Ermetismo italiano del Novecento: poeti e movimento

Ermetismo italiano del Novecento: poeti e movimento A cura di Antonello Ruberto.

Storia dell'ermetismo italiano del Novecento, i poeti rappresentanti di questo movimento tra cui Luzi e Caproni, caratteristiche dei temi e dello stile.

1L'Ermetismo in Italia

Salvatore Quasimodo
Salvatore Quasimodo — Fonte: ansa

È stato il critico letterario Francesco Flora il primo a utilizzare, nel 1911, il termine ermetismo per definire un certo modo di fare poesia;

il termine rievoca la figura di Ermete Trismegisto, leggendario personaggio dell’epoca alessandrina cui si attribuiva una sapienza quasi divina, e fa riferimento alla voluta oscurità e alla difficile comprensibilità di un certo modo di fare poesia:

nelle intenzioni di Flora, insomma, il termine non voleva avere certo un significato elogiativo. 

Tuttavia il termine piace ai poeti d’inizio Novecento che se ne appropriano e lo usano per definire una corrente poetica che caratterizza tutta la prima parte del secolo. 

Carlo Bo: poeta, critico letterario italiano, professore e senatore a vita
Carlo Bo: poeta, critico letterario italiano, professore e senatore a vita — Fonte: getty-images

A differenza di altre correnti letterarie come, per fare un esempio, il futurismo, l’ermetismo non ebbe mai un vero e proprio manifesto, ma qualcosa di simile che ne definisce i punti fondamentali lo si trova nel saggio intitolato Letteratura come vita scritto da Carlo Bo, che in questo scritto si fa fautore di una concezione e di una produzione poetica che prende come riferimento il modello poetico tracciato da Ungaretti nel Sentimento del tempo, proponendo una poesia che mette al centro la parola, che si trasforma così in uno strumento per un’indagine sull’esistenza e su quanto c’è oltre ad essa ponendosi in una prospettiva metafisica;

la poesia ermetica aspira al divino e, al tempo stesso ne avverte con dolore un’assenza che comporta anche il distacco dell’uomo dalla realtà e dalla storia.  

Nel saggio di Bo la poesia diventa il veicolo con cui questa contraddizione esistenziale si esprime, e deve perciò formulare un suo linguaggio, chiuso e segreto, con cui dar voce al divino presente negli uomini.

A dispetto di tutto ciò, però, non si deve pensare che la poesia ermetica si rifugi in un lessico volutamente aulico e in costruzioni sintattiche difficili, al contrario, i componimenti ermetici risultano spesso scritti in maniera piana, con un lessico semplice e quotidiano: è però la pluralità di letture, d'interpretazioni a rendere la lirica di non immediata comprensione.

Come detto, il saggio di Bo non può essere inteso come un manifesto e all'ermetismo stesso si adatta più l'aggettivo di corrente che quello di movimento, giacché sono diverse e molteplici le forme e le caratteristiche fondamentali con cui questa poetica è stata espressa;

ad esempio Salvatore Quasimodo si distingue per uno stile distante dal metodo analogico, con toni metafisici pacati e una maggiore vicinanza alla tradizione simbolista europea

Piero Bigongiari (1914-1997): poeta italiano a Varese, Luino, 29 settembre 1986
Piero Bigongiari (1914-1997): poeta italiano a Varese, Luino, 29 settembre 1986 — Fonte: getty-images

È Firenze a occupare un posto particolare nella storia di questa corrente, si può dire, infatti, che la parte più rilevante dell'ermetismo italiano nasca in seno alla cultura cattolica fiorentina degli anni '30: 

ad esempio è sulle pagine della rivista cattolica Il Frontespizio che Bo pubblica nel 1938 il suo saggio sull'ermetismo, e sempre sulle pagine di questa rivista si affacciano letterati come Bigongiari e Parronchi che, insieme a Luzi, sono i principali protagonisti dell'ermetismo fiorentino che è quello che più si distingue per la sua inclinazione metafisica e spirituale;

entrati in rottura con la direzione della rivista questo gruppo di giovani letterati dà vita alla rivista Campo di Marte che, anche se viene pubblicata per un solo anno, diventa un punto di riferimento per la poesia italiana. 

