa collezione della Pléiade mentre era ancora vivo, onore riservato a pochi autori nella storia della letteratura. Morì a Parigi nel 1994

2Ionesco e il teatro dell’assurdo

Ionesco è considerato uno dei maggiori esponenti del teatro dell’assurdo, assieme a Samuel Beckett, Arthur Adamov e Jean Genet. Nonostante questo, fu sempre refrattario alle etichette, artistiche o politiche che fossero, tanto da attirare gli strali di chi per questo lo considerava un reazionario. 

Nel periodo che seguì gli orrori prodotti dalla Seconda guerra mondiale, e il sentimento che la rappresentazione artistica della realtà fosse impossibile di fronte a essi, le risposte furono due, entrambe volte a rompere con i principi aristotelici del teatro classico

  • Il teatro epico di Bertolt Brecht, che, per mezzo dello straniamento, evita che il pubblico si identifichi con ciò che accade sulla scena, per far sì che ne colga invece la dimensione politica e le potenzialità di trasformazione sociale secondo una prospettiva marxista.
  • Il teatro dell’assurdo, che fa esplodere le forme stesse della drammaturgia, svuotandole di senso.

Per quanto la produzione di Ionesco sia ascrivibile al teatro dell’assurdo – basti pensare alla pièce Les chaises, nella quale viene ripreso il motivo dei due vecchi, simili ai clochards protagonisti di Aspettando Godot di Beckett, opera simbolo di quel teatro – lui volle smarcarsi presto dalla definizione di «assurdo», alla quale preferiva i termini di «non senso», «insolito», «derisione». L’assurdo non era infatti per lui un concetto filosofico, come nell’esistenzialismo, ma qualcosa che proveniva dalle situazioni più quotidiane e ordinarie

3La riflessione sul linguaggio e la paura della morte in Ionesco

José Artur riceve Eugène Ionesco nel programma "Pop club"
José Artur riceve Eugène Ionesco nel programma "Pop club" — Fonte: getty-images

Il conflitto fra i genitori – e fra i due paesi, Romania e Francia – si tradusse per Ionesco anche in un rapporto travagliato al passaggio da una lingua all’altra. La riflessione sul linguaggio divenne così il centro della sua produzione di drammaturgo. 

La proliferazione di frasi fatte e oggetti di scena è una costante nel suo teatro: tramite la ripetizione, l’autore introduce il surreale nello svolgersi di quotidiani eventi anodini. Essa gli serve a portare all’implosione sia il linguaggio sia la scenografia, e rivelare così il vuoto che si nasconde dietro alla banalità del quotidiano, soprattutto nella pretesa normalità dell’esistenza piccolo-borghese

Il teatro, scrisse, è «la rivelazione di qualcosa che era nascosto», come, per esempio, l’impressione che il mondo sia «svuotato di ogni possibilità di espressione e di contenuto». La sua non era volontà di fare critica sociale, ma esigenza di dare voce a un dramma interiore, che scaturiva anche dalla riflessione sul linguaggio: la paura della morte. «Ho sempre avuto l’impressione di un’impossibilità di comunicare, di un isolamento, di un accerchiamento, scrivo anche per gridare la mia paura di morire, la mia umiliazione di morire», disse. 

4La cantatrice calva: trama e significato

Nel 1948 scrisse La cantatrice chauve (La cantatrice calva), messa in scena nel 1950. Soprannominata dall’autore “l’anti-pièce”, quest’opera, che in un primo momento riscosse un successo mite, rivoluzionò la storia del teatro, e ancora oggi viene rappresentata quotidianamente al Theâtre de la Huchette, nel quartiere latino di Parigi. 

La pièce è ispirata al metodo Assimil per imparare l’inglese, in cui le conversazioni proposte, per praticare la lingua, sono vuote di significato: non hanno alcun contenuto da trasmettere. 

La cantatrice calva di Ionesco. Gli attori: Mansard, Mozet, Bataille e Frantz. Parigi, teatro Noctambules. Maggio 1950
La cantatrice calva di Ionesco. Gli attori: Mansard, Mozet, Bataille e Frantz. Parigi, teatro Noctambules. Maggio 1950 — Fonte: getty-images

Protagonista è una coppia londinese di piccolo-borghesi dai nomi stereotipati, Mr e Mrs Smith, che «si parlano per non dire niente» mentre aspettano ospiti, sciorinando luoghi comuni e osservazioni auto-evidenti, che finiscono per trasformarsi in onomatopee e borborigmi. 

