De Monarchia di Dante Alighieri: storia, significato e struttura

De Monarchia di Dante Alighieri: storia, significato e struttura A cura di Antonello Ruberto.

Storia e significato del De Monarchia di Dante Alighieri, saggio politico nel quale Dante affronta il rapporto tra potere temporale (autorità politiche) e potere spirituale (Chiesa)

1Filosofia, storia e politica nel De Monarchia di Dante

Luca Signorelli, Ritratto di Dante Alighieri. Cappella di San Brizio alla Cattedrale di Orvieto
Luca Signorelli, Ritratto di Dante Alighieri. Cappella di San Brizio alla Cattedrale di Orvieto — Fonte: istock

Lo scopo del De Monarchia, opera in tre libri e unico tra i trattati di Dante a essere portato a compimento, è quello di definire quali erano gli obiettivi e le competenze delle due istituzioni, il papato e l'impero, che da secoli si scontravano per stabilire la supremazia di una sull'altra: non era questione da poco, in quanto entrambe avevano vocazione universale, cioè avocavano a sé la guida della cristianità.

E se è vero che questo scontro aveva risvolti essenzialmente regionali poiché influiva pesantemente sulla vita politica dei Comuni italiani provocando scontri durissimi con conseguenze tragiche, di cui l'esilio dell'autore è solo uno dei tanti esempi, è soprattutto vero che questo scontro poneva problemi di respiro universale che come tali andavano affrontati: è per questo motivo che la lingua scelta per questo scritto è il latino, la lingua dei sapienti, di coloro che avevano studiato il diritto e la filosofia, e che era conosciuta e comprensibile dai dotti di tutta Europa.

Nell'intento di affrontare e sciogliere questa complicata serie di questioni Dante scrive un saggio in cui filosofia, politica e teologia s'intrecciano, e fortissime sono le influenze aristoteliche, che fanno da base all'intera impalcatura della teoria dantesca: l'uomo è un essere razionale e sociale, dice Dante, e la sua storia si sviluppa tutta attorno a questi due aspetti della sua personalità;

altrettanto evidente è l'influenza della filosofia scolastica, che emerge nella costruzione del discorso argomentativo, dove il ragionamento di ciascun libro prende avvio da un principio generale e poi si sostanzia di una serie di asserzioni logicamente e razionalmente collegate e supportate dalle auctoritates bibliche e storiche che convalidano la tesi dell'autore e smentiscono le altre.

Si tratta di discorsi profondi e urgenti, e non per caso molti dei concetti espressi in questo saggio si ritrovano sia nel Purgatorio che nel Paradiso della Commedia, come ad esempio la legittimità dell'idea che sia il popolo di Roma a designare l'imperatore, tesi che si ritrova nel VI canto del Paradiso, ma segnalano la centralità di questi discorsi nella sua concezione del mondo e della sua organizzazione. 

Nel canto XVI del Purgatorio si ritrova un’eco della cosiddetta teoria dei due soli, una formula che ben sintetizza il pensiero dantesco per cui papato e impero sono due istituti che la provvidenza divina ha concepito come distinti e autonomi, e come tali devono rimanere: compito dell’autorità imperiale è di amministrare la società umana secondo giustizia, armonia e amore, in modo da far raggiungere agli uomini la felicità terrena; è secondo alla Chiesa per il solo fatto che il compito di quest’ultima è di condurre l’Uomo alla felicità ultraterrena. 

2Il contesto storico in cui Dante scrisse De Monarchia

Lo scontro tra papato e impero aveva radici antiche che risalivano fino all'XI secolo, e aveva visto una nuova recrudescenza nella prima metà del Duecento con la salita al trono imperiale di Federico II di Svevia che, regnando sul meridione d'Italia, aveva provato a riportare anche i comuni del centro-nord sotto il suo controllo.

A questo tentativo si erano opposti i pontefici che, a cominciare da Innocenzo III, volevano imporre la teocrazia papale affermando così la supremazia della Chiesa su quella di tutti i sovrani temporali.

