Decameron: riassunto della terza giornata

Di Redazione Studenti.

Di cosa parla la terza giornata del Decameron di Boccaccio? Riassunto schematico delle novelle, dei temi trattati e dei narratori

Decameron, terza giornata

Di cosa parla la terza giornata del Decameron di Boccaccio?
Di cosa parla la terza giornata del Decameron di Boccaccio? — Fonte: getty-images

La regina della terza giornata del Decameron di Boccaccio è Neifile.

Il giorno è la domenica pomeriggio, dopo la pausa del venerdì e sabato, giorni dedicati alla preghiera e alla penitenza.

La giornata parla di chi ottiene o ritrova una cosa desiderata da tanto tempo. Si narra prevalentemente di uomini che ottengono l’amore o l’appagamento sessuale da donne grazie al loro ingegno.

La Giornata inizia con lo spostamento della brigata dalla villa al giardino di un bellissimo palagio, cui i ragazzi ne esaltano tanto l’architettura quanto le piante, gli animali innocui e selvaggi che lo popolano e la fonte. È qui che la brigata passerà le seguenti giornate, ad eccezione della VII, ambientata nella Valle delle donne.

Tema delle novelle

Il tema è chi alcuna cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse, dove industria rimanda alla perseveranza con cui si inseguono i propri obiettivi, ma anche alla prontezza nel reagire in casi difficili. L’industria è applicata esclusivamente all’ambito sessuale, com’è esplicitato da Dioneo. Del tutto maggioritarie appaiono le novelle incentrate sul triangolo extraconiugale, con l’eccezione della prima, della nona e dell’ultima novella che, pur restando nell’ambito d’amore, presentano un tono del tutto diverso. L’amore adulterino si suddivide in due serie:

  1. La polemica contro l’ingenuità o pochezza sociale del marito (3,4,8);
  2. L’ingegnosità o la perseveranza dell’amante (2,6,7).

La quinta contiene in sé i due elementi. Un altro modo per raggruppare i testi narrativi risiede nella messa in evidenza dell’ambientazione o del riferimento religioso.

Caratteristiche delle novelle

Per quanto riguarda l’estrazione sociale, si nota che le novelle più comiche, o ambientate in un passato o in uno spazio assai remoto, consentono la rappresentazione del successo erotico di personaggi umili.

Con l’eccezione della seconda e della decima novella, che risultano esotiche in quanto alla collocazione temporale e spaziale, le altre novelle sono tutte ambientate in epoca più o meno contemporanea al tempo del racconto. La prossimità crono-topica è talvolta tale da consigliare alle narratrici l’anonimato dei protagonisti, contravvenendo così a una delle regole sottintese del novellare decameroniano.

È soprattutto a partire dalla seconda metà della giornata che le narratrici mostrano di collegarsi, in maniera più o meno esplicita, a ciò che è stato raccontato in precedenza. Si tratta di rinvii strutturali (Elissa che riprende l’uccellare della novella di Panfilo) o di elementi legati all’ambientazione (semmai per contrasto, come accade sia nella sesta sia nella settima novella).

Novella I

Narratore: Filostrato.

Morale: L’appetito sessuale riguarda anche le monache e i contadini, il cui duro lavoro, per altro, non impedisce loro di usare opportunamente l’intelligenza.  

Un monastero di Firenze era abitato da otto giovani monache, una badessa e un contadino che si prendeva cura del loro bellissimo giardino. Nuto, questo il nome del contadino, a causa del salario troppo basso e della malvagità con cui lo trattavano le giovani monache, decise di ritornare a Lamporecchio, il suo paese natale, dove si sfogò con un contadino giovane e di bell’aspetto, Masetto.

A Masetto, udendo le parole di Nuto, venne voglia di stare tra quelle giovane monache, tuttavia temeva che a causa della sua giovinezza e dell’aspetto appariscente non fosse ricevuto, decise così di fingersi sordomuto. Come previsto, la badessa e il castaldo lo accolsero nel monastero e gli permisero di occupare il posto di Nuto, pensando che non potesse infastidire le giovani donne.

