Da Satura: poesie di Eugenio Montale dal 1962 al 1970

Di Redazione Studenti.

Componimenti di Eugenio Montale da Satura, raccolta che segna l'inizio di un nuovo corso poetico provocato da cambiamenti di carattere idologico, politico e sociale.

Poesie da Satura

Componimenti da Satura, la raccolta poetica di Eugenio Montale che contiene poesie scritte tra il 1962 ed il 1970 suddivisa in quattro sezioni: Xenia I e II e Satura I e II. In quest'opera sono presenti poesie dedicate alla moglie Drusilla Tanzi, morta nel 1963, ma anche legate alla sua vita quotidiana.

Non hai pensato mai di lasciar traccia
di te scrivendo prosa o versi. E fu
il tuo incanto – e dopo la mia nausea di me.
Fu pure il mio terrore: di essere poi
ricacciato da te nel gracidante
limo dei neòteroi.

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Tuo fratello morì giovane; tu eri
la bimba scarruffata che mi guarda
«in posa» nell'ovale di un ritratto.
Scrisse musiche inedite, inaudite,
oggi sepolte in un baule o andate
al màcero. Forse le riinventa
qualcuno inconsapevole, se ciò ch'è scritto è scritto.
L'amavo senza averlo conosciuto.
Fuori di te nessuno lo ricordava.
Non ho fatto ricerche: ora è inutile.
Dopo di te sono rimasto il solo
per cui egli è esistito. Ma è possibile,
lo sai, amare un'ombra, ombre noi stessi.

Commento alle poesie

La raccolta Satura, che raccoglie poesie scritte tra i '62 e il '70, segna una svolta contenutistica e soprattutto stilistica in Montale. A livello di contenuti il poeta si concentra su aspetti anche minimi del quotidiano, o eventi se vogliamo banali, senza la pretesa di assolutizzarli attraverso un processo di astrazione come nelle precedenti raccolte; a livello di stile il linguaggio si fa più semplice e immediato, il tono colloquiale e non di rado ironico (anche se amaro).

I componimenti dedicati a Mosca

La raccolta si apre con due sezioni Xenia I e II, ognuna costituita da 14 brevi poesie in memoria della compagna di una vita di Montale, Drusilla Tanzi, morta nel 1963 (xenia è una parola latina che indica dei piccoli doni fatti in omaggio ad un ospite). Si tratta della terza donna importante nella sua vita, dopo Irma Brandeis-Clizia e Maria Luisa Spaziani-Volpe. Anche Drusilla in realtà sarà chiamata con un soprannome, quello di “Mosca”, a causa della sua forte miopia che l'obbligava a indossare occhiali particolarmente spessi. Mosca è una figura molto diversa dalle altre: più normale, per nulla avvenente, quasi dimessa nell'immagine, aspetti sottesi del resto dal soprannome per lei scelto. Una figura che potremmo definire certamente più materna e soprattutto lontana dalle donne fatali, che assurgono a simbolo di tentazioni e turbamenti sensuali, delle raccolte precedenti. Diventa comunque anch'essa per Montale uno strumento per elevarsi, soprattutto moralmente, quasi per emendare delle colpe e dei difetti personali profondamente sentiti.
Sebbene queste prime due sezioni della raccolta siano interamente dedicate a questa donna, in Satura di tanto in tanto compariranno altre poesie in cui la stessa sarà al centro della narrazione. Possiamo comunque dire che certamente queste due sezioni, ma in generale l'intera raccolta in cui sono inserite, costituiscano un lavoro letterario incardinato sulla figura di Drusilla Tanzi, un tentativo di elaborazione del lutto della sua perdita.

Commento alla prima poesia, la n° 6 di Xenia 1

Eugenio Montale con la moglie Drusilla Tanzi
Eugenio Montale con la moglie Drusilla Tanzi — Fonte: getty-images

Nella prima delle poesie sopra, la n. 6 di Xenia I, il poeta ad esempio fa un confronto tra la grandezza d'animo della compagna («il tuo incanto») – donna di cultura che non ha mai cullato il sogno megalomanico dell'immortalità attraverso la scrittura – e se stesso, che invece coltiva proprio quella fantasia. Da cui il disgusto per se stesso. Montale intravede un dislivello morale talmente forte da temere persino un giudizio estetico negativo sulla sua poesia da parte della compagna, che lo potrebbe «ricacciare nel gracidante limbo dei neòteroi», vanificando quasi il suo intero percorso artistico.
Da un punto di vista stilistico i versi non sono metricamente perfetti, come avveniva il più delle volte nelle precedenti raccolte. Montale cioè allunga il verso, lo rende più irregolare, perché vuole che la sua scrittura sia meno poetica, meno alta ed elegante, più vicina alla prosa e ad un sentire più diretto. Vuole, in sostanza, abbassare un po' il tono aulico delle poesie precedenti ponendosi in una posizione conoscitiva più dubbiosa. Si tratta di una tendenza, qui solo accennata, che diverrà sempre più forte col progredire della sua produzione poetica. Da notare infine l'originale rima poineoteroi, che chiude e suggella, anche semanticamente, il componimento.

Commento alla seconda poesia, la n. 13 di Xenia I

Nella seconda poesia, la n. 13 di Xenia I, Montale compie continue circonvoluzioni intorno al tema della morte attraverso il ricordo, e lo svanire di questo, delle persone care. La poesia, profondamente malinconica, è caratterizzata dal ripetersi di termini e sintagmi negativi, ossia indicanti l'assenza o l'inesistenza di qualcosa:

  • inedite
  • inaudite
  • inconsapevole
  • senza
  • nessuno
  • Non ho fatto

Ciò è il corrispettivo, nel lessico e nella sintassi, non sappiamo quanto consapevole, del senso di vuoto e di perdita che pervade il poeta mentre riflette sulla scomparsa della compagna e, prima ancora, sulla scomparsa del fratello di lei, il cui ricordo, già posseduto solo dalla sorella quando era ancora viva, ormai è conservato unicamente nella mente dell'autore. Dopo la morte, i ricordi sono quindi l'unica cosa che rimane delle persone (almeno in chi le ha amate), l'unico segno della loro esistenza per chi, come Montale, non crede in una trascendenza ed è certo unicamente della natura materiale dell'uomo, destinato come gli altri esseri a corrompersi con la morte («ombrenoi stessi»). Unica salvezza è amare, nonostante questa dolorosa consapevolezza («amare un'ombra»). Ciò però non elimina il carattere tragico della condizione di chi ha amato, nel momento in cui, sopravvivendo, rimane solo coi ricordi delle persone amate definitivamente scomparse. Questa seconda poesia è intrisa quindi dell'idea della morte, e nella sua compostezza formale (molti versisono endecasillabi canonici, alcuni endecasillabi ipermetri, con qualche lieve “allungo” come al v. 4e al v. 7) cerca quasi di contenere questa tragicità. Rimandano chiaramente all'idea della morte anche l'aggettivo sepolte e il sostantivo macero.

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