Dante e la Divina Commedia: confronto tra Francesca, Pia de Tolomei e Piccarda

Di Redazione Studenti.

Francesca da Polenta, Pia de' Tolomei e Piccarda Donati sono tre donne che rivestono un ruolo importante all'interno della Divina Commedia. Sono una l'antitesi dell'altra: eccole a confronto.

Divina commedia, tre donne a confronto

All’inizio di ciascuna delle cantiche della Divina Commedia - Inferno, Purgatorio e Paradiso - Dante incontra le tre donne che rivestono il ruolo più importante nella struttura dell'opera: Francesca da Polenta, Pia de' Tolomei e Piccarda Donati. Francesca e Piccarda in particolare sembrano essere l’una l’antitesi dell’altra e, anche dalla critica, vengono viste in reciproca opposizione.

Pia de Tolomei dipinta da Eliseo Sala nel 1846
Pia de Tolomei dipinta da Eliseo Sala nel 1846 — Fonte: getty-images

Ci accorgiamo del contrasto già nelle modalità dell'incontro tra Dante e gli spiriti: separata dagli altri dannati, vediamo Francesca con Paolo; Piccarda, invece, ci appare insieme ai volti di altri beati. In entrambi i casi, è Dante ad essere incuriosito dalle anime e ad iniziare il dialogo, attratto – nel caso di Francesca - dalla particolarità della pena mentre, nel caso di Piccarda, da una più evidente disposizione a parlare.
La differenza tra le due situazioni è chiara già dalle prime battute:

  • Paolo e Francesca sono "anime affannate", che Dante chiama in modo deciso;
  • A Piccarda Dante si rivolge con l'appellativo "ben creato spirito";

Francesca si mostra disposta a discorrere su ciò che più possa interessare l'interlocutore mentre Piccarda stabilisce subito un criterio selettivo: quello della "carità" e della "giusta voglia".

Il contrasto del linguaggio

Le prime parole della nobile riminese uniscono ai suoi modi cortesi, espressioni in contrasto con le espressioni corrispondenti della terza cantica; un "aere perso" e un mondo "sanguigno" laddove nel cielo lunare dominano la luminosità e quella gioia che più volte emana dagli occhi delle anime, al posto delle lacrime dei due dannati. Ma la gentilezza di Francesca è tale da giustificare un riferimento -  che appare singolare nell'Inferno -  al "re dell'universo", la cui amicizia le è negata per sempre; al contrario, Piccarda può godere appieno dell’amore di Dio tanto che, pur trovandosi nel cielo più periferico, non è inappagata nel suo desiderio di Dio. La condizione di Pia de' Tolomei, invece, è intermedia: l'amore di Dio non è né irreparabilmente perduto, né definitivamente conquistato ma condizione da raggiungere per mezzo della purificazione purgatoriale.

Ritroviamo in entrambi gli episodi della prima e dell'ultima cantica l’elemento della "pace", una condizione che Francesca desidera ma che è perduta per sempre. Il contrasto è reso bene a livello stilistico:

  • al momento dell'aspirazione corrispondono le buone maniere dell'anima dannata, la simmetria tra terzine e sintassi, l'utilizzo di una terminologia cortese;
  • nella fase della negazione, invece, accanto a termini "gentili" troviamo parole "aspre" come perso, sanguigno, mal perverso, offende, forte, morte, spense, dolore, miseria, piange.

Assistiamo quindi all'impiego, e allo stesso tempo al capovolgimento, di quello "stile nuovo" di cui Dante rinnega certe applicazioni. Il dissidio è eliminato nel terzo canto del Paradiso, tanto a livello concettuale, quanto sul piano stilistico - lessicale. Ora la terminologia stilnovistica è indirizzata solo verso l'amore divino, dal quale proviene lo stato di beatitudine delle anime. Questo, ovviamente, vale anche per Piccarda, che realizza la propria aspirazione alla pace rimanendo entro la "sua volontade", ovvero nella volontà di Dio.

Ma Dante non si limita a confrontare uno stato di pace inappagato con uno realizzato ma ne indaga le cause attraverso due termini che ricorrono in entrambi gli episodi: il "piacer", ossia la bellezza, e il "desiderio" di esso.

