"Guido Cavalcanti": trama, analisi e personaggi della nona novella della sesta giornata del Decameron di Boccaccio

"Guido Cavalcanti": trama, analisi e personaggi della nona novella della sesta giornata del Decameron di Boccaccio A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Trama, analisi e personaggi della nona novella della sesta giornata del Decameron di Boccaccio, quella su Guido Cavalcanti. Regina della giornata è Elissa. Qui Cavalcanti viene esaltato come intellettuale non compreso dalla massa.

1La novella di Cavalcanti: introduzione

Peste a Firenze, una miniatura del Decameron
Peste a Firenze, una miniatura del Decameron — Fonte: getty-images

Ognuno deve scegliere per chi e per cosa vivere. Boccaccio lo sottolinea più volte attraverso le sue novelle: occorre un ideale di vita, ma occorre il buonsenso di sapersi adattare. Bisogna tenere conto dei limiti dell’uomo e cercare un modo per non lasciarsi vincere dalla morte. Il Decameron comincia con la famosa peste del 1348, una delle epidemie più gravi della storia del mondo. Un momento cruciale e di pesantezza esistenziale.  

Questa novella non può non essere introdotta dalle parole di Italo Calvino, che l’ha scelta come simbolo della leggerezza: «L’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero di automobili arrugginite» (Lezioni americane, 15-16).  

2Guido Cavalcanti: trama della novella della sesta giornata

Guido Cavalcanti
Guido Cavalcanti — Fonte: ansa

Il poeta filosofo Guido Cavalcanti passa il suo tempo a passeggiare da solo, ragionando e filosofando. È un uomo colto (anche se questo poco importa alle brigate), elegante e raffinato, molto ambito dalle brigate che fanno a gara per averlo nella loro compagnia.

Una di queste brigate di tale Betto Brunelleschi decide di invitarlo più volte, ma Cavalcanti puntualmente rifiuta. Sempre la detta brigata, trovandosi Guido a passeggio vicino a un cimitero, lo prende di mira e va a dargli briga (fastidio), chiedendogli che cosa se ne fa di sapere se Dio esista o no.

Al che Guido risponde: “Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace”. Cioè qui, nel cimitero, siete padroni. Dopodiché: “posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall'altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò.” La brigata resta istupidita chiedendosi che diavolo volesse dire; solo Betto, da uomo intelligente, comprende il significato di quel motto. Loro, pur essendo vivi, sono morti perché si dedicano a nient’altro che feste e gozzoviglie. Cavalcanti, invece, con ideale più alti, filosofo che conosce la realtà del mondo, può staccarsi dal peso della terra con un balzo e oltrepassare la morte

3Personaggi della novella del Decameron su Guido Cavalcanti

La descrizione del protagonista corrisponde alle due azioni di rilievo che egli fa: pronunciare il motto e saltare oltre le arche: Boccaccio ci dice che egli fu uno dei migliori “logici” (sofisti) che avesse il mondo, un ottimo filosofo naturale; costumato nel parlare e nel comportarsi, gentile, mai a sproposito. In più era ricchissimo e sapeva rendere onore a chi ne fosse degno.

Betto Brunelleschi è un capo-brigata ed è quindi un personaggio carismatico e intelligente: intuisce la caratura di Cavalcanti, ma inizialmente la fraintende. Solo alla fine capirà la vera grandezza del filosofo e lo spreco a cui sta dedicando la propria vita.

4Novella su Cavalcanti: il tema-simbolo ovvero il salto delle arche «come colui che leggerissimo era»

La novella di Cavalcanti ha suscitato la bellissima interpretazione di Italo Calvino che la affida al tema della “leggerezza” nelle sue Lezioni americane. Questa novella riguarda la “leggerezza pensosa” e con il tramite dell’immagine cimiteriale e la presenza del filosofo materialista (e quindi con la sola presenza della materialità del corpo) ci ricorda in parte l’atmosfera iniziale della peste come se fossimo ancora davanti a un Trionfo della morte: insomma dobbiamo affrontare ancora una volta il vanitas vanitatum et omnia vanitas, «vanità delle vanità e tutto è vanità». Cerchiamo infatti di guardare bene: la peste iniziale corrisponde al cimitero, la voce di Boccaccio dell’introduzione diventa il gesto simbolico di Cavalcanti che oltrepassa d’un balzo la morte e i morti.

