Decolonizzazione: significato, cause e conseguenze

Decolonizzazione: significato, cause e conseguenze A cura di Francesco Gallo.

Storia della decolonizzazione, il processo che ha portato gli stati colonizzati dell'Asia e dell'Africa a ottenere l'indipendenza dalle potenze europee

1Cos’è la decolonizzazione

Lo smantellamento del sistema coloniale e l’accesso all’indipendenza dei popoli asiatici e africani sono due delle pagine più importanti del Novecento. Preparato già nel primo dopoguerra con lo sviluppo di movimenti di liberazione nazionale, il processo di decolonizzazione ricevette la spinta decisiva dopo il secondo conflitto mondiale.   

Durante il Novecento i popoli africani e asiatici lottarono per la loro indipendenza
Durante il Novecento i popoli africani e asiatici lottarono per la loro indipendenza — Fonte: istock

I gruppi indipendentisti avevano acquistato forza e prestigio sempre maggiori e, a guerra finita, queste forze rimasero mobilitate politicamente e militarmente per battersi contro il dominio coloniale.  

Un ruolo decisivo nel processo di decolonizzazione lo ebbero Stati Uniti e Unione Sovietica. La loro congiunta pressione, per scalzare gli europei dall’Asia e dall’Africa, accelerò la liquidazione del vecchio ordine mondiale. Ad esempio, nel 1941 gli americani avevano redatto la Carta Atlantica che sanciva il “diritto di tutti i popoli a scegliere la forma di governo da cui intendono essere retti”.   

La Carta Atlantica fu concordata nel 1941 dal presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt e dal primo ministro britannico Winston Churchill. Dichiarava il principio di autodeterminazione dei popoli e s’impose poi come base del nuovo codice etico e politico internazionale, a cui l’Europa non poteva sottrarsi. Avrebbe poi ispirato l’intera attività dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) nata nel 1945 con lo scopo di favorire la soluzione pacifica delle controversie internazionali, mantenere la pace e promuovere il rispetto per i diritti umani

2Forme di decolonizzazione

La bandiera del Commonwealth
La bandiera del Commonwealth — Fonte: istock

Il processo di decolonizzazione si compì attraverso vicende alterne, che risentirono sia della natura dei nazionalismi locali, sia delle politiche estere dei paesi europei.  La Gran Bretagna procedette a una graduale abdicazione al proprio dominio cercando di trasformare l’Impero in un Commonwealth a cui potevano liberamente aderire nazioni sovrane.  

La Francia, invece, oppose una tenace resistenza ai movimenti indipendentisti e praticò fino all’ultimo una politica “assimilatrice”, che pretendeva di riunire la madrepatria e le colonie in un unico Stato e concedeva ai popoli soggetti una forma di parità di diritti. Ma laddove furono mantenuti legami con la madrepatria, ciò avvenne solo per scelta volontaria.  

3Decolonizzazione: l’emancipazione dell’Asia

Dopo l’indipendenza dell’India raggiunta nel 1947, e la successiva morte di Gandhi, nel 1948 alla guida del Paese ci fu Jawaharlal Nehru. Gandhi si era battuto per la costruzione di uno Stato indiano dove potessero convivere pacificamente popolazioni e fedi religiose diverse. Ma fu lui stesso a morire a causa del fanatismo religioso di alcuni estremisti indù. Il 30 gennaio 1948 un uomo di nome Vinayak Nathuram Godse lo uccise con un colpo di pistola. 

Mahatma Gandhi (1869-1948)
Mahatma Gandhi (1869-1948) — Fonte: getty-images

Jawaharlal Nehru era chiamato a governare un Paese geograficamente diviso in due tronconi: l’Unione indiana, a maggioranza indù, e il Pakistan musulmano (che poi nel 1971 sarebbe diventato Bangladesh).  

