I comuni nel Medioevo: nascita e sviluppo tra 1200 e 1300

I comuni nel Medioevo: nascita e sviluppo tra 1200 e 1300 A cura di Valerio Zandonà.

Età dei comuni ovvero nascita ed evoluzione delle istituzioni comunali in Italia tra XIII e XIV secolo attraverso la crescita economica e la crisi del potere centrale

1Le premesse

Mercanti italiani del XIV secolo
Mercanti italiani del XIV secolo — Fonte: getty-images

A partire dal XI secolo in tutta Europa si verificò una fase di forte espansione demografica ed economica. Gli scambi commerciali si intensificarono e le città, sempre più popolose, tornarono ad avere un ruolo centrale. Membri della nobiltà feudale abbandonarono i loro castelli nelle campagne trasferendosi nelle città, dove formarono insieme ai mercanti più ricchi un gruppo di potere, chiamato spesso dei “magnati”, che cominciò a richiedere una sempre maggiore autonomia nel governo della propria città.  

Vita in campagna nel medioevo
Vita in campagna nel medioevo — Fonte: getty-images

Nell’Italia centro-settentrionale, contestualmente a questi mutamenti socio-economici, l’autorità centrale rappresentata dall’Impero viveva una crisi profonda per due motivi:   

- I contrasti con il papato per la lotta alle investiture, oltre a minare la legittimità su cui si basava la sua autorità, avevano permesso alle città più importanti di ricevere concessioni e privilegi dall’imperatore o dal papa a seconda di quale parte decidevano di sostenere.

- Il riconoscimento del diritto di lasciare in eredità il proprio feudo ai figli, avvenuto con l’emanazione della Constitutio de feudis nel 1037, aveva avviato un processo di rafforzamento dei poteri locali a discapito di quello centrale. In questo contesto, sempre più città si dotarono di forme di autogoverno che presero il nome di comune.

2La nascita e lo sviluppo dei comuni

Alla fine del XI secolo la nobiltà urbana di alcune delle città più ricche e floride dell’Italia settentrionale cominciò ad associarsi in consorterie per garantire ed ampliare i propri privilegi, arrogandosi progressivamente prerogative regali come: riscuotere le imposte, garantire l’ordine pubblico, arruolare milizie, battere moneta. 

Quando anche i mercanti più ricchi si unirono ai nobili nell’esercizio di questi poteri pubblici nacquero i comuni, vere e proprie istituzioni territoriali riconosciute da tutti gli abitanti della città. I comuni che via via si costituivano, non si limitavano al governo della città, ma sin dal XII secolo ampliarono l’area di gestione del potere ai territori rurali limitrofi (il contado), soppiantando il sistema feudale. 

Nato nell’Italia settentrionale, il sistema comunale si diffuse con esiti eterogenei in altre zone d’Europa. In particolare, in Germania e nel nord della Francia nacquero forme di autogoverno cittadino che ottennero il riconoscimento di alcuni poteri pubblici. Nel complesso, però, queste esperienze di governo comunale non riuscirono a soppiantare il sistema feudale nelle campagne e a divenire delle realtà politiche completamente autonome dal potere centrale. Discorso simile per le città dell’Italia meridionale, dove l’accentramento del potere che caratterizzava il Regno normanno, non permise lo svilupparsi di forme di governo autonomo.

3L'evoluzione delle istituzioni comunali

Il Palazzo dei Consoli a Gubbio
Il Palazzo dei Consoli a Gubbio — Fonte: ansa

I primi ordinamenti comunali di cui abbiamo notizia diedero vita al cosiddetto comune consolare. In queste città, gli abitanti più ricchi e influenti si riunivano in delle assemblee non elettive, chiamate “concioni” o “arenghi”, che nominavano dei consoli: magistrati che collegialmente (il numero di consoli poteva andare dal un minimo di due a un massimo di 24) governavano la città per un periodo limitato di tempo, generalmente un anno, per non avere modo di sviluppare un potere personale.

Questi consoli avevano il potere di riscuotere i tributi, guidare l’esercito cittadino in caso di guerra, far applicare le leggi, battere moneta, ma erano tenuti, quando salivano in carica, a prestare un giuramento in cui si impegnavano ad amministrare la città per il bene di tutta la cittadinanza. Inoltre, a fare da contrappeso al potere consolare, rimaneva sempre l’assemblea cittadina.

