Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi: riassunto e analisi

Di Redazione Studenti.

Riassunto, trama e analisi di Cristo si è fermato a Eboli, romanzo che racconta il periodo del confino dell’autore in un paese della Lucania. Spiegazione dell’opera e analisi dei personaggi

CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI: CONTESTO STORICO

Autoritratto di Carlo Levi
Autoritratto di Carlo Levi — Fonte: getty-images

Nel romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” le vicende si svolgono durante il regime fascista. Qui, l’autore Carlo Levi raccoglie la sua personale esperienza e le impressioni di confinato politico in Lucania, regione dove arrivò nel 1935 e dove rimase per più di un anno. Se, da un lato, i contadini meridionali non si opposero all’avvento del fascismo, perché consapevoli che “ogni governo di Roma si sarebbe ricordato di loro solo alla riscossione delle tasse”, a Nord la lotta antifascista subì gravi perdite e così, per evitare l’arresto e le pesanti condanne del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, diverse figure di spicco furono costrette ad espatriare.
L’emigrazione politica assunse proporzioni notevoli e le conseguenze furono la ricostituzione di partiti e organizzazioni sindacali antifasciste in terra straniera, soprattutto in Francia. Ed infatti, ritroviamo qui, fra altri, Carlo Sforza, già ministro degli Esteri nell’ultimo gabinetto Giolitti, l’economista Francesco Saverio Nitti, il fondatore del Partito Popolare Luigi Sturzo, i socialisti Filippo Turati, Claudio Treves, Giuseppe Modigliani, Pietro Nenni e Giuseppe Saragat, i comunisti Palmiro Togliatti, Luigi Longo e Angelo Tasca, i repubblicani Cipriano Facchinetti, Rondolfo Pacciardi e Egidio Reale. In Francia, si rifugiarono anche: Gaetano Salvemini, che a Firenze aveva dato vita, nel gennaio 1925, al foglio clandestino “Non mollare” con un gruppo di studiosi, suoi discepoli, come Carlo Rosselli ed Ernesto Rossi; Piero Gobetti che, con la rivista “Rivoluzione Liberale” (1922-1925), era stato protagonista di una vivace battaglia per il rinnovamento, in senso democratico popolare, della tradizione liberale; Giovanni Amendola, leader dell’opposizione aventiniana. Gobetti e Amendola non sopravvissero alle ferite riportate nel corso di aggressioni fasciste subite in patria: il primo morì a Parigi il 25 febbraio 1926 e il secondo a Cannes nell’aprile dello stesso anno. I gruppi democratici, socialisti e repubblicani crearono una “concentrazione di azione antifascista” che svolse opera di denuncia presso l’opinione pubblica internazionale del regime fascista, mostrandone il carattere oppressivo e reazionario. Né tanto meno trascurata fu l’opposizione clandestina condotta dalle correnti politiche, le quali si proposero un’azione rivoluzionaria da sviluppare anche in patria.