I problemi che rimanevano dopo l’indipendenza erano la povertà cronica delle campagne, l’inarrestabile crescita demografica e tensioni religiose che avrebbero afflitto il Paese anche durante gli anni Settanta e Ottanta. Ma le istituzioni democratiche e parlamentari nate con l’indipendenza ressero l’onda d’urto di queste problematiche.  

Jawaharlal Nehru, primo ministro indiano dal 1947 al 1964
Jawaharlal Nehru, primo ministro indiano dal 1947 al 1964 — Fonte: ansa

Nel Sud-Est asiatico, il processo di emancipazione e gli sviluppi successivi furono condizionati dal confronto tra le forze nazionaliste e i movimenti comunisti. L’esito di questo confronto fu diverso a seconda dei Paesi coinvolti. In Birmania e in Malesia (indipendenti rispettivamente nel 1948 e nel 1957) prevalsero le forze nazionaliste e la guerriglia comunista fu sconfitta.  

In Indonesia, il movimento nazionalista guidato da Ahmed Sukarno ottenne l’indipendenza nel 1949 e seguì una politica di non allineamento e di emancipazione economica dai capitali stranieri, resistendo sia alle pressioni della destra militare sia a quella dei comunisti

In Thailandia mantennero il potere le forze moderate, ma ci fu un alternarsi di regimi militari e di governi civili.  

Nelle Filippine, cui gli Stati Uniti concessero l’indipendenza nel 1946, conservando tuttavia ampi privilegi economici e basi militari, governi di carattere sempre più autoritari (come quello di Ferdinand Marcos) dovettero fronteggiare la guerriglia condotta dai comunisti e dalle forze separatiste musulmane.  

Ho Chi Minh (1890 - 1969) Presidente della Repubblica Democratica del Vietnam
Ho Chi Minh (1890 - 1969) Presidente della Repubblica Democratica del Vietnam — Fonte: getty-images

Una netta prevalenza dei comunisti si ebbe invece negli Stati sorti dalla dissoluzione dell’impero francese in Indocina. Nel Vietnam i comunisti, sotto la guida del leader Ho Chi-Minh, avevano assunto un ruolo di preminenza per l’indipendenza raggiunta nel 1941 e ratificata nella nuova capitale Hanoi attraverso la Repubblica democratica del Vietnam.     

I francesi, però, non riconobbero il nuovo Stato e cominciò un’aspra guerra fra gli occupanti francesi e le forze vietnamite guidate dal generale Giap. Il conflitto si concluse nel 1954 con la sconfitta dei francesi e la divisione del Vietnam in due Stati: uno comunista al Nord, l’altro filo-occidentale al Sud. Presto sarebbe diventato il teatro del conflitto con gli Stati Uniti all’interno della Guerra fredda

4Decolonizzazione: l’emancipazione dell’Africa

Protesta davanti a Trafalgar Square per la crisi di Suez nel 1956
Protesta davanti a Trafalgar Square per la crisi di Suez nel 1956 — Fonte: getty-images

Un episodio chiave che meglio rappresenta la crisi post-bellica in Africa fu la crisi di Suez del 1956. Nel 1948, il Canale aveva perso improvvisamente la sua tradizionale ragione d’essere, poiché l’anno precedente l’India era diventata indipendente, e il controllo britannico del canale non poteva più essere mantenuto sulla base del fatto che era critico per la difesa dell’India.  

Eppure, in quel momento, il Canale di Suez cominciò a guadagnare un nuovo ruolo: non più l’autostrada dell’impero britannico, ma l’autostrada del petrolio.   

Gamal Abdel Nasser (1918-1970)
Gamal Abdel Nasser (1918-1970) — Fonte: ansa

Dopo il colpo di stato di Nasser in Egitto, compiuto nel 1952, si andò formando un nuovo governo di identità indipendente e nazionalista che, di fatto, nazionalizzò con la forza il Canale. Si aprì, a questo punto, una crisi di portata internazionale.  

Le forze di difesa israeliane — appoggiate da inglesi e francesi — lanciarono diversi grandi attacchi di rappresaglia e le operazioni per prendere il canale ebbero molto successo dal punto di vista militare. Ma risultò poi un totale disastro dal punto di vista politico.   

