Epistola 47 di Seneca: analisi, spiegazione e commento

Di Redazione Studenti.

L'Epistola 47 di Seneca parla del vero significato della libertà e della schiavitù interiore dell'uomo. Analisi, spiegazione e commento del testo

Epistola 47, Seneca

L'Epistola 47 di seneca parla del vero significato della libertà e della schiavitù interiore dell'uomo
L'Epistola 47 di seneca parla del vero significato della libertà e della schiavitù interiore dell'uomo — Fonte: getty-images

Seneca, nella sua Epistola, afferma che sia necessario evitare il contatto con la folla: d’altra parte, il filosofo non vuole delineare la figura di un saggio eremita, in fuga da ogni responsabilità, ma preservare l’autonomia spirituale dell’uomo, quindi aiutarlo nella conquista della propria interiorità.

La folla è pericolosa in quanto il carattere dell’uomo è facilmente influenzabile: il contatto con la folla, portatrice della mentalità corrente e delle opinioni comuni può sconvolgere l’equilibrio spirituale che lentamente si stava raggiungendo.

Seneca, attraverso vari punti, afferma che nessuno si limita a sbagliare per se stesso, ma ognuno diventa causa ed autore di sbagli anche per gli altri, che preferiscono credere e conformarsi alle opinioni altrui piuttosto che formarsi delle opinioni personali.

La forza di persuasione insita nella folla avrebbe potuto perturbare persino Socrate e Catone”: è evidente che per l’uomo normale, il cui carattere è ancora in via di formazione, che tende alla saggezza, è impossibile resistere a questo assalto della folla.

Chi vuole essere felice, dunque, deve appartarsi, fuggire la moltitudine ed anche le poche persone, anche una sola persona se la sua compagnia è più pericolosa della solitudine. Nell’epistola dieci, Seneca arriverà ad affermare che, talvolta, è meglio frequentare solo se stessi.

Dal momento che non c’è nessuna conciliazione possibile tra gli interessi comuni e l’attività filosofica, per Seneca la solitudine diventa la via di liberazione maggiore: la sua è una liberazione auto-centrica, per cui è necessario liberarsi a partire da se stessi e giungendo a se stessi medesimi.

Seneca è sempre equilibrato, quindi avverte anche che non bisogna assolutizzare l’utilità della solitudine: essa, se una persona è stolta, può portare alla rovina: “alcune persone sarebbero molto migliori se frequentassero qualunque altra persona al di fuori di se stessi”. Il ritirarsi dalla folla non è un sistema comodo per evitare le responsabilità, per ricadere nell’ozio, riducendo l’esistenza a un vegetale: “molti temono il nulla della morte dopo che hanno reso la loro vita uguale ad esso”. Isolarsi dalla vita non vuol dire crogiolarsi in una inerzia, in quanto vi è una grande differenza “tra la vita contemplativa e il giacere nel sepolcro.

Seneca stesso trascorreva le sue giornate nella meditazione, addirittura parte delle notti, per poter giovare ad un numero elevato di persone: solo con questo atteggiamento, evitando la folla e riflettendo, l’uomo può procedere verso una vera auto liberazione in quanto, comunque, il significato della vita consiste nei due fondamentali obiettivi del trarre vantaggio da se stessi e giovare agli altri.

La condizione degli schiavi per Seneca

Lucio Anneo Seneca
Lucio Anneo Seneca — Fonte: getty-images

Tutta l’epistola ruota attorno al vero significato della parola “Libertà”, una libertà intesa in senso interiore e non tanto come libertà sociale. Per Seneca, come del resto per gli Stoici, il concetto di libertà si identifica con il concetto di liberazione da tutte le forme di schiavitù che opprimono l’interiorità dell’uomo, con il concetto di liberazione da tutto ciò che impedisca all’uomo lo svilupparsi libero della propria volontà, l’autodeterminazione.

La libertà della persona, a partire da Epitteto e Marco Aurelio, diviene un dogma: occorre insegnare, dunque, come conservare tale libertà, uno dei beni fondamentali della vita. “La libertà è preferibile alla stessa vita”, perché senza libertà l’uomo perde quell’elemento che caratterizza meglio la sua felicità e serenità: l’uomo, solo se mantiene integra la sua libertà può essere al sicuro da tutti quei danni che ogni intervento esterno gli provoca.

Per raggiungere tale stato è necessario crearsi un criterio di giudizio e distinzione tra bene e male, senza lasciarsi influenzare dall’ambiente circostante: fin quando nell’uomo non esisteranno ben chiari tali valori, esso si farà trascinare dalle passioni, senza che la ratio riesca a indicargli la via per la liberazione auto-centrica.