2Mario Luzi

Mario Luzi rappresentante dell'ermetismo italiano del Novecento.
Mario Luzi rappresentante dell'ermetismo italiano del Novecento. — Fonte: getty-images

Nato nei pressi di Firenze il 20 ottobre del 1914, Luzi è il maggiore esponente dell'ermetismo fiorentino e uno dei poeti più importanti della sua generazione

Gli esordi letterari sono piuttosto precoci: nel 1935 pubblica La barca, sua prima raccolta in versi, e nello stesso periodo inizia a collaborare con diverse riviste tra cui Il Frontespizio e Campo di Marte e a frequentare l'ambiente dei poeti fiorentini

Inizia così un'esperienza letteraria che si protrae per più di cinquant'anni e che conduce Luzi ad attraversare stili diversi, rimanendo però sempre nel tracciato di una poesia intima, esistenzialista e spirituale che si nutre di situazioni e paesaggi comuni, umili, che tuttavia aprono al poeta la strada della riflessione sul continuo cambiamento e fluire della vita

È solo con la pubblicazione di Avvento notturno (1940) che Luzi arriva a una solida adesione alla corrente dell'ermetismo, che prosegue con Un brindisi (1946) e Quaderno gotico (1947) e durerà fino all'inizio degli anni '50; in queste raccolte vengono toccati i punti più intensi dello spiritualismo fiorentino di marca ermetica.

Avvento notturno è senz'altro la raccolta più significativa del periodo ermetico di Luzi, in cui sono presenti testi che racchiudono l'essenza dello stile dell'autore in questo momento, come il Cimitero delle fanciulle.

Testo composto in endecasillabi e settenari, è caratterizzato dall'influsso della poetica leopardiana; in esso il poeta parte dall'immagine di queste fanciulle, che raffigura nel passato come vive e nella loro quotidianità creando così un’immagine che contrasta col presente di morte, per sviluppare una riflessione su passato e presente, vita e morte e sulla sua stessa esistenza, che prosegue facendo leva sulla sua fede e sulla sua spiritualità.

A partire dagli anni ’50 la tensione sperimentale e le inclinazioni ermetiche della sua poesia si fanno più moderate e spaziano verso altri temi e correnti.

Nel 1946 pubblica la Pietra oscura, opera che inaugura quell’attività di drammaturgo che si protrae fino al 2003 con Il fiore del dolore.

Vincitore di diversi premi letterari, il suo nome è stato spesso indicato tra quello dei possibili vincitori del Premio Nobel per la letteratura, che però non gli è mai stato conferito. Muore a Firenze nel 2005.

3Giorgio Caproni

Giorgio Caproni
Giorgio Caproni — Fonte: ansa

Giorgio Caproni nasce nel 1912 da un’umile famiglia livornese; i primi anni di vita sono segnati dall’indigenza e dagli spostamenti famigliari dovuti ai continui cambi di lavoro del padre, un peregrinare che termina nel 1922 quando la famiglia si trasferisce a Genova, Caproni cresce e vive il periodo della sua adolescenza, maturando un rapporto profondissimo con la città ligure.

La letteratura in questo periodo riveste per lui un interesse relativo, e preferisce di gran lunga coltivare la passione per la musica che lo porta ad essere un discreto violinista, e quando inizia a comporre alcuni brani di sua mano prende le parole da poeti come Tasso e Poliziano: inizia così una commistione tra poesia e musica che caratterizzerà tutta l’opera poetica di quest’autore.

A diciott’anni le ristrettezza famigliari l’obbligano a cominciare a lavorare stabilmente e ad abbandonare definitivamente l’incerta carriera da musicista, da questo momento diventa fortissima l’attrazione verso la poesia e comincia lo studio di poeti come Ungaretti, Montale e Carducci, pilastri di una formazione che comprende anche i vociani e il genovese Mario Novaro; il biennio ’30-’32 è anche quello dei primi tentativi poetici.  

Caproni rimane fedele alla modalità analogica della poesia ermetica, ma la sua opera si caratterizza per i suoi versi ridotti al minimo, essenziali, come fossero aforismi in grado di dare un’enorme forza evocativa alla parola rendendola capace di veicolare concetti complessi.

Il campo in cui di muove la lirica di Caproni è quello del quotidiano: la sua Genova, i monti dove per anni ha svolto il mestiere d’insegnante, le piccole felicità e i dolori comuni diventano un pretesto per il poeta di porsi quesiti esistenziali e ricercare, senza risultato, un significato all’esistenza.

Partigiano durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945 si trasferisce definitivamente a Roma dove continua la sua attività di poeta e insegnante, cui si affianca anche quella di traduttore di poeti francesi come Proust e Céline. Muore nella Città Eterna nel 1991.

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