Dissipa tu se lo vuoi: testo e commento alla poesia di Montale

Di Redazione Studenti.

Testo e commento al componimento "Dissipa tu se lo vuoi" di Eugenio Montale, dalla raccolta Ossi di seppia del 1925. A cura di Marco Nicastro

Dissipa tu se lo vuoi: testo

Testo del componimento dalla raccolta Ossi di seppia - sezione Mediterraneo - del 1925.

Dissipa tu se lo vuoi
questa debole vita che si lagna,
come la spugna il frego
effimero di una lavagna.
M’attendo di ritornare nel tuo circolo,
s’adempia lo sbandato mio passare.
La mia venuta era testimonianza
di un ordine che in viaggio mi scordai,
giurano fede queste mie parole
a un evento impossibile, e lo ignorano.
Ma sempre che tradii
la tua dolce risacca su le prode
sbigottimento mi prese
quale d’uno scemato di memoria
quando si risovviene del suo paese.
Presa la mia lezione
più che dalla tua gloria
aperta, dall’ansare
che quasi non dà suono
di qualche tuo meriggio desolato,
a te mi rendo in umiltà. Non sono
che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,
questo, non altro, è il mio significato.

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Dissipa tu se lo vuoi: commento

Concludiamo i commenti alle poesie della sezione Mediterraneo dedicata al mare – tutte poesie “difficili” ma molto intense, che invito a leggere nella loro interezza – con questa che può essere considerata per il tono una vera preghiera, a riprova ancora una volta del sentimento mistico che aleggia nelle poesie del primo Montale. In essa compaiono i temi classici dei componimenti e delle meditazioni a carattere religioso:

  1. la morte e la caducità dell’essere umano («Dissipa tu se lo vuoi / questa debole vita…») resa magistralmente con l’analogia tra la vita dell'uomo e il debole segno del gesso sulla lavagna;
  2. l'interrogativo latente sul senso della vita, con il passaggio sulla terra dell’uomo definito «sbandato» per l'allontanamento da un qualche «ordine» superiore forse presente in origine («La mia venuta era testimonianza / di un ordine che in viaggio mi scordai») e la concezione stessa della vita come «testimonianza»;
  3. l’idea dell’approssimazione umile all’infinito (il poeta non è ispirato dalla gloria e dalla grandezza del mare, ma dal suo «ansare che non dà suono» e da qualche scorcio più mesto del suo paesaggio);
  4. il tema archetipico, presente nell’inconscio degli uomini di tutte le civiltà, del ritorno di ognuno nell’infinito, della dissoluzione dell’identità personale in un’entità più vasta spesso rappresentata come un'immensa distesa d’acqua.

Il sentimento oceanico secondo Freud

Freud ad esempio, nel saggio Il disagio della civiltà (1929), afferma che il sentimento “oceanico”, il senso di un “infinito” dinnanzi al quale l’essere umano si sente piccolo e smarrito (o in cui desidererebbe un giorno perdersi e smarrirsi), avrebbe a che fare con quell’esperienza affettiva tipica dei primi periodi della vita e soprattutto della vita intrauterina, quando ogni individuo non è ancora consapevole della differenza tra sé e il mondo esterno e tutto è per lui un’unica e confusa sensazione-percezione di comunione con l’ambiente circostante e con la propria madre. Questa sensazione rimarrebbe presente nell'inconscio di ognuno, e anzi la nostra individualità emergerebbe gradualmente nei primi mesi di vita proprio da questo stato di indifferenziazione. Montale, coerentemente a questa concezione, si definisce «favilla d’un tirso», cioè piccola scintilla che si distacca, per poi spegnersi, da un elemento bruciante più grande: il tirso era infatti un bastone nodoso che veniva acceso in occasione delle feste dedicate al dio Bacco.

La poesia si conclude profeticamente con la dichiarazione di un desiderio e di una nuova consapevolezza: il significato della vita è bruciare e consumarsi mentre si splende, solo per un attimo, nel buio che la precede e la segue. La vita di ognuno, pare dirci Montale, ha senso solo se si vive nella consapevolezza della propria natura mortale e quindi nell’aspirazione a bruciare, a sviluppare nel proprio piccolo («a te mi rendo in umiltà») luce e energia, fendendo il buio angosciante della notte.

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