Un giorno, dopo il lavoro pesante, Masetto si stava riposando nel giardino quando due monache lo raggiunsero e iniziarono a parlare di come sarebbe stato cedere ai piaceri della carne.

Una di loro propose di sperimentarlo con Masetto, perché esse lo credevano sciocco e soprattutto muto, e questo fu quello che fecero entrambe. A lungo andare, tutte e otto le monache iniziano ad approfittare dei “servigi” di Masetto.

Un giorno, mentre Masetto dormiva all’ombra sotto un mandorlo – perché le energie sprecate la notte erano troppe per poter fare anche il minimo lavoro il giorno – la badessa passeggiava nel giardino e il vento alzò le vesti del contadino, mostrando così le sue parti intime, fu così che anche la badessa – come le sue “monachelle” – iniziò a godere delle grazie del giovane contadino.

Masetto, oramai stanco di dover soddisfare tutte e nove le monache, chiede alla badessa di essere liberato e, allo stupore di lei nel sentire la sua voce, dice di essere guarito proprio in quel momento. Le monache, per salvare il buon nome del convento, diffondono la voce che Masetto sia guarito grazie alle loro preghiere e lo nominano castaldo, dato che quest’ultimo era recentemente deceduto, distribuendo equamente tutte e nove le prestazioni dell’uomo. È quando la badessa muore che Masetto, vecchio, ricco e padre, può finalmente ritirarsi.

Commento

La novella si estende su tre durate differenti:

  1. Il tempo breve dell’astuzia per entrare nel convento;
  2. Il tempo medio del progressivo incontro con le monache e la badessa;
  3. L’allusione al tempo lungo della vita di Masetto.

Al di là della ripresa di motivi popolari, è evidente che l’ambientazione serve allo scopo di rendere più vivace la rappresentazione, senza alcuna intenzione di realismo. Del resto, la forza coesiva della novella non sta tanto nel congegno narrativo, pur perfetto, quanto piuttosto nella rete di allusioni sessuali e di doppi sensi osceni.

La base semantica principale riguarda “il bellissimo giardino ortolano”. L’esplicitezza del tema e l’oscenità velata delle espressioni utilizzate dal Narratore colpiscono le donne della brigata, le quali seguono il racconto sospese tra vergogna e riso. Non è improbabile, peraltro, che l’effetto comico complessivo sia dovuto al confronto tra il giardino del convento e il giardino paradisiaco nel quale la brigata si è appena trasferita.

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Novella II

Narratore: Pampinea.

Morale: Ci sono persone che, mosse dall’intenzione di rimproverare i difetti altrui anche in cose che sarebbe meglio non sapessero, ottengono soltanto di aumentare la propria vergogna.

Agilulfo, saggio e virtuoso re dei Longobardi, prese in moglie la vedova Teodolinda, donna bellissima e onesta.

Un palafreniere (servo di stalla che si occupa della cura dei cavalli) – il cui nome non viene mai detto perché considerato un uomo minore addirittura di Masetto –  di umili condizioni si innamorò disperatamente della bellissima regina: faceva tutto ciò che pensava potesse piacere alla donna e si accontentava anche solo di riuscire a sfiorare le sue vesti.

Tuttavia, stanco di questo amore impossibile e non ricambiato, decise di morire e si propose che il modo della sua morte fosse tale da consentirgli di tentare la fortuna provando a realizzare, in parte o del tutto, il proprio desiderio; cercò di riuscire ad andare a letto con la regina grazie al proprio ingegno. Il piano era quello di travestirsi da re in modo da poter essere scambiato per lui, così si nascoste nella stanza che era in mezzo tra la camera del re e quella della regina e lo osservò camminare indossando un mantello con una piccola torcia in una mano e una bacchetta nell’altra. L’uomo bussò una o due volte alla porta della camera della regina con la bacchetta, questa gli aprì e gli tolse di mano la torcia.

Il palafreniere, allora, si procurò un mantello simile a quello del re, una bacchetta e una piccola torcia e si lavò per bene in modo che la regina non odorasse la puzza di letame, così riconoscendolo. Quella sera arrivò di fronte la porta della regina, bussò due volte con la bacchetta e fu aperto da un’assonnata serva che lo lasciò entrare, coprendo la torcia con un panno. Il palafreniere posò il suo mantello e silenziosamente entrò nel letto della regina, la prese tra le braccia e la fece sua. Successivamente, anche se a malincuore, uscì silenziosamente così come era entrato.