Se alcuni partiti agivano clandestinamente, in Italia non mancavano esponenti dell’alta cultura i quali, anche in virtù del loro prestigio, osavano criticare apertamente la dittatura di Mussolini. Tra questi fu rilevante l’opera di educazione etico politica svolta dopo il 1925 da Benedetto Croce, che pur fino a quella data aveva accordato aperto favore al movimento fascista, fiducioso che, restaurato l’«ordine», esso lasciasse sopravvivere istituti e metodi liberali. All’abolizione delle principali libertà (di stampa, di pensiero, ecc.) si aggiunse una sempre maggiore persecuzione degli ebrei, conseguenza di una delle clausole dei vari trattati di amicizia stipulati tra Hitler e Mussolini in un periodo durante il quale le due dittature si andavano consolidando. Infatti, sul piano interno, il 5 febbraio 1934 il fascismo riesce a costituire le 22 Corporazioni quali organi dello Stato e il 25 marzo dello stesso anno si tengono elezioni plebiscitarie, precedute da intimidazioni e con esiti truccati. Nel frattempo l’economia italiana, che, poggiando prevalentemente sull’agricoltura, aveva sentito il contraccolpo della crisi del 1929 in maniera minore di altri Paesi europei, si dibatteva fra innumerevoli e continue difficoltà. Tra il 1930 e il 1931, il Governo fascista procedette a una riduzione dei salari che oscillò dal 12 al 25% e colpì i braccianti agricoli, gli operai, gli impiegati privati e statali. La necessità di ridar vita all’industria nazionale portò nel 1933 alla creazione dell’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale) che fu governato da uomini di fiducia della borghesia industriale e risanò i grandi complessi scaricandone il deficit sui bilanci dello Stato. Furono attuate misure protezionistiche che avviarono il Paese alla politica di autarchia (autosufficienza), la quale prevarrà pochi anni dopo. La ricerca di zone esclusive per il commercio intensificò i tentativi di penetrazione nella regione danubiana e balcanica, prima attraverso accordi commerciali stipulati nel 1931 con l’Albania e poi nel 1934 mediante l’opposizione all’annessione dell’Austria da parte della Germania per timore di una più intensa penetrazione tedesca nell’Europa Orientale e Sudorientale. Ma la minacciosa presenza della Germania, in quel tempo già in piena ripresa economica, indusse il regime fascista a orientarsi verso spazi coloniali in Africa Orientale. Il maggior contributo a risolvere i problemi del momento venne dato per questa via: dal potenziamento dell’esercito che permise la ripresa dell’industria pesante. Il 2 ottobre 1935 il governo di Roma dichiarò guerra all’Etiopia e pochi giorni dopo (7 ottobre 1935) scattarono le sanzioni economiche decretate dalla Società delle Nazioni nei nostri riguardi. Il 5 maggio 1936, con l’occupazione della capitale abissina, Addis Abeba, la guerra poté dirsi conclusa: il 9 maggio l’Etiopia, l’Eritrea e la Somalia vennero erette in impero dell’Africa Orientale Italiana, la cui corona fu assunta da Vittorio Emanuele III. La situazione internazionale creata dalla guerra etiopica favorì un avvicinamento italo-tedesco; l’Asse Roma-Berlino (ottobre 1936) confermò la solidarietà e la concordanza di vedute delle due potenze. In breve tempo, il regime fascista si subordinò alla egemonia della Germania e agli orientamenti del nazismo, isolandosi sempre più, politicamente e culturalmente, dal resto del mondo civile.