Nel comune consolare il potere rimaneva principalmente nelle mani dell’aristocrazia cittadina che egemonizzava sia l’assemblea che le cariche consolari. La forte conflittualità interna del ceto nobiliare e l’emergere di un ceto popolare, composto da ricchi mercanti e grandi artigiani, che con la crescita economica acquisivano un peso sempre maggiore all’interno della città, portò a un cambiamento della forma di governo.

Il podestà
Il podestà — Fonte: getty-images

Per ottenere un governo maggiormente imparziale che garantisse gli interessi anche dei ceti popolari e per porre fine alle lotte intestine al ceto nobiliare, molti comuni italiani iniziarono alla fine del XII secolo a ricorrere a una nuova figura di magistrato: il podestà, che governava da solo per un periodo di tempo limitato che andava dai sei mesi ad un anno. 

Il podestà, inizialmente scelto tra i cittadini, venne poi scelto preferibilmente da città straniere, in modo che potesse assicurare un’imparzialità e un disinteresse ancora maggiore. Il podestà era un vero e proprio professionista della politica, esperto sia in ambito amministrativo che militare che spesso si spostava da un comune all’altro portando con sé una squadra di governo composta da notai, giuristi, giudici, segretari e uomini d’arme. 

Il periodo podestarile rappresentò un momento di forte crescita economica e politica delle città, in cui il ceto popolare riuscì a conquistare uno spazio politico che prima gli era precluso. Non bisogna dimenticare, però, che quando si parla di ceto popolare, si fa riferimento solo alla parte più ricca della borghesia commerciale, e che i piccoli artigiani, così come i lavoratori salariati, continuavano ad essere esclusi totalmente dalla partecipazione al governo della città.

Il Palazzo del Podestà in piazza dei Signori a Verona
Il Palazzo del Podestà in piazza dei Signori a Verona — Fonte: ansa

Alla fine del XII secolo, in alcune città il ceto popolare per tutelare i propri interessi e i propri diritti cominciò ad associarsi a delle Arti, organizzazioni che riunivano tutti coloro che esercitavano un certo tipo di mestiere o attività economica. Queste arti da associazioni private si trasformarono progressivamente in organi del comune e contestualmente si formarono delle milizie cittadine che si contrapponevano alle milizie nobiliari.

In questo modo durante il XIII secolo cominciarono a formarsi i cosiddetti comuni di popolo, dove il potere del podestà veniva affiancato a dei rappresentanti delle arti, chiamati “priori delle arti” o “anziani”.

4I conflitti all'interno dei comuni

All’interno dei comuni durante il XIII secolo si assiste a una complessa stratificazione sociale, in cui si possono identificare tre classi:

  • Un’aristocrazia inizialmente composta dalla piccola nobiltà feudale alla quale sia andarono ad aggiungere i grandi feudatari.
  • Un popolo grasso, composto dai grandi mercanti e dai banchieri che avevano accumulato grandi ricchezze e prestigio sociale.
  • Un popolo minuto, composto da artigiani e lavoratori salariati e contadini che risiedevano all’interno delle mura cittadine.

Oltre questa divisione sociale i comuni erano attraversati da conflitti di natura politica. Fin dall’inizio il ceto nobiliare si era diviso in fazioni in competizione nella guida delle istituzioni comunali. Anche il popolo grasso, quando cominciò a partecipare attivamente alla vita politica, si divise in famiglie e consorterie contrapposte. 

Banchieri medievali
Banchieri medievali — Fonte: ansa

A complicare ulteriormente il quadro politico, intervenne la lotta tra papato e impero che fin dal XI secolo erano in conflitto per affermare la propria supremazia sull’altro. In questo contesto anche le fazioni all’interno dei comuni si connotarono politicamente in questo quadro più ampio, dividendosi in guelfi, che sostenevano il papa e ghibellini, che invece prendevano le parti dell’imperatore. 

Queste molteplici divisioni rendevano molto elevata la conflittualità sia all’interno dei comuni stessi, sia nei confronti di comuni vicini. Quando una fazione riusciva ad imporsi su un’altra alla guida delle istituzioni comunali poteva accadere ad esempio che i membri della fazione sconfitta venissero uccisi o esiliati. Allo stesso modo, se un comune si identificava in modo duraturo con una delle due fazioni potevano sorgere rivalità con città fedeli alla fazione opposta, che sfociavano spesso in cruenti conflitti.