Quando si presentò il re, la regina gli chiese che cosa facesse di nuovo lì e allora l’uomo capì che la moglie era stata ingannata. Deciso a trovare il colpevole, si recò nel dormitorio dei servi, pensando che colui che aveva approfittato della moglie avesse ancora il battito del cuore accelerato dalla fatica e quando trovò il palafreniere, gli tagliò i capelli per poterlo riconoscere l’indomani. Ma quando se ne andò il palafreniere tagliò allo stesso modo i capelli agli altri servi e così non venne mai scoperto.

Commento

Giovanni Boccaccio
Giovanni Boccaccio — Fonte: getty-images

Lo scontro tra il palafreniere e il re avviene in campo sessuale, ma lo trascende trasformandosi in gara di astuzia. Anche in questa sequenza ha un ruolo preminente il ragionamento del personaggio, il quale non solo non scopre alla moglie il proprio turbamento, ma procede nella sua indagine con raziocinio deduttivo.

Più che l’ambientazione storica, conta la scenografia della novella, la cui azione principale è infatti tutta racchiusa in una sola notte all’interno della reggia. Ne consegue che il tessuto narrativo è basato sull’equivalenza binaria visibilità/invisibilità e conoscenza/ignoranza.

L’organizzazione degli spazi e degli oggetti non ha una funzionalità tematica, né risponde a un’esigenza di realismo, ma è funzionale alla dinamica narrativa.

L’introduzione e la conclusione di Pampinea non sembrano del tutto sovrapponibili (all’inizio: sopra. Alla fine: insiste sulla prudenza del re che non avendo voluto insistere nella sua ricerca della verità s’è assicurato la segretezza su una vicenda per lui vergognosa). La discrepanza non sembra rispondere a criteri funzionali dal punto di vista narrativo, appare invece chiara l’intenzione della narratrice di ribadire il tema sessuale.

Novella III

Morale: Le beffe possono essere fatte anche ai religiosi, che si credono di valere e sapere più di ogni altro, mentre valgono di gran lunga meno.

Una bella e aristocratica donna – il cui nome non viene detto perché i fatti sono ancora molto recenti – è stata maritata ad un lanaiolo (un falegname specializzato nella lavorazione della lana) a cui, seppur molto ricco, non sentiva di meritare. La donna decide così di limitare i rapporti sessuali con lui a quelli necessari e di sfogarsi altrove: s’innamorò così di un uomo valoroso di mezz’età al tal punto da passare la notte in bianco se il giorno non lo vedeva. Tuttavia, l’uomo non si accorse dell’amore della donna e quest’ultima non cercò nemmeno di farglielo notare, temendo i pericoli a cui sarebbe andata incontro. Si accorse che l’uomo aveva grande famigliarità con un frate grasso, sciocco e grossolano, pensò che esso potesse fare da mediatore, così andò alla chiesa dove egli dimorava e chiese di potersi confessare con lui.

Disse al frate che una persona che lui conosceva molto bene la stava perseguitando per avere dei favori sessuali da lei e che lei non potesse uscire di casa senza ritrovarselo davanti.

Gli chiese di parlare con lui e pregargli di smettere, perché lei non era assolutamente quel tipo, e che se lui avesse provato a negare di dirgli il suo nome per avvalorare la sua tesi. Il frate capì subito di chi stava parlando la donna e, quando questa se ne andò, prese da parte l’uomo e gli chiese di smetterla di corteggiare così spudoratamente la povera donna. L’uomo si meravigliò e cercò di negare, così il frate rivelò il nome della donna ed esso, essendo molto più scaltro del frate, capì le reali motivazioni che avevano spinto la donna a fare quel gesto e di tutta fretta se ne andò dalla chiesa e si presentò a casa della donna. Così, d’allora, cautamente e regolarmente l’uomo fa visita alla donna.