BIOGRAFIA DI CARLO LEVI

Carlo Levi nacque a Torino il 29 novembre del 1902. Sua madre era la sorella di Claudio Treves e l’ambiente in cui Levi trascorse l’infanzia e l’adolescenza fu soprattutto quello del socialismo piemontese: “In casa mia”, disse Levi, “ho conosciuto lo stato maggiore del socialismo del tempo” (“In morte di Claudio Treves” da Quaderno n. 7, giugno 1933).
Nella Torino dei primi decenni del secolo - ricca di fermenti intellettuali e spirituali e città nella quale si esprimerà una delle manifestazioni di più ostinata e decisa resistenza al fascismo - Carlo Levi compì gli studi alle scuole medie superiori e si iscrisse all’Università di Medicina all’età di 17 anni, laureandosi, appena ventiduenne, nel 1924. A Torino viveva in quegli stessi anni Piero Gobetti, il quale, nel 1918, subito dopo aver terminato il liceo, fondò un piccolo periodico quindicinale, “Energie Nuove, che ispirandosi seppur in parte all’idealismo crociano, si proponeva, secondo le stesse parole del suo fondatore di “portare una fresca onda di spiritualità nella gretta cultura italiana”. Intorno a “Energie Nuove” si raccolse ben presto un gruppo di giovani entusiasti; sia Croce e sia Einaudi non disdegnarono di collaborarvi. L’uscita del primo numero del periodico costituì l’occasione perché si stringesse un’amicizia tra Gobetti e Carlo Levi. Entusiasta di quanto aveva letto sul quindicinale appena uscito, il giovane Levi scrisse una lettera al suo direttore e venne invitato ad andarlo a trovare. La meraviglia per la giovanissima età del fondatore del quindicinale non impedì che tra i due giovani si stabilisse immediatamente una solida e calda amicizia. Spesso con un gruppo di amici si riunivano in casa Gobetti per leggere Kant. La pubblicazione di “Energie Nuove” fu sospesa di lì a un anno, ma l’amicizia con Gobetti non si sciolse. I due anni che seguirono furono per entrambi i giovani di intensa preparazione: Gobetti andava maturando una nuova concezione politica che si sarebbe manifestata nella sua interezza all’epoca dell’occupazione delle fabbriche torinesi. Non si può negare che al formarsi di quella stessa concezione abbiano contribuito sia l’amicizia con Gramsci e i comunisti de “L’Ordine Nuovo”, sia gli studi sul Risorgimento che si sarebbero concretati prima nella tesi di laurea di Gobetti (La filosofia politica di Vittorio Alfieri), poi in un volume, “Risorgimento senza eroi” che sarebbe stato pubblicato solo dopo la precoce morte del suo autore. E’ in questo ambiente, di intensa e viva attività intellettuale e politica, che Carlo Levi venne formandosi. Intanto, egli aveva cominciato a dipingere: “Non sapevo”, commentò sorridendo una volta, “che sarei diventato pittore e nemmeno scrittore”. Nel 1923 inviò un suo quadro, nello specifico un ritratto del padre, alla Quadriennale d’arte moderna di Torino. Aveva sognato quel quadro qualche notte prima e ciò che lo colpì di più era stato il colore di un bianco azzurrino che tentò poi di riprodurre sulla tela. Il quadro venne accettato e fu esposto in una sala in cui erano raccolte le opere di coloro i cui nomi avrebbero rappresentato il meglio della pittura nei decenni successivi. La Quadriennale era stata organizzata secondo il criterio di esporre in numerose sale le opere di quegli artisti che costituivano i maggiori rappresentanti della pittura di fine Ottocento e di raccogliere in un unico locale i quadri di Moranti, Carrà, Levi, Sironi, Tosi, Marussig e una scultura di Martini. Vi figurarono anche opere di Chessa e Meuzio, due dei pittori con i quali Carlo Levi formerà più tardi, nel 1929, il cosiddetto “Gruppo dei Sei” assieme a Boswell, Galante e Paolucci.