L’uomo deve fare un cammino verso la libertà: primo passo di questo cammino è prendere coscienza che siamo tutti sottoposti a forme di schiavitù, che possono certo apparire diverse ed opposte tra loro, ma che portano tutte allo stesso risultato di privare l’uomo della propria autonomia individuale. La sostanza è unica, oltre ogni apparenza: tutti siamo soggetti ad una prigionia spirituale, che ci costringe a vivere la vita in modo frenetico, tanto che essa non ci sembra mai sufficiente.

L’uomo è schiavo in quanto non comprende che ciò che desidera non è il Sommo Bene, ma solo dei mezzi per raggiungere la felicità, mezzi che poi si rivelano insufficienti perché hanno condotto non verso la vera felicità dell’animo, ma verso la ricerca di gloria, potere e beni materiali.

Le forme di schiavitù dell'uomo

La felicità e la libertà non sono acquistabili a nessun prezzo, ma possono essere conquistate da ogni uomo nella sua propria interiorità. Leggendo l’opera di Seneca troviamo diversi esempi della schiavitù interiore dell’uomo.

Schiavitù di se stessi

Questa forma di schiavitù è la peggiore: è quella per cui una persona non ha mai alcun momento di tregua, è sempre sottomessa: tale schiavitù, volontaria, impedisce all’uomo di trovare la forza per lottare. Seneca ritiene che di fronte a questo auto-asservimento bisogna reagire in modo energico, comprendendo che i nostri interessi sono volti in una direzione sbagliata, per cui è necessario abbandonare ogni compromesso e tutto ciò che limita la libertà morale; tutto questo può accadere solo se confortati dalla convinzione di essere in sintonia con la divinità, ovvero con quella razionalità universale che regge l’intero universo.

Schiavitù del corpo

Già i pitagorici avevano affermato che il corpo fosse “prigione dell’anima”; Seneca e gli stoici sono meno intransigenti rispetto ai platonici, che avevano costruito una serrata barriera tra realtà corporea e spirituale.

Gli stoici, invece, considerano i due elementi inscindibili: essi non disprezzano in partenza il corpo, che va disprezzato solo nel momento in cui esso diventa di ostacolo per l’anima. Il corpo è negativo quando costituisce un peso per l’uomo, quando impedisce e all’uomo di contemplare il Logos che regola il cosmo, quando il corpo non gli permette di giungere alla Verità e alla libertà. “Nessuno che sia schiavo del proprio corpo può essere considerato libero”, perché il corpo non va assolutizzato, ma è solo il mezzo attraverso cui la nostra esistenza si svolge: esso non deve essere fine della nostra vita, a cui indirizzare tutte le nostre scelte e desideri.

Seneca afferma che è giusto che l’uomo sia affezionato al proprio corpo, però questo legame legittimo non deve essere spinto fino ad ostacolare l’anima. Seneca dice che “in questi casi il disprezzo del corpo è una forma sicura di libertà e se è necessario bisogna essere pronti a scindere il legame tra anima e corpo, a gettarsi nelle fiamme”. Inoltre, il corpo è il mezzo attraverso cui la sorte agisce sull’uomo: l’anima è al riparo da ogni evenienza esteriore, ma il corpo è invece veicolo abituale attraverso cui la sorte manda i suoi colpi, unico elemento sottomesso al destino, senza potersi rendere invulnerabile. Solo il saggio, liberatosi dalle debolezze ed in sintonia col Logos, può esercitare un rapporto corretto con il proprio corpo, non disprezzandolo in modo eccessivo, non adorandolo, ma diventandone un “tutore severo”.

Schiavitù delle passioni

Con schiavitù delle passioni si intendono non tutte le tendenze non razionali dell’anima, ma piuttosto quegli atteggiamenti che si sottraggono al controllo della ragione, eccedono e divengono vizi.

Quando il godimento viene portato all’eccesso, quando esso diviene unico scopo della vita, l’uomo diventa prigioniero ed obbedisce solo agli impulsi irrazionali. Quelli che si credono cacciatori di piaceri, che ricercano solo piaceri e ritengono di essere padroni dei propri istinti, in realtà sono schiavi in quanto tutte le loro scelte sono ormai sottomesse all’istinto: questi non potranno godere dei piaceri in quanto hanno perso ogni forma di autonomia.

Seneca arriva a dire che “nessuno si comporta con i propri nemici in modo più crudele di quanto le passioni facciano con noi”: l’invito di Seneca è quello di evitare tutto questo, le passioni, da cui può nascere solo il male. È invece opportuno cercare la libertà, che è moderazione dei propri desideri e potere su se stessi.