Ma la donna dopo un po’ decise che voleva ancora di più dimostrare all’uomo l’amore che provava verso di lui, così ritornò dal frate e le disse che le visite dell’uomo erano moltiplicate e che lui aveva fatto addirittura venire una serva con delle notizie su di lui e un regalo per lei: una cintura e una borsa. La donna l’aveva mandata via malamente, ma poi – pensando che la serva avrebbe preso le cose per lei e detto all’uomo che lei le aveva accettate – accettò i regali solo per farli consegnare dal frate. Quest’ultimo promise alla donna di parlare con l’uomo che stavolta gli giurò di non infastidirla più e prese la borsa e la cintura. In modo molto cauto portò entrambi alla donna che attese solo che il marito si allontanasse per portare a compimento il suo piano.

Dopo non molto il marito dovette andare a Genova e la donna ritornò dal frate dicendo che l’uomo, che aveva saputo che il marito se n’era andato, si era arrampicato su un albero e aveva cercato di entrare dalla finestra della sua camera dove ella dormiva completamente nuda, ma che lei lo aveva mandato via. Il frate, iracondo, senza sapere che stava facendo esattamente ciò che la donna voleva, andò a raccontare il fatto all’uomo che seguì alla lettera i piani della donna. Passarono così dei giorni soli, provando piacere, parlando male del mestiere del lanaiolo e ringraziando il frate per la sua sciocchezza.

Commento

Se il protagonismo della donna è indiscutibile, la novella valorizza anche la prontezza con cui il valente uomo di cui ella è innamorata coglie il significato dei gesti di lei. Addirittura escluso dal sistema dei personaggi è la vera vittima del racconto, ovvero il marito della donna, di cui non si sa nulla se non il mestiere o che all’improvviso deve partire per Genova.

La Narratrice sottolinea come anche le donne sappiano operare cautamente, con evidente riferimento alla novella precedente.

Il conflitto soggiacente alla novella non è dunque di carattere culturale o morale, ma prettamente sociale, con rappresentanti della classe elevata che aggrediscono chi si trova in posizione inferiore.

Novella IV

Narratore: Panfilo.

Morale: Molte persone, pensando di andare in Paradiso, ci mandano gli altri.

Puccio di Rinieri si fece frate e iniziò a frequentare così tanto la chiesa da trascurare in ogni senso la giovane moglie Isabetta. Un giorno ritornò da Parigi un monaco chiamato don Felice, giovane arguto e di bell’aspetto, che strinse subito amicizia con frate Puccio. Quest’ultimo iniziò ad invitarlo molto spesso a casa e la moglie per accontentare il marito diventa amica di don Felice e lo accoglie con onore.

Il don, capendo subito ciò che mancava ad Isabetta – ovvero l’appagamento sessuale – si propose di risolvere la cosa, ma la donna non si sentiva sicura da nessuna parte se non in casa sua e suo marito non si allontanava mai da casa. Quindi, don Felice escogitò un piano per stare con la donna anche se il frate fosse stato in casa: gli disse che aveva capito che il suo desiderio più grande era quello di diventare santo e che lui conosceva una via facile per diventarlo e che sarebbe stato disposto a dirglielo.

Frate Puccio rispose prontamente che avrebbe fatto qualsiasi cosa e don Felice gli disse che doveva rimanere a digiuno e in astinenza per quaranta giorni, non doveva toccare sua moglie né nessun’altra donna e in questi quaranta giorni doveva rimanere in una camera della propria casa su una croce a guardare il cielo e recitare preghiere. Al calare del sole, se avesse voluto sarebbe potuto andare a dormire accanto alla moglie, ma la mattina successiva sarebbe dovuto tornare in chiesa per ulteriori preghiere. Frate Puccio, pensando che non fosse una penitenza troppo lunga, accettò e, una volta a casa, raccontò tutto alla moglie che subito capì le intenzioni di Don Felice.

Quando la penitenza di Frate Puccio iniziò, Don Felice si presentò a casa della donna, cenarono insieme e consumarono il loro amore. Tuttavia, la camera che aveva scelto Frate Puccio era separata dalla camera da letto da un solo muro finissimo, e una notte chiamò la moglie e le chiese cosa stesse facendo per causare tutto questo rumore. La donna ridendo gli rispose che si stava dimenando e alla domanda del marito sul perché si stesse dimenando rispose che colui che la sera non cena tutta la notte si dimena.