Quando Mr et Mrs Martin arrivano, si mettono a ripetere daccapo le stesse battute della coppia di coniugi Smith, e la fine coincide con un nuovo inizio, in un circolo vizioso di comunicazione vuota e insignificante. Il titolo non ha nessun rapporto con lo svolgimento, e appare solo in una battuta (poi ripetuta): «E la cantatrice calva? Si pettina sempre allo stesso modo». 

5La lezione di Ionesco: analisi

Dopo la prima opera, Ionesco continuò a scrivere a un ritmo sostenuto, pubblicando una pièce per ogni nuova stagione teatrale, e declinando il tema del linguaggio in molti modi diversi. Nel 1951 scrisse La leçon (La lezione), ispirato al suo periodo di insegnamento, in cui lavorò sul linguaggio dell’inconscio, che nella trama porta un professore a uccidere la sua allieva, al culmine di una relazione sadomasochista. Il gioco linguistico è di nuovo al centro della scena, a partire dall’omofonia enseignant/en saignant (insegnante/ sanguinando). 

6Le sedie di Ionesco: descrizione

Sedie di Ionesco. Produzione di Jacques Mauclair. Attrice: Tsilla Chelton. Parigi, Studio di Champs-Elysees. Febbraio 1956
Sedie di Ionesco. Produzione di Jacques Mauclair. Attrice: Tsilla Chelton. Parigi, Studio di Champs-Elysees. Febbraio 1956 — Fonte: getty-images

Nel 1952 venne rappresentata Les chaises (Le sedie), che segnò il definitivo riconoscimento di Ionesco, grazie anche a un articolo elogiativo di Jean Anouilh su Le figaro.

Qui, in una Parigi inondata da un diluvio, due anziani, che ricordano i clochards di Aspettando Godot, rivangano i ricordi di una vita fallita, aspettando ospiti che non arriveranno mai, indifferenti allo sconvolgimento atmosferico esterno. Mentre parlano, le sedie attorno a loro si moltiplicano a non finire, come l’enumerazione dei loro ricordi, simboleggiando, per antitesi, l’infinitezza della loro solitudine.  

7Rinoceronti: riassunto e analisi

Il rinoceronte di Ionesco. Messa in scena di Barrault. Parigi, teatro Odeon. Gennaio 1960. Gli attori: Sabatier, Barrault e Valere
Il rinoceronte di Ionesco. Messa in scena di Barrault. Parigi, teatro Odeon. Gennaio 1960. Gli attori: Sabatier, Barrault e Valere — Fonte: getty-images

Nel 1959, per la Schauspielhaus di Dusseldorf, scrisse Rhinocéros (Il rinoceronte), che andò in scena per la prima volta in Francia nel 1960. La denuncia della distruzione e della deformazione del linguaggio si presenta qui sotto un’altra forma: quella dei pericoli in esso insiti, quando è sede delle ideologie totalitarie, che producono conformismo e massificazione. 

Ionesco aveva sempre dichiarato di voler rifuggire dal teatro politicamente impegnato, ma è difficile non considerare Rhinocéros anche come una satira politica dei regimi del novecento

Si tratta di una pièce in tre atti, in cui il protagonista è Béranger, sorta di alter ego dell’autore, creato per una pièce precedente, e che tornerà ciclicamente nelle opere successive. Béranger vive in una tranquilla città di provincia, in un luogo indeterminato. 

Nel primo atto, nella cittadina iniziano a fare la loro comparsa dei rinoceronti, pachidermi violenti che schiacciano cose e animali. Gli abitanti sono scioccati e impauriti. 

Nel secondo atto diventa chiaro che i rinoceronti sono gli stessi abitanti della città, i quali si stanno progressivamente trasformando in animali: sono affetti da «rinocerontite». Alcuni personaggi manifestano opposizione a questa «deriva», salvo poi trasformarsi anch’essi. Con le scuse più banali e diverse, si abbandonano passivamente alla metamorfosi. Béranger assiste a quella dell’amico Jean, che sulla scena sviluppa a poco a poco le caratteristiche di un pachiderma. Anche lui ha accettato quel destino: «Dopotutto, i rinoceronti sono creature come noi», dice. 

Nel terzo atto, i rinoceronti sono ormai la maggioranza, Béranger viene abbandonato anche dalla sua innamorata, ma sceglie di resistere: anche se è l’ultimo uomo, è determinato a esserlo fino alla fine. 

Mettendo al centro un eroe che non intende rinunciare all’umanità, Rhinocéros è la pièce che esemplifica al meglio la visione di Ionesco per cui era «necessario spingersi alla fonte del tragico» per fare un «teatro della violenza» che, come la vita, fosse «violentemente comico, violentemente tragico».