Schiavitù delle ricchezze

La schiavitù delle ricchezze implica che le ricchezze siano un ostacolo nel dedicarsi alla filosofia, in quanto libertà interiore e ricchezza sono tra loro inconciliabili.

Solo la mancanza di ricchezze rende le persona sicure ed indipendenti: nell’epistola 42 dice che “se tanti beni non appartenessero all’uomo, sicuramente l’uomo apparterrebbe a se stesso” . Seneca, contro le critiche voltegli per le sue ricchezze, afferma che solo il saggio, padrone di se stesso, non sarà mai turbato dai propri beni e sarà capace di amministrarli.

Schiavitù della fama

Per la schiavitù della fama, l’uomo non è mai contento dei suoi risultati, è sempre in una situazione di insoddisfazione, è sempre spinto verso una gara estenuante che non finisce mai. Libertà diviene accontentarsi anche della propria situazione.

Epistola 47: analisi e spiegazione

Schiavi romani
Schiavi romani — Fonte: istock

La lettera parte da quello che i greci chiamavano kairòs, ovvero una situazione concreta, un’occasione: da qui si sviluppa tutto il discorso sulla schiavitù e sulla libertà. L’occasione è il fatto che Lucilio si comporta in modo benevolo con i propri servi poiché preferisce essere rispettato che temuto: egli si limita a rimproverarli e non a punirli.

La prima parte della lettera è dedicata all’analisi dei rapporti abituali tra padrone e schiavo; nella parte centrale si ribadisce l’uguaglianza di tutti gli uomini e il vero valore della libertà; nella parte finale, invece, Seneca passa ad esortare ad un trattamento più umano nei confronti degli schiavi.

L’ultimo paragrafo della lettera è un pensiero accessorio, riflessione sulla stabilità della virtù e sulla volubilità del vizio.

L’epistola si fonda su alcuni motivi di fondo, che portano lo scrittore a trattare in modo umano gli schiavi:

  • Convinzione che libertà e schiavitù sono dei fatti non sociali, ma sono fatti interiori;
  • Volubilità della sorte, che può capovolgere la situazione di un uomo: chi è padrone oggi non è detto che lo sia domani;
  • L’unità del genere umano, per cui il genere umano è composto da persone uguali tra loro perché tutte dotate di quella scintilla di razionalità universale che è la ratio: ecco che, allora, tutti gli uomini hanno pari dignità ed ugual valore.

Schiavitù e nobiltà

Tema fondamentale, dunque, fondamento dell’epistola, è il concetto di schiavitù e nobiltà: Seneca in un’altra lettera raccomanda di non fermarsi a contemplare le immagini degli antenati famosi per motivare la propria mobilità, in quanto “un atrio pieno di ritratti non è garanzia di nobiltà, ma al limite di notorietà”.

Seneca afferma che “mundus est parens omnium”: tutti hanno come capostipite il mondo, dunque dovrebbe essere eliminato il vanto, l’orgoglio di una discendenza illustre. La definizione di nobile, dunque, è nobile “colui che è ben predisposto alla virtù dalla natura”.

Se la definizione di nobile è questa, allora è evidente che è l’animo a procurare il privilegio della nobiltà: questa predisposizione alla virtù è possibile per ogni uomo, di qualsiasi ceto, dunque anche agli schiavi perché comunque la divisione in classi sociali non è una divisione naturale, ma artificiale, introdotta dall’ambizione o dalla prepotenza, che ha fatto si che i più forti prevalessero sui più deboli.

Seneca può ripetere l’affermazione dell’antico stoico Crisipo, che diceva “servus perpetuus mercenarius est”, ovvero “lo schiavo è un lavoratore a pagamento, ingaggiato per sempre” : ecco che allora differenza tra padrone e servo è solo una differenza di ruolo, come è dimostrato anche dal fatto che se lo schiavo lo voleva poteva anche essere affrancato. Si abbandona l’idea di Aristotele secondo cui lo schiavo è un essere inferiore da tutti i punti di vista.

Alla luce di tutto questo, dunque, possiamo ricavare che la schiavitù è solo una situazione esteriore in cui esso è privato di libertà appartenenti ad altri uomini: questo, tuttavia, non priva lo schiavo della libertà interiore. Il fatto di essere schiavo non impedisce di essere libero interiormente e di poter tendere alla virtù.

Il trattamento degli schiavi

Nella lettera, da parte dei padroni, troviamo due atteggiamenti differenti e contrapposti: da una parte troviamo il padrone crudele, quello contemporaneo, che costringe gli schiavi a stare in piedi attorno a lui mentre mangia. Padroni di questo genere facevano condannare a morte, esiliare, torturare gli schiavi in caso di morte improvvisa del padrone.