Paolo e Francesca

Paolo e Francesca in un dipinto del Musée de la Vie romantique, Parigi
Paolo e Francesca in un dipinto del Musée de la Vie romantique, Parigi — Fonte: getty-images

Il piacere, per Francesca, è Paolo, uomo che ella ama in sé e per sé, ovvero non lo considera un tramite verso la bellezza divina (secondo la funzione rivestita dalla Beatrice della Vita Nuova), e pertanto a prescindere dal superamento di un bene terreno in vista di quello eterno. Infatti, il "piacer" di costui è "si forte" che ancora non abbandona la giovane riminese. Ma una passione terrena, se non subordinata e finalizzata all'amore verso Dio, è destinata all'errore, così come errano poesia e filosofia senza teologia; i desideri dei due amanti, quindi, non possono che essere in contrasto con la volontà divina. E così, contro ogni tradizione cortese, anche l'amore, se esclusivamente terreno, conduce alla morte.

Il desiderio inappagato in vita lo ritroviamo soddisfatto dopo la morte

E’ un atto di violenza a stroncare le vite di Paolo, Francesca e Pia, e a porre fine al desiderio di Piccarda di un'esistenza distaccata dalle cose terrene. Ma il desiderio inappagato in vita lo troviamo soddisfatto dopo la morte, in una prospettiva che ribalta quella dei giovani amanti:

  • se per Francesca il passato terreno è felice, l'eternità è infelice;
  • per Piccarda il passato è stato caratterizzato da un dolore dissimulato, ma adesso partecipa di una beatitudine eterna: il ricordo è debole ma soprattutto insignificante, tanto da venir condensato in pochissimi versi, in massima parte riferiti alla scelta di ritiro in convento;
  • i"desiri" di Piccarda e delle altre anime sono ricompresi nella volontà divina, senza alcuna possibilità di disaccordo;
Piccarda Donati in un dipinto di Lorenzo Toncini
Piccarda Donati in un dipinto di Lorenzo Toncini — Fonte: getty-images

Questo, in sintesi, è quanto l'anima del cielo lunare risponde a Dante che, se nel secondo cerchio rivolgeva una domanda circa l'origine del peccato di Paolo e Francesca, adesso è più interessato da questioni di tipo teologico. Tuttavia, così come tra i lussuriosi il linguaggio cortese viene accompagnato da termini "aspri", nel primo cielo assistiamo ad una fusione tra il lessico filosofico e quello stilnovistico; quest'ultimo subisce un processo di selezione che ne amplifica le potenzialità musicali e lo adatta al campo semantico di "luce" e "calore", in un crescendo di indeterminatezza che culmina con lo svanire del sembiante di Piccarda. Si fa presente a tal proposito, come l'incontro con la donna fiorentina sia dotato di un proprio inizio e di una fine compiuta all’interno di una struttura circolare che ribadisce il concetto di "desiderio appagato"; questo invece non avviene con Pia, in Purgatorio, che è protagonista di un'apparizione fulminea, a conclusione della quasi ininterrotta scia di parole di altre due anime, Iacopo del Cassero e Buonconte da Montefeltro. Per quanto riguarda Paolo e Francesca il dialogo si chiude bruscamente, tra le lacrime del primo e il silenzio della seconda; tutto questo avviene alla fine di un progressivo inasprimento linguistico che passa attraverso la condanna dell'uccisore, Giovanni Malatesta, e dell'autore del libro "galeotto". Invece, né Pia né Piccarda mostrano astio verso i loro malfattori; la seconda, anzi, parla del male quasi come di un "uso", come a voler sottolineare che l'essenza dell'uomo, la sua "virtù informativa", lo fa tendere naturalmente al bene.

Le figure minori

Interessante è osservare in che modo le due "comparse minori" di Francesca e di Piccarda assumano un maggior rilievo in chiusura di dialogo. Paolo viene raffigurato tra le lacrime suscitate dalle parole dell'amante, laddove quelle della donna fiorentina non faranno che aumentare lo splendore di Costanza d'Altavilla; solo Piccarda si rivolge realmente all'anima compagna, mentre Francesca nomina Paolo sempre in riferimento al proprio desiderio in una prospettiva tutto sommato egoistica, cui per il contrappasso corrisponderebbe all'inseparabilità dei due dannati nel girone infernale.

Un ultimo aspetto riguarda a come Dante si pone nei confronti delle anime incontrate. Nel primo caso sembra soggetto a un trasporto passionale, sembra provare una compassione derivante dal peccato comune, fino al finale svenimento. Nel cielo lunare, invece, persino un rapporto di parentela, che in precedenza avrebbe provocato una reazione quantomeno calorosa, viene invece messo in secondo piano dall'amore totale e incondizionato per Dio. Questa nuova prospettiva consente a Dante, terminato l'incontro, di "volgersi al segno di maggior disio" e gli permette di perdersi nell'accecante luminosità dello sguardo di Beatrice.