Fu Gobetti il primo a parlare di Levi come pittore su “L’Ordine Nuovo”; Gobetti, fondatore di “Energie nuove” e poi del settimanale “La Rivoluzione liberale” (fondato nel febbraio del 1922), aveva corso un vero e proprio linguaggio cifrato parlando del quadro di Levi, esposto alla Quadriennale. L’amico usò il termine “aridità” con il quale, in reazione alla retorica del tempo, voleva alludere a una concentrata ricchezza spirituale. Ma per gran parte del pubblico quella “aridità” venne ad assumere un valore del tutto diverso e assolutamente non corrispondente a quello di Gobetti. Il critico della “Gazzetta del Popolo”, invece, avanzò l’ipotesi che il quadro appartenesse a un pittore già anziano, il quale intendeva esporre un’opera che testimoniava del suo desiderio di un profondo rinnovamento, assumendo, però, per l’occasione lo pseudonimo di Carlo Levi. Nel 1924 un secondo quadro venne accolto alla Biennale di Venezia. L’anno seguente, Carlo Levi prestò servizio militare in qualità di ufficiale medico a Firenze e fu un testimone occasionale dell’aggressione subita, per opera dei fascisti, da Gaetano Salvemini in piazza San Firenze. Nel 1926 morì l’amico Piero Gobetti, a soli 25 anni. L’attività politica di Levi si manifestò nell’aiuto prestato ai socialisti che, sotto la pressione delle misure repressive del fascismo, furono costretti ad espatriare clandestinamente. Alcuni di loro, che per l’età potevano sostenere la fatica di lunghe marce in montagna, passarono il confine attraverso le Alpi; altri, i più anziani, vennero invece indirizzati verso la Svizzera. Nel 1928, un altro quadro di Carlo Levi venne presentato, questa volta su invito, alla Biennale di Venezia e l’anno dopo il “Gruppo dei Sei” di Torino esponeva a Milano le proprie opere in una mostra collettiva che si tenne alla Galleria Bardi. Levi, nel frattempo, aveva perso l’abitudine di recarsi spesso a Parigi, dove si tratteneva anche per lunghi periodi e uno dei motivi dei suoi frequenti viaggi in quella città fu senza dubbio quella di incontrarsi con i fratelli Rosselli, insieme ai quali e ad altri amici, avrebbe fondato il movimento di “Giustizia e Libertà”. Gli appartenenti a questa associazione politica erano soggetti a regole severe imposte, ovviamente, dalla pericolosità della cospirazione e dalla necessità di fare in modo che se, per un malaugurato caso, alcuni di loro fossero stati scoperti gli altri avrebbero avuto la possibilità di non essere coinvolti. Per quanto una parte dei manifestini fosse stampata in Italia, diffusi clandestinamente, molti dei materiali di propaganda furono inviati dai Rosselli dalla Francia e fatti pervenire attraverso la Svizzera. Durante un tentativo di introduzione di materiale sovversivo fu arrestato l’appena diciannovenne cugino di Levi, Sion Segre. Poco dopo la polizia compiva una serie di arresti in seguito ai quali furono incarcerate più di ottanta persone, tra le quali i principali responsabili di “Giustizia e Libertà”: Carlo Levi e Leone Giuzburg. Furono sottoposti a reiterati e violenti interrogatori durante i quali ognuno si difese come poté secondo la linea di resistenza stabilita e che consisteva principalmente nel negare tutto, nel non ammettere mai niente. Un giorno su “La Gazzetta dello Sport” , unico giornale che era consentito leggere a Carlo Levi, venne riportata la notizia (evidentemente le autorità fasciste ne avevano imposto la pubblicazione a tutti i quotidiani, qualunque fosse il settore della vita pubblica di cui si occupavano) che a Torino era stato scoperto un tentativo di rovesciare con le armi il governo fascista: si attribuiva la responsabilità a una ventina di persone, di cui si riportavano i nomi, tutte appartenenti all’ambiente ebraico della città. Dell’ottantina di persone arrestate furono riportati solo i nomi di coloro che, secondo l’espressione in uso a quei tempi, apparteneva alla “razza ebraica”. Tuttavia, per quanto quel comunicato di un tentativo armato (e il movimento “Giustizia e Libertà armi non aveva) di rovesciare il governo suonasse come presagio di sicuro rinvio al Tribunale Speciale e di altrettanto sicura e severissima pena, Levi non poteva sapere, nell’isolamento in cui si trovava, quale fosse il reale svolgersi degli avvenimenti. Pare che Mussolini, su istigazione di Hitler che nel frattempo il 30 gennaio 1933 era salito al potere della Germania, avesse pensato di sfruttare gli arresti degli appartenenti a “Giustizia e Libertà” per conferire alla “pericolosità” di quel movimento un’importanza e soprattutto un carattere che essa non poteva avere; pare, inoltre, che lo stesso avesse anche pensato di attribuire la responsabilità del presunto colpo di Stato a quella che allora veniva definita come la congrega “demo-pluto-giudaico-massonico”. Intanto, maturava il tragico destino dell’Austria e del suo cancelliere Engelbert Dollfuss, verso il quale Hitler non nascondeva il proprio odio. Mussolini, con uno dei suoi atti di irresponsabile megalomania, si rese garante della vita di Dollfuss, senza tener conto del fatto che di fronte alla truculenta violenza nazista non possedeva alcun mezzo che conferisse a quella sua garanzia un minimo di credibilità. Hitler si mostrò gravemente contrariato al gesto di Mussolini che considerava come un’indebita inferenza nella vicenda della politica della Germania nazista: l’incontro che si ebbe tra i due capi di Stato il 14 giugno 1934 a Villa di Stra a Venezia in merito alla questione austriaca, si concluse tempestosamente, producendo un temporaneo allontanamento di Mussolini dal Führer. Quando il 25 luglio Dollfuss venne assassinato la reazione di Mussolini fu così rabbiosa da portarlo a concentrare, in un gesto destinato a rimanere soltanto e vanamente dimostrativo, alcune divisioni dell’Esercito italiano alla frontiera con l’Austria. Pare certo che questi dissapori con Hitler fossero stati la causa di un brusco mutamento dello stesso Mussolini (che seguiva personalmente e quotidianamente gli sviluppi relativi alla congiura demo-pluto-giudaico-massonico) nei riguardi dei carcerati di Torino. Infatti, essi non furono più rinviati al Tribunale Speciale e Carlo Levi poté cavarsela con un anno di sorveglianza speciale. Nel 1934, prima dell’arresto, fu ufficialmente invitato dalla Biennale di Venezia a intervenire con un numero di quadri sufficiente all’allestimento di un’intera sala a lui riservata. L’invito aveva fatto particolarmente piacere al Levi perché in quell’anno la scelta degli artisti, che avrebbero esposto alla Biennale, fu fatta da una commissione di pittori alla quale faceva parte anche Casorati. La procedura per la selezione dei quadri voleva che il segretario della Biennale, in quella edizione un tale Maraini, noto gerarca fascista e personalità di primo piano nel campo della critica, si recasse in visita presso gli studi dei vari artisti e concordasse con loro quali opere dovessero essere inviate a Venezia. Il critico non lesinò nelle lodi che si facevano sempre più calde via via che Carlo Levi gli mostrava i suoi quadri: il quadro era bello, addirittura magnifico, ma non si rivelava adatto a essere esposto a Venezia. Carlo Levi pensò che quelle lodi fossero dettate dall’ipocrisia e che avessero il compito di rendere meno amaro il rifiuto all’accettazione dell’opera. Un nudo di donna fu addirittura giudicato degno di partecipare alla mostra di pittura italiana dal Duecento all’età contemporanea. Altri quadri vennero ritenuti espressione di troppa libertà e non confacenti al carattere didascalico della Biennale. Carlo Levi, però, non inviò a Venezia solo i quadri prescelti, bensì preferì sostituire alcuni di essi con altri “proibiti”: non gli giunsero né recriminazioni né la minaccia di esclusione dei quadri incriminati.