Successivamente, i due amanti fecero preparare il letto in un’altra camera e quando la penitenza di Puccio finì decisero di continuare il loro adulterio seppur in un’altra sede. Frate Puccio facendo penitenza pensava di andare in paradiso, ma in realtà ci fece andare il monaco.

Commento

Il costante riferimento religioso fornisce gli spunti più comici, la dimensione è resa più concreta dall’ambientazione.

Il bigotto clima complessivo sembra ispirare anche il linguaggio del Narratore. Panfilo, infatti, non solo si compiace di ripetere la battuta che gioca sull’equivoco intorno al Paradiso, ma spinge a più riprese sul pedale retorico dell’allusione, con evidente tentativo di divertire le sue ascoltatrici.

La rubrica non insiste sul ruolo del personaggio femminile, rimarcando piuttosto la dinamica della beffa a sfondo religioso.

Novella V

Narratore: Elissa.

Morale: Molti credono, solo perché sanno molto, che gli altri non sappiano nulla, e mentre cercano di ingannare un altro, a cose fatte si rendono conto di essere stati ingannati loro.

Il protagonista è messere Francesco, un uomo tanto ricco quanto avaro, che doveva andare podestà a Milano, ma non riusciva a trovare un cavallo bello come lo volesse lui. Gli giunse voce di un ricco giovane di nome Ricciardo, che tutti chiamavano il Zima per la sua eleganza, che aveva il cavallo più bello di tutti. Sentì dire, inoltre, che il giovane era innamorato di sua moglie e che quindi poteva, attraverso l’ingegno, farselo donare.

Fattosi chiamare il Zima, gli chiese di vendergli il suo bel cavallo, ma il giovane rispose che glielo avrebbe addirittura donato se avesse avuto la possibilità di parlare da solo con sua moglie. Il cavaliere, allora, pensando di ingannare l’uomo, gli concesse ciò che voleva, ma ordinò alla moglie di non dire né poco né molto.

I due sono lasciati soli in una stanza e il giovane inizia a confessare alla donna l’amore che prova per lei e che se lei non accondiscendesse alle sue preghiere, lui morirebbe. La donna, al corrente da molto dell’amore che provava Zima nei suoi confronti, seguì il consiglio del marito e tacque.

Il Zima inizialmente si meravigliò, ma poi capì lo stratagemma messo in atto da messere Francesco e iniziò a parlare al posto della donna, dicendo che lei aveva notato il suo amore, amore che lei ricambiava, ma non lo aveva mai mostrato a causa del marito. Disse, inoltre, che ora che questo sarebbe andato per sei mesi a Milano, loro potevano vedersi: la donna avrebbe appeso due asciugamani alla finestra, Zima sarebbe entrato attraverso il cancello del giardino – che la donna gli avrebbe fatto trovare aperto – e poi attraverso la porta del retro, dove avrebbe incontrato la donna stessa.

Zima rispose che era contento della sua risposta positiva e se ne andò, lamentandosi con messere Francesco di come avesse parlato con una statua di marmo mentre lui se la rideva.

Partito il marito, la donna rimuginò sulle parole di Ricciardo, pensando che un amante come il Zima non lo avrebbe mai più trovato e che, lasciando passare il tempo, sarebbe diventata vecchia e non avrebbe potuto più approfittarne. Così mise ad asciugare due accappatoi fuori della finestra, lasciò il cancello del giardino aperto e quando Zima entrò, iniziarono ad abbracciarsi e a baciarsi e a far l’amore. Ma questa non fu la prima ed ultima volta, in quanto i due amanti continuarono anche dopo il ritorno di messere Francesco a Pistoia.

Novella VI

Narratore: Fiammetta.

A Napoli vi era un giovane ricco di nome Ricciardo che, nonostante avesse una bellissima e giovane moglie accanto, si era innamorato della donna – a detta di tutti – più bella di Napoli, che chiamavano tutti Catella.