Seneca, nel Trattato de Clementia, giudica la crudeltà verso i propri inferiori un “furore degno degli animali feroce”, una “ferina rabies” che gode nello spargere sangue e nel causare felice, che trasforma l’uomo in animale da foresta.

Seneca vede la causa di questa crudeltà nell’orgoglio e nella superbia del padrone, che punisce ogni possibile offesa con violenza, ritenendo di essere anche più potenti di imperatori come Augusto, uomini clementi.

In opposizione ai precetti di Seneca, si pone il pensiero di Platone, il quale afferma che occorre punire gli schiavi, che ogni parola rivolta a loro debba essere un ordine, che bisogna abolire ogni familiarità, che rende difficile ai servi l’obbedienza ed ai padroni l’autorevolezza. Anche Cicerone include la crudeltà tra i sistemi possibili per tenere gli schiavi sotto il proprio dominio se non si può fare altrimenti.

Ci sono diversi passi paralleli a quelli dell’epistola 47 dove sono descritti i trattamenti degli schiavi: Velio Pollione, per esempio, famoso per le sue sevizie, allevava in casa delle murene, che si nutrivano degli schiavi responsabili di qualche mancanza: essi venivano gettati vivi nella vasca. Egli usava questo sistema disumano perché solo quel genere di supplizio poteva procurargli la gioia di vedere il corpo di un uomo sbranato in tutte le sue parti.

Platone
Platone — Fonte: getty-images

Anche Catone vendeva come animali da soma gli schiavi diventati vecchi, o diminuiva la loro razione di cibo: egli era solito frustare gli schiavi che avevano compiuto alcune negligenze durante la giornata.

Anche Ovidio ricorda la crudeltà di alcune donne nei confronti della parrucchiera; Properzio ci descrive le violenze subite da due schiave da parte della padrona attuale per il solo fatto ch’esse onorassero ancora la padrona precedente.

Marziale ci descrive le punizioni abituali che subiscono i cuochi che cucinano male o utilizzano cibi avariati o la crudeltà di una donna che spezza lo specchio in testa alla parrucchiera. Giovenale ci racconta che una schiava parrucchiera era stata punita con frustate perché la pettinatura della padrona non era perfetta. Del resto, non c’è bisogno nemmeno di un motivo per punire uno schiavo: secondo la mentalità corrente, visto che uno schiavo non è un uomo, è sufficiente la volontà della padrona per punire lo schiavo.

Anche Petronio ci parla del trattamento crudele degli schiavi: Trimalcione si asciuga le dita nei capelli di un servo dopo essersele bagnate con l’urina, oppure fa picchiare uno schiavo perché ha raccolto da terra un piatto, oppure siccome Mitridate aveva bestemmiato il gene protettore del padrone, egli viene crocifisso.

Altra forma di crudeltà è quella dei giochi gladiatori: questa è ancora più grave in quanto centra anche il popolo oltre che al padrone; anche Cicerone aveva parlato di questi giochi: egli oscillava tra disprezzo, noia ed approvazione, non schierandosi mai in modo preciso da una parte.

Seneca condanna questi giochi, ritenuti veri e propri omicidi: il popolo li apprezza perché li usa come valvola di sfogo per le proprie frustrazioni; Seneca critica Pompeo, che ha introdotto per primo gli elefanti nelle arene: essi, con le loro zampe, schiacciavano gli schiavi.

Seneca parla di una idealizzazione nei rapporti schiavo-padroni in tempi antichi: egli tende a descrivere con toni idilliaci questa stima reciproca appartenente al passato. Anche Plutarco, che scrisse Vite parallele, ci conferma che i padroni trattavano gli schiavi con mitezza, condividendo con loro lo stesso stile di vita. per cui, ecco che grazie a questo comportamento, la casa diventava uno stato in miniatura, dove anche gli schiavi avevano un loro spazio di libertà.

Plinio il giovane afferma che per gli schiavi la sua casa costituisce una comunità cittadina, un piccolo stato, ed anch’egli ci conferma che il padrone era considerato padre e gli schiavi membri della famiglia: in questo clima nasce la festa dei saturnali, che faceva rivivere per qualche giorno la mitica età dell’oro, in cui non c’erano differenze tra gli uomini.

In questa settimana di dicembre i padroni erano obbligati a pranzare con gli schiavi e obbedire ai loro desideri: è stato ipotizzato che lo scopo di questo fosse far dimenticare agli schiavi la loro condizione durante tutto l’anno, dunque risarcirli in minima parte dei comportamenti subiti. I saturnali sono uno psicodramma da cui gli schiavi ottengono piacere e risarcimento psicologico. Emerge allora il desiderio di tornare ai tempi antichi e restaurare i rapporti più rurali tra schiavo e padrone.

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