Carlo Levi venne inviato al confino in Lucania, prima a Grassano e poi ad Aliano, il paese in cui gli abitanti avrebbero assunto il ruolo di indimenticabili protagonisti del suo libro “Cristo si è fermato a Eboli”. E’ in questa occasione che si delineò chiaramente la sua vocazione letteraria, come dimostrano per esempio le poesie, scritte tra l’agosto del ’35 e il maggio del ’36, “Così, ritrovato cielo…”, “Eri esile, luna…” e “In queste terre nascoste…”. In concomitanza alla conquista dell’Abissinia e della proclamazione dell’impero fascista, il Governo revocò la misura del confino nei riguardi di quasi tutti coloro che avevano subito tale condanna: tra essi c’era Carlo Levi che poté tornare a Torino. La sua attività di pittore proseguì brillantemente; il periodo del confino in Lucania fu caratterizzato da un’intensa attività pittorica e nel 1937 si ebbero due esposizioni, a Roma e a Genova. Nel 1939, poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, Carlo Levi si trasferì in Francia al fine di mantenere in vita il movimento di “Giustizia e Libertà”, dopo la tragica morte dei fondatori Carlo e Nello Rosselli, assassinati da sicari di Mussolini due anni prima.
L’avanzata dei Tedeschi costrinse lo scrittore a scendere nel sud della Francia e gli anni dal ‘40 al ’41 li trascorse a Cannes con frequenti visite a Marsiglia. In quell’epoca, il presidente americano Roosevelt mise a disposizione degli intellettuali europei, che desiderassero recarsi negli Stati Uniti per trovare scampo alla persecuzione nazista, un certo numero di visti internazionali. Carlo Levi fu tra quelli che avrebbero potuto beneficiare di questa opportunità ma pensò che il suo posto fosse in Italia dove il fascismo si avviava alla caduta. Infatti, dopo poco tempo, rientrò in Italia, stabilendosi a Torino. Ebbe contatti a Milano con La Malfa, col quale prese accordi per continuare la lotta contro il fascismo nei modi che i tempi rendevano possibili. Si trasferì quindi a Firenze dove pensava che avrebbe potuto agire con più sicurezza, poiché in quella città non era conosciuto. Ma nella primavera del ’43 venne arrestato e trasferito alle Murate, prigioni di Firenze, per poi essere liberato il 26 luglio, subito dopo la caduta del fascismo. La riacquistata libertà non portò con sé un periodo sereno: di lì a poco con l’armistizio i Tedeschi occuparono l’Italia e Carlo Levi fu costretto a nascondersi di nuovo. Nella stanza che occupava in una casa nei pressi di Palazzo Pitti, Levi, nella solitudine cui era obbligato, scrisse “Cristo si è fermato a Eboli”, dal dicembre ’43 al luglio ’44. Facendo parte del Comitato Nazionale di Liberazione per la Toscana, svolse un’intensa attività organizzando la resistenza fiorentina. Quando i Tedeschi fecero saltare i ponti di Firenze e una larga fascia di edifici lungo le rive dell’Arno, per cercare di ritardare l’avanzata degli Alleati, anche lo scrittore torinese fu costretto a rifugiarsi a Palazzo Pitti. Dopo la liberazione di Firenze, avvenuta l’11 agosto del 1944, Levi assunse la co-direzione de “La Nazione”, principale giornale fiorentino. Nel 1945 passò alla direzione di “L’Italia Libera” di Roma, organo del Partito d’Azione cui lo scrittore aderì. Sempre nel 1945 venne pubblicato “Cristo si è fermato a Eboli”.