Ma Catella era sposata e non aveva occhi che per il marito.

Un giorno, delle parenti di Ricciardo gli consigliarono di desistere, in quanto Catella amava solo e soltanto il marito, al punto da essere gelosa di lui. Appena seppe della gelosia della donna, decise di rivolgere il suo amore ad un’altra donna (la donna di schermo di Dante) facendo per lei tutte le cose che soleva fare per Catella. Non lo fece per molto tempo, in quanto i napoletani e Catella avevano capito che si era innamorato di quest’altra donna e Catella iniziò a degnarlo del saluto.

Successe che, secondo l’usanza napoletana, brigate di gentil uomini e gentil donne andavano a cenare presso il mare e Ricciardo riuscì ad intrufolarsi nella brigata delle donne di Catella. Con le donne iniziò a parlare e a scherzare del suo nuovo amore e lanciò verso Catella una battuta allusiva ad un certo amore di Filippello, il marito di Casella, per il quale lei entrò subito in gelosia e chiese ulteriori spiegazioni a Ricciardo.

Quest’ultimo raccontò che, forse per vendicarsi, Filippello aveva iniziato ad interessarsi alla sua donna, che gli raccontava tutto ciò che diceva affinché lui le dicesse come rispondere. Ma un giorno, la donna gli disse che con le sue rispose gli aveva dato false speranze e che ora lui le stava addosso, dicendole che dovevano vedersi da soli in un bagno pubblico (terme romane molto diffuse nel medioevo, sia per l’igiene del corpo sia per clandestini convegni amorosi). Ricciardo le propose di andar a vedere con i suoi stessi occhi e propose anche di far ritrovare lui al posto della moglie.

Ricciardo andò nel bagno pubblico dove raccontò alla proprietaria ciò che aveva in mente di fare pregando di stare al gioco e lei accettò.

In una stanza oscura, misero un letto dove Ricciardo avrebbe aspettato Casella. Questa il giorno dopo andò nel bagno, chiedendo alla signora se Filippello fosse stato lì e lei, seguendo le richieste di Ricciardo, le disse di sì.

Andata nella stanza oscura, iniziò a far l’amore con quello che credeva fosse il marito, e una volta terminato, iniziò a lanciargli contro parole d’odio a causa della sua infedeltà nonostante lei lo avesse amato così tanto. Ricciardo, allora, rivelò la sua identità e le disse che lei non poteva dire a nessuno ciò che aveva fatto, da una parte perché avrebbe perso la sua dignità, ma dall’altra perché lui avrebbe negato tutto dicendo che le aveva promesso denari e altri doni e, quando non li aveva ottenuti, si era arrabbiata e per questo aveva parlato e gridato così tanto.

La donna rispose che non l’avrebbe detto a nessuno, ma che ora che aveva ottenuto ciò che voleva di lasciarla andare. Ma Ricciardo non poté lasciarla andare infuriata com’era per l’inganno, e così la prego e la scongiurò finché ella non si arrese, cedendosi di sua spontanea volontà all’amore di Ricciardo.

Novella VIII

Narratrice: Emilia.

Il protagonista è Tedaldo degli Elisei, un giovane nobile innamorato di monna Ermellina, una donna sposata che giacque con lui più per la sua nobiltà che per la sua bellezza. All’improvviso, però, Ermellina non volle più giacere con lui e non volle sentire ragioni, facendo immergere Tedaldo in uno stato di malinconia. Decise di partire per Ancona, per non far vedere alla donna le pene d’amore che a causa sua stava vivendo, dove si fece chiamare Filippo di San Lodeccio e diventò mercante.

A causa della sua professione fu costretto ad andare a Cipri, dove divenne un buono e ricco mercante.

Sette anni dopo, Tedaldo pare aver dimenticato monna Ermellina, ma una canzone d’amore da lui scritta gli fece venire voglia di rivederla, così tornò a Firenze. Qui albergò presso un edificio accanto casa di Ermellina, ma le finestre e le porte erano serrate, facendo nascere in lui la paura che si fosse trasferita o, peggio, morta.