Enrico VII di Lussemburgo
Enrico VII di Lussemburgo — Fonte: getty-images

Lo scontro coinvolge, inevitabilmente anche i comuni italiani che si dividono tra fazioni guelfe fedeli al papa e fazioni ghibelline favorevoli all'imperatore; questa situazione sembra conoscere un momentaneo arresto con la battaglia di Tagliacozzo del 1268, che pone fine al controllo della dinastia Sveva sull'Italia meridionale, che passa sotto lo scettro degli Angioini, alleati del papa: la vittoria del papa e dei suoi alleati afferma il predominio della parte guelfa.

Il De Monarchia viene scritto tra il 1310 e il 1313, in occasione della discesa in Italia dell'imperatore Enrico VII di Lussemburgo, un'operazione politica che aveva l'obiettivo di ricompattare il fronte ghibellino per ribadire la presenza imperiale in Italia contrastando la politica dell'asse costituito dalla Francia di Filippo IV, dal papato di Clemente V e dalla corte angioina di Napoli.

3Struttura del “De Monarchia”

Ciò che traspare dall'opera è un'utopica concezione dell'ordinamento gerarchico e monarchico e della figura del monarca stesso: Dante s'immagina una società in cui ordinamenti giuridici e leggi morali si connettono e si collegano, giustificati da un'ottica storica sorretta dal disegno della provvidenza divina. Ma la cosa interessante è che in essa si propone l'idea, davvero audace per i tempi, della distinzione netta tra il potere spirituale e quello temporale, che vengono presentati come distinti e autonomi l'uno dall'altro. L'opera conosce fin da subito una rapida diffusione e scaturisce aspre critiche soprattutto dagli ambienti guelfi più radicali.

Tenendo presente la cornice storica in cui l'opera viene scritta appare chiaro come, al netto di qualsiasi utopismo, il De Monarchia sia un'esortazione al superamento del particolarismo tipico dei comuni italiani e quindi della loro debolezza politica.

3.1Libro I

Il primo libro del “De Monarchia” parte dal principio che la monarchia universale sia un qualcosa di necessario poiché il suo compito è quello di assicurare il rispetto delle leggi e quindi uno stato di giustizia e armonia tra gli uomini necessarie, insieme alle quattro virtù cardinali, per il raggiungimento della felicità terrena.

Uno degli ostacoli alla felicità è l'avidità, il desiderio smodato dei beni terreni e materiali che il sovrano deve fermare attraverso le leggi; inoltre, essendo sovrano del mondo intero, avrebbe in suo possesso tutti i beni materiali: una condizione che allo stesso tempo lo libererebbe dal desiderio, poiché avendo già tutto non avrebbe alcunché da desiderare, e al tempo stesso gli permetterebbe di liberare dal desiderio tutti i popoli a lui soggetti. Il monarca è perciò una guida morale per gli uomini, la cui necessità è storicamente comprovata dall'esempio di Augusto, primo imperatore di Roma e assunto a esempio di sovrano universale e perfetto.

3.2Libro II

Ed è proprio dall'impero romano che parte il secondo libro: esso ebbe una natura provvidenziale, voluto da Dio per unificare gli uomini e dar loro la pace e un'unica legge, preparando così le condizioni per l'avvento di Cristo. Argomenti storici e teologici si intrecciano per dimostrare il diritto del popolo romano ad espandersi e, cosa enormemente importante ai fini del dibattito politico, la legittimità del Sacro Romano Impero a dichiararsene erede.

3.3Libro III

In quest'ultimo libro si affronta di petto la questione più prettamente politica dell'opera, cioè del rapporto tra papato e impero.

Dante dapprima smonta la tesi della supremazia imperiale su quella pontificale per passare poi a smontare la cosiddetta teoria del sole e della luna, una formula che sotto forma di metafora sintetizzava i motivi della superiorità papale; il potere del pontefice era visto come l'unico reale in quanto la Chiesa era emanazione diretta della volontà divina, motivo per cui nessun potere temporale, terreno, poteva prescindere da quello papale: il potere imperiale, insomma, non brilla di luce propria ma, come la luna, s'illumina della luce riflessa proveniente da un astro più grande e nobile.