Oltre alla crisi di Suez, nel 1956 gli Stati Uniti stavano trattando la quasi simultanea crisi ungherese, e quindi dovettero affrontare l’imbarazzante situazione di criticare l’intervento militare sovietico, tacendo al tempo stesso sulle azioni dei suoi due principali alleati europei in Medio Oriente.   

Truppe Israeliane invadono l'Egitto durante la crisi di Suez
Truppe Israeliane invadono l'Egitto durante la crisi di Suez — Fonte: getty-images

Nell’Africa del Sud il processo di decolonizzazione fu più tardivo rispetto a quello del Nord. Dal 1957 in poi, con l’indipendenza del Ghana dalla Gran Bretagna, come un castello di carte caddero tutti i vecchi possedimenti europei. 

Fra le colonie francesi, la prima ad affrancarsi fu la Guinea, sotto la guida di Sékou Touré, nel 1958. Nel 1960, in quello che fu chiamato l’Anno dell’Africa, ottennero l’indipendenza ben diciassette stati: fra questi Nigeria, Congo belga (poi ribattezzato Zaire), il Senegal e la Somalia (dove era scaduto il mandato assegnato all’Italia).  

Complessivamente, il processo ebbe carattere pacifico e spesso fu agevolato dalle stesse potenze europee, che riuscirono così a mantenere con le ex colonie importanti legami economici e culturali. Non mancarono, purtroppo, episodi drammatici e storicamente laceranti. 

Il processo di decolonizzazione del Congo belga fu drammatico
Il processo di decolonizzazione del Congo belga fu drammatico — Fonte: istock

I casi sono molteplici. Il Kenya e la Rodesia del Sud, prima di raggiungere l’indipendenza nel 1963 e nel 1965, furono insanguinate dalla feroce resistenza delle minoranze bianche che non volevano perdere i propri privilegi.  

Un altro caso di decolonizzazione particolarmente drammatica e cruenta fu quella del Congo belga. Il re Baldovino del Belgio consegnò il Paese a Patrice Lumumba, leader dell’indipendentismo congolese. Nel discorso in cui ufficializzò l’indipendenza dell’ex colonia, però, il re non riuscì a evitare di menzionare «quel genio di re Leopoldo», riferendosi al suo avo.   

Patrice Lumumba, primo ministro della Repubblica Democratica del Congo
Patrice Lumumba, primo ministro della Repubblica Democratica del Congo — Fonte: ansa

Lumumba, futuro primo ministro, lo guardò con disprezzo e gli disse: «Guardi che noi non siamo più le vostre scimmie». Ma il periodo di Lumumba durò poco, sarebbe stato assassinato presto.  

Il potere passò nelle mani di Mobutu che tenne il potere per trent’anni, indossando sempre un copricapo di leopardo e allungando il suo nome che, tradotto letteralmente dal congolese – significa: «l’onnipotente guerriero che, per la sua resistenza e inflessibilità, vincerà, andando di conquista in conquista, lasciando il fuoco sul suo cammino».  

Mobutu Sese Seko (1930-1997), dittatore della Repubblica Democratica del Congo
Mobutu Sese Seko (1930-1997), dittatore della Repubblica Democratica del Congo — Fonte: ansa

In generale, l’acquisita indipendenza politica delle ex colonie asiatiche e africane non corrispose a una piena autonomia economica e, talvolta, politica. La fine del dominio fu spesso solo formale e le ricchezze delle ex colonie continuarono ad essere sfruttate a vantaggio del capitale estero. 

L’iniqua distribuzione delle risorse e il più elevato sfruttamento dei lavoratori sarebbero a loro volta stati sorretti da una visione eurocentrica del mondo, fondata sulla convinzione della superiorità economico-culturale dell’Occidente.  

Abbiamo deciso insieme delle nostre prime lotte contro il colonialismo e insieme abbiamo pianto i nostri fratelli morti

Patrice Lumumba