Il giorno dopo vide i suoi fratelli vestiti di nero e chiese ad un calzolaio perché fossero a lutto. L’uomo gli rispose che uno dei loro fratelli, Tedaldo degli Elisei, era partito per pochi giorni e al suo ritorno era andato da monna Ermellina in incognito per stare con lei, ma il marito lo aveva scoperto e l’aveva ucciso, e ora l’uomo era condannato a morte.

Dopo la cena, Tedaldo sentì nell’albergo in cui pernottava quattro persone (i due fratelli albergatori, un fante e una donna) che parlavano tra di loro di come avessero ucciso Tedaldo e di quale fortuna avessero avuto a far uccidere il marito di Ermellina al posto loro.

Il protagonista, il giorno successivo, andò in casa di monna Ermellina e la trovò seduta a terra a piangere. Si presentò come un profeta di Costantinopoli che avrebbe potuto salvare il marito, ma prima volle sapere se avesse mai avuto un amante e perché l’avesse lasciato così improvvisamente. Monna Ermellina rispose che un giorno, andatasi a confessare da un frate, lui le aveva detto che se non avesse lasciato l’amante sarebbe andata all’inferno.

Dopo aver indirizzato una critica ai frati moderni, che non hanno nulla di frate se non la cappa, Tedaldo si rivela e afferma di voler salvare il marito della donna.

Dopo una breve visita a quest’ultimo, Tedaldo andò dal cavaliere della signoria a cui disse i nomi dei veri colpevoli che, dopo essere stati torturati, confessarono di averlo ucciso perché aveva dato noia alle loro donne.

Dopo un banchetto rappacificatore, Tedaldo si rivelò tra le lacrime di commozione e gioia dei presenti e il marito affermò che non aveva mai creduto alle maldicenze che volevano Tedaldo e monna Ermellina amanti e per questo gli fece scambiare un abbraccio.

L’unico dubbio che rimaneva riguardava l’identità dell’uomo morto, dubbio che fu sanato quando due fanti salutarono Tedaldo, vergognandosi quando seppero di averlo scambiato per il fante Faziuolo da Pontriemoli, scomparso da un po’.

Novella VII

Narratrice: Lauretta

Ferondo era maritato con una bellissima donna, ma era molto geloso e possessivo.

Un giorno la donna andò a confessarsi presso un abate e gli espose i difetti del marito, dicendogli che avrebbe preferito rimanere vedova. L'abate, innamorato di lei, le propose di fingere la morte del marito per poi farlo resuscitare, e propose di farlo andare al purgatorio per punirlo.

La donna si mostrò inizialmente un po' restia, finendo poi con l’accettare e l'abate le disse che per attuare il piano lui vorrebbe qualcosa in cambio, ovvero il suo amore e l’appagamento sessuale. La donna si sconcertò in quanto uomo di chiesa, ma l’abate le disse che in fondo lui era un uomo come gli altri.

In chiesa, l'abate diede un potente sonnifero a Ferondo per farlo addormentare e, fingendo che fosse morto, un monaco e l'abate lo seppellirono. La donna, venuta a sapere della ricchezza dell’abate, si fece trovare tutta acchittata e passarono la notte insieme.

Ferondo intanto si svegliò e cominciò a parlare con il monaco che gli disse che si trovava nel purgatorio per essere punito in quanto geloso della moglie, la donna migliore delle contrade, e iniziò a dargli anche delle frustate dicendo che per uscire bisognava essere realmente pentiti.

Ferondo esclamò che davvero la donna sua era la migliore e si pentì di tutto ciò che le aveva fatto in terra, promettendo che – se fosse ritornato – sarebbe diventato un marito migliore.

Dopo tre giorni la donna rimase incinta dell'abate così che quest'ultimo decise di far "risvegliare" Ferondo. L'abate andò da Ferondo e gli disse di poter ritornare in vita dal momento che sembra pentito. L'abate informò l’uomo della gravidanza della donna e gli disse che il figlio doveva essere chiamato Benedetto.

Ferondo, ritornato in vita, mantenne fede alla sua promessa, ma la donna non smise di scappare qualche volta dall’abate.

Novella IX

Narratore: Neifile.