L’ambientazione cimiteriale fa tornare alla mente il problema del corpo, tema centrale per Boccaccio incline al materialismo. Quindi l’argomento della novella è il rapporto dell’uomo con l’eternità: quindi il corpo e il suo rapporto con la morte; e, di conseguenza, il senso dell’agire umano. La brigata infatti chiede: «Guido, tu rifiuti d'esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu avrai trovato che Idio non sia, che avrai fatto?» Sarebbe chiedere a un filosofo perché filosofa, a un poeta perché scrive poesie, a un uomo perché vive.

La brigata dice implicitamente che l’unica cosa che conta è passare del buon tempo a ridere e a scherzare, a mangiare e bere e a fare baldoria. Loro rivendicano la vita a sé e accusano lo studioso di non partecipare davvero alla vita: ed è qui che si colloca la risposta mordace di Cavalcanti: «Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace». Sono loro i morti perché la vera morte è credere solo in quella vita, che non è vita se è priva di scopo, perché il corpo di tutti è destinato alla tomba, mentre chi si dedica alla scrittura affida questa polvere mortale al vento, e vola leggera, chissà dove, attraversando i secoli. Dunque la tomba non è la casa dello scrittore, ma lo è il vento che soffia per il mondo.

Ci sembra proprio che qui Boccaccio scommetta sull’immortalità dei propri scritti. Cavalcanti codifica in un simbolo questo messaggio: lui sa come oltrepassare la morte: fa un balzo e come un corvo se ne vola via: «sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò».

Boccaccio e Petrarca
Boccaccio e Petrarca — Fonte: getty-images

Dobbiamo a questo punto collegare un’opera importantissima di Boccaccio: il Corbaccio – ossia un brutto corvo, un corvaccio, tra l’altro quasi un anagramma del nome dell’autore – in cui troviamo l’uomo solitario, studioso, che rinuncia alla vita per come essa è conosciuta e si affida a una vita diversa, in qualche modo immortale, misteriosa, che non conosce ritorno alla terra richiamando il famoso corvo mandato in esplorazione da Noè. Non è un caso che il tema del volo sia implicito in entrambi i personaggi. 

Il volo di Cavalcanti oltre le tombe ricambia il disprezzo ricevuto con quello del filosofo per chi è incapace di guardare la vera realtà. E infatti: «nel mondo antico, il corvo era spesso tenuto a bordo delle navi, per la presunta capacità di avvertire in anticipo delle tempeste: ed appunto a questo scopo era spesso mandato in avanscoperta» (Zaccarello). Cavalcanti procede ubbidendo al richiamo filosofico della conoscenza e della poesia.

5Analisi stilistica: il confronto con la versione di Petrarca

Come tutte le novelle della sesta giornata, anche questa è particolarmente breve per dare risalto alle poche ma pregnanti azioni e parole che vi leggiamo. La facezia di Dino era ben nota anche a Petrarca che la racconta nei Rerum memorandarum libri (II.60). Abbiamo quindi la possibilità di vedere due rese dello stesso aneddoto e in due lingue diverse. Cogliere le differenze permette di capire ancora meglio l’operazione di Boccaccio.

Leggiamo la versione petrarchesca. DINUS

Dinus quidam concivis meus, qui etate nostra gratissime dicacitatis adolescens fuit, casu preteriens per loca frequentissima sepulcris, aliquot sibi notos senes illic confabulantes comperit; qui ut iocandi peritum irritarent, iocari simul omnes — ut est etas illa loquacior — et manibus etiam apprehendere ceperunt. Ille se proripiens hoc unum omnibus respondit: ‘Iniquum hoc loco certamen; vos enim ante domos vestras animosiores estis’; senio scilicet eorum et vicinie mortis alludens. Nec prius intellectus est, quam eo ex oculis ablato cimiterium circumspicientes, quas ille domos loqueretur perpenderunt. Innumerabilia dixit ad hunc modum, que apud nos vulgo etiam nota sunt; hoc enim loco non iocos eius prosequi, sed nomen attingere propositum fuit.

