El desdichado: testo e commento alla poesia di Eugenio Montale

Di Redazione Studenti.

Testo e commento alla poesia El desdichado, tratta dalla raccolta Diario del '71 e del '72. A cura di Marco Nicastro.

EL DESDICHADO: TESTO

In questa poesia, il cui titolo è preso da un testo del poeta francese Gerard De Nerval (traducibile come “Il diseredato”), Montale esprime tutta la sua solitudine di uomo e di poeta nel tono prosastico e sommesso tipico del Diario.

EL DESDICHADO

Sto seguendo sul video la Carmen di Karajan
disossata con cura, troppo amabile.
Buste color mattone, gonfie, in pila sul tavolo
imprigionano urla e lamentazioni.
Col paralume mobile vi ho gettato
solo un guizzo di luce, poi ho spento.
Non attendete da me pianto o soccorso fratelli.
Potessi mettermi in coda tra voi chiederei l'elemosina
di una parola che non potete darmi
perché voi conoscete soltanto il grido,
un grido che si spunta
in un'aria infeltrita, vi si aggiunge
e non parla.

EL DESDICHADO: COMMENTO

In questa poesia, il cui titolo è preso da un testo del poeta francese Gerard De Nerval (traducibilecome “Il diseredato”), Montale esprime tutta la sua solitudine di uomo e di poeta nel tono prosastico e sommesso tipico del Diario.
È la descrizione, effettuata per brevi frasi intervallate da pause piuttosto nette (garantite dai punti fermi alla fine dei versi), che ricordano per tono la scrittura di un diario. Viene descritto un momento di riflessione e isolamento, o meglio di estraneità al mondo.
Fin dal principio, Montale chiarisce di non riconoscersi in qualcosa: nel modo in cui un regista, forse per renderla più “commerciale”, ha messo in scena la Carmen mandata in tv in quel momento; nelle molte richieste – in verità «urla e lamentazioni» – che come lacrime gonfiano delle buste marroncine analoghe a quelle che di solito contengono i manoscritti di aspiranti poeti o di ammiratori in cerca di una maggiore vicinanza d'animo e di un rapporto più diretto con lo scrittore amato.

Come un ispettore di polizia ormai stanco del suo lavoro, Montale vi getta però solo un rapido sguardo. Non spera più in un contatto umanamente significativo con qualcuno, per quanto ne senta inalterato il bisogno («chiederei l'elemosina di una parola»), né tanto meno si ritiene in grado di offrirlo in virtù di una presunta saggezza di poeta, riprendendo il concetto espresso emblematicamente nella celebre poesia «Non chiedermi la parola che squadri...». Ma il concetto probabilmente più interessante del componimento si trova nei versi finali, quando si comprende il perché di questa estraneità del poeta dal mondo.
Montale avrebbe bisogno di una parola carica di senso, mentre ciò che trova attorno a sé sono solo grida inutili che si disperdono in una realtà sorda e insensibile («un grido che si spunta / in un'aria infeltrita»). La parola che “squadra”, la parola necessaria, è diversa da quella che comunemente grida per darsi forza: non è una questione di volume quanto piuttosto di silenzio, come avviene in poesia. Il poeta è un diseredato perché ha perso la sua appartenenza al genere umano, che non trova più una parola che abbia radici profonde e che aiuti gli uomini a stabilire un contatto più emotivamente autentico tra loro e con la realtà.

STILE

È un componimento pieno di oggetti, gesti, particolari e situazioni assolutamente quotidiani (buste, tavolo, paralume, elemosina, fratelli) e dal tono dimesso, senza pretese di eleganza tipiche della poesia lirica. Si nota un latente controllo formale, che come abbiamo visto mai abbandona il fare poetico di Montale, evidente nella presenza di quattro endecasillabi canonici (vv. 2, 4, 6, 12) e un settenario (v. 11); ma i tre versi molto lunghi (vv. 1, 7, 8), più tipici di una normale prosa, unitamente al tono complessivo del testo lo caratterizzano come tipico dell'ultima fase della produzione poetica montaliana, decisamente più colloquiale e disincantata della precedente.

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