Isnardo, conte di Rossiglione, a causa della sua salute cagionevole venne seguito da un medico chiamato Mastro Geraldo. Isnardo aveva un figlio, Bertaldo, un giovane bellissimo e piacevole, amato dalla figlia del medico, Giletta.

Alla morte di Isnardo, la tutela di Bertaldo fu affidata al re e per questo dovette trasferirsi a Parigi.  Di questo si rattristò Giletta, che per amore di Bertaldo aveva rifiutato parecchi spasimanti.

Sentita la notizia che il re di Francia stava male a causa di un’escrescenza tumorale che nessun medico aveva saputo curare, forte delle nozioni mediche impartitele dal padre, preparò una polvere con alcune erbe e partì per la Francia, ansiosa di vedere il suo amato che, come aveva sentito, si era fatto più bello che mai.

Giletta disse al re che lo avrebbe guarito in solo otto giorni, ma che in cambio voleva sposare Bertaldo di Rossiglione. Il re, dopo alcuni tentennamenti a causa della giovane età e del suo essere donna, decise di farsi curare e in pochi giorni, come aveva promesso Giletta, stette di nuovo bene.

Bertaldo, contrario al matrimonio in quanto Giletta non apparteneva ad una nobile casata, fu costretto a sposarla, ma subito dopo le nozze scappò in Toscana.

Giletta ritornò al regno, ormai in rovina a causa della mancanza dell’autorità imperiale, e rimise le cose in ordine e per questo fu molto amata dai suoi sudditi.

Mandò due cavalieri da Bertaldo per dirgli che se lui non faceva ritorno al suo regno per causa sua di dirglielo chiaramente e lei se ne sarebbe andata. La risposta di Bertaldo fu molto sgradevole: disse che tornerà a casa solamente quando Giletta avrà il suo anello al dito e in braccio un figlio avuto da lei.

La donna, allora, partì per Firenze dove pernottò presso un’albergatrice nobile ma povera. Il giorno dopo vide passare Bertaldo e chiese alla donna chi fosse. Questa le rispose che era il conte Bertaldo, molto amato dalla gente, innamorato di una donna povera che, proprio a causa della sua povertà, viveva da sola con la madre senza essersi mai maritata. Giletta andò a trovare questa donna e la madre. Parlò con quest’ultima, spiegandole la sua sventura, e dicendole che aveva bisogno del suo aiuto per incastrare il marito, in cambio le avrebbe dato il denaro sufficiente per far maritare la figlia. Così, fingendosi la donna, Giletta chiede, come prova d’amore, l’anello di Bertaldo e poi, fingendosi la donna da lui amata, si fa ingravidare.

Bertaldo torna al suo regno dopo aver saputo che Giletta se n’era andata, ma la ritrova con due gemelli in braccio – figli suoi – e il suo anello e, compiaciuto dall’ingegno della donna, accetta di sposarla.

Novella X

Narratore: Dioneo.

Dioneo, il narratore della decima giornata, ottiene il permesso di allontanarsi non troppo dal tema della giornata.

Alibech era la figlia di un mercante di Capsa, il cui ateismo la porta nel deserto per chiedere ad un eremita come si fa a servire Dio.

Alibech incontrò un primo eremita che decise di non aiutarla perché la sua bellezza lo avrebbe potuto far cadere in tentazione. La donna continuò il suo viaggio finché non incontrò un altro eremita che guardandola viene sopraffatto dal desiderio sessuale. Lei, allora, gli chiede cosa fosse successo e lui le rispose che era stato invaso dal diavolo e che per servire Dio bisognava rimetterlo all'inferno. Così i due giacciono e lei si convinse che servire Dio è meraviglioso.

Nel frattempo a Capsa divampò un incendio nel quale morirono il padre e i fratelli di Alibech. Per questo motivo Nerbale, un giovane di Capsa, sentendo che costei era ancora viva, la raggiunse nel deserto e la riportò a Capsa, nonostante Alibech sia molto arrabbiata e delusa perché non potrà più servire Dio. Raccontato l’accaduto alle donne del villaggio, queste le dissero che potrà servire Dio anche con Nerbale.