[Dino. Un mio concittadino, di nome Dino, che nei tempi nostri fu giovane di piacevolissima mordacità, passando per caso in luoghi occupati da numerosissimi sepolcri, si imbatté in alcuni vecchi, suoi conoscenti, che lì chiacchieravano. Costoro, per stimolare quella fucina di arguzie, tutti insieme cominciarono a motteggiare – quell’età infatti è piuttosto loquace – e oltretutto ad afferrarlo con le mani. Dino, tirandosi indietro a forza, questo solo rispose a tutti: «In questo luogo non è un combattimento ad armi pari; infatti voi siete più coraggiosi davanti alle vostre case»; alludendo alla loro vecchiaia e alla prossimità della morte. Né fu inteso prima che, osservando il cimitero, quando Dino si fu allontanato dalla loro vista, si rendessero conto di quali case egli parlasse. Pronunciò innumerevoli detti di questo tipo, che presso di noi sono noti anche al volgo; però in questo luogo non ho inteso enumerare le sue battute, ma solo fare il suo nome.] (Petrarca, Rerum memorandarum libri, II.60)

Giovanni Boccaccio
Giovanni Boccaccio — Fonte: getty-images

Soffermiamoci sulla battuta culminante, il motto di spirito: «Iniquum hoc loco certamen; vos enim ante domos vestras animosiores estis»; cioè: «In questo luogo non è un combattimento ad armi pari; infatti voi siete più coraggiosi davanti alle vostre case». La stessa battuta è più stringata e incisiva in Boccaccio: «Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace».

Queste due voci a ben dire cimiteriali data l’ambientazione del fatto, colpiscono in modo diverso i diversi nemici: Dino – un buontempone, famoso per le sue battute – parla ad un gruppo di vecchi che sono quindi “già con un piede nella fossa” a causa della loro età. Una battuta bella, ma in fondo scontata dato il luogo: anche sgarbata, direi.

Al posto di un buontempone come Dino, Boccaccio inserisce Cavalcanti – poeta e filosofo, quindi diciamo pure un “pezzo da novanta”. Non solo: come abbiamo letto, scambia il gruppo di anziani con una brigata di giovani. È evidente che il messaggio è diverso anche per l’aggiunta del gesto finale assente in Petrarca: il salto delle arche. Il significato è molto più intrigante, come abbiamo visto: i giovani non hanno un piede nella fossa, ma essendo ignoranti e inconsapevoli, sono come dei morti viventi.

Dunque abbiamo una resa diversa che risalta esigenze stilistiche diverse e un diverso rapporto tra parola e verità, nodo centrale dei filosofi-letterati. Una semplice battuta, per quanto molto simile, esprime due realtà completamente diverse. Però una cosa è certa: in questo contesto chi possiede la maestria retorica così come «il perfetto artista può accedere ad altre forme di riproduzione della realtà, improntante all’illusione o all’inganno». (Zaccarello); insomma chi conosce la parola – nel senso di logos – può comprendere la realtà meglio degli altri: si toglie cioè dal ruolo di ingannato e ha il privilegio di rivelare agli altri la realtà stessa (o di ingannarli).

La novella di Boccaccio ha due brevi preamboli:

  • uno dedicato alla gloria passata di Firenze;
  • l’altro per delineare la complessità e la bellezza della figura di Cavalcanti.

Molto importanti sono anche gli spazi: Guido appare in uno spazio aperto per poi essere accerchiato (quindi uno spazio chiuso) e infine riesce a fuggire dai sepolcri e dagli uomini morti. Con questo gesto di leggerezza possiamo concludere l’analisi: Cavalcanti rappresenta la leggerezza della pensosità, proprio come dice Calvino, ed è capace con un gesto fulmineo di posarsi sulla realtà senza lasciarsi intrappolare da una leggerezza frivola che risulta – o rischia di risultare – molto più pesante.

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