Dopopioggia: testo e commento alla poesia di Eugenio Montale

Di Redazione Studenti.

Testo e commento alla poesia Dopopioggia di Eugenio Montale, presente all'interno della raccolta Quaderno di quattro anni (1977). A cura di Marco Nicastro.

DOPOPIOGGIA: TESTO

Questa poesia segna, come un esempio emblematico, la svolta tutta terrena della poetica di Montale rispetto alle prime raccolte.

DOPOPIOGGIA

Sulla rena bagnata appaiono ideogrammi
a zampa di gallina. Guardo addietro
ma non vedo rifugi o asili di volatili.
Sarà passata un’anatra stanca, forse azzoppata.
Non saprei decrittare quel linguaggio
se anche fossi cinese. Basterà un soffio
di vento a scancellarlo. Non è vero
che la Natura sia muta. Parla a vanvera
e la sola speranza è che non si occupi
troppo di noi.

DOPOPIOGGIA: COMMENTO

Mentre nelle prime raccolte avevamo un poeta che cercava nella realtà, pur con tutte le difficoltà immaginabili, i segni di una dimensione più vera, più duratura e più soddisfacente (una speranza, il famoso «varco»), a partire da Satura, ma soprattutto con le ultime raccolte, Montale si rapporta invece ad una realtà che è esattamente così come appare: un cumulo di materia che non mostra alcuna prospettiva di speranza, tanto meno di tipo metafisico, anche se poi, per non apparire (innanzitutto a se stesso) troppo disperato e confessionale, Montale ricorre spesso all’ironia.

Il passaggio epocale è qui evidente in un’immagine, quella dell’uomo che si volta per trovare qualche risposta, proprio come nella celebre poesia Forse un mattino. Solo che mentre lì si girava con la speranza di trovare una risposta rassicurante (e rimaneva per questo terrorizzato dinnanzi al vuoto percepito, quasi fosse un evento inatteso), qui al massimo emerge la speranza di vedere qualche nido d’uccello, ma senza possibilità di conforto («non vedo rifugi»), abbassando infine il tono con l’immagine dell’anatra azzoppata.

I SIMBOLI

Dopopioggia di Montale
Dopopioggia di Montale — Fonte: istock

La sabbia della spiaggia rappresenta simbolicamente la vita stessa, la realtà su cui a volte ci imbattiamo in quelli che ci possono apparire segni dotati di un qualche significato ulteriore, ma che il Montale anziano ritiene siano invece solo l’esito del passaggio casuale di qualche volatile, quindi eventi che non possiedono alcun mistero e che invece possono essere spiegati in modo razionale e anche piuttosto semplice. Quindi mentre nella poesia degli Ossi Montale spera di trovare una risposta al di là dello schermo della realtà (pur rimanendo deluso dalla ricerca), qui ci dice che non c’è niente oltre quella realtà e che questa non è nemmeno particolarmente interessante. E se poi ci fosse un qualche mistero da decifrare nella vita, il poeta – e più in generale l’artista – ormai non è più colui che riesce a farsene carico e a comprenderlo per gli altri («Non saprei decrittare quel linguaggio»). La poesia si riduce dunque ad un gioco di stile o ad un’occasione di elegante ironia sulla vita, senza alcuna pretesa o speranza di poter conoscere e far conoscere, attraverso di essa, verità più profonde e importanti. Ciò che si può dire attraverso di essa, sembra dirci Montale, lascia il tempo che trova, ha valore solo per poco («Basterà un soffio / di vento a scancellarlo»).

LA VISIONE NEGATIVA DELLA NATURA

Viene ribadita qui una visione negativa della natura, come di un’entità assolutamente indifferente che «parla a vanvera» e crea cose assolutamente banali o causali. Per l’uomo quindi non c’è nulla da cercare nel mondo, non c’è da supporre un ordine che spieghi le cose, magari di origine sovrannaturale. Questa visione negativa della natura trova il suo corrispettivo in una serie di negazioni che segnano - ma lo abbiamo già visto altrove - la poesia:

  • «non vedo» (v. 3)
  • «non saprei» (v. 5)
  • «non è vero» (v. 7)
  • «non si occupi» (v. 9)

Non si tratta però della poetica del negativo tipica di Montale, che prova a definire qualcosa partendo da ciò che non è, come nella famosa poesia Non chiederci la parola. In quell'atteggiamento infatti, come nelle riflessioni dei filosofi e teologi medievali, si ritrova la speranza di accedere faticosamente e solo parzialmente ad una verità di tipo metafisico definendola in base a ciò che non è, essendo tale verità talmente perfetta da non poterla definire compiutamente col semplice uso del linguaggio umano. Qui invece la negazione è negazione pura, afferma una non esistenza, mettendo in luce l’estremo pessimismo e la disperazione che permea l'ultima poesia di Montale, a malapena coperta – o amplificata, dipende dai punti di vista – da uno strato di ironia.

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