Dopo lo scioglimento del partito d’azione, Carlo Levi non si iscrisse più a nessun altro partito, pur continuando a essere presente nella vita politica italiana attraverso saggi e articoli nei quali esprimeva il suo pensiero sui più vari argomenti. Continuava nel frattempo anche la sua attività di pittore: nel 1948 venne invitato alla Biennale di Venezia dove le sue opere furono esposte in una sala a lui dedicata. Ma già dal 1946 si susseguivano ininterrottamente le esposizioni dei suoi quadri in importanti gallerie italiane e straniere, a sottolineare il prestigio che Carlo Levi ha saputo conquistare nel campo della pittura italiana. Carlo Levi morì a Roma il 4 gennaio del 1975.

CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI: ANALISI, TEMI E MOTIVI DELL'OPERA

Far rientrare questo secondo libro di Carlo Levi in un preciso genere letterario è piuttosto difficile. L’opera offre una tale ricchezza di materiali sociologici, memorialistici, etnologici e letterari da rendere almeno avventata una sua collocazione precisa: è quindi impossibile stabilire se “Cristo si è fermato a Eboli” sia un saggio, un romanzo, un poema in prosa o un libro di memoria; di conseguenza, risulta spontaneo ritenere tale libro un insieme ben amalgamato di tutti questi filoni. La difficoltà nasce dalla complessità della tematica e dalla varietà dei problemi dibattuti nell’opera - complessità e varietà che vengono tuttavia filtrate attraverso una superiore unità di concezione e riassorbite nella fluente scorrevolezza del linguaggio - i quali non si prestano in alcun modo all’inserimento in una guerra che, sotto molti punti di vista, ne mortificherebbe la natura composta e polivalente. “Cristo si è fermato a Eboli” fu scritto dal dicembre 1943 al luglio del 1944 durante l’occupazione tedesca a Firenze, quando il suo autore era costretto a nascondersi per sfuggire alla polizia che lo ricercava per motivi politici. L’opera, che si riferisce al periodo di confino trascorso da Carlo Levi in Lucania, fu pubblicata a Torino dalla casa editrice Einaudi subito dopo la Liberazione, nel 1945, riscuotendo un successo immediato e duraturo in Italia e all’estero. Tale edizione uscì nella veste dimessa di carta grigia e portava, in uno dei risvolti della copertina, raffigurante un bambino dolente con la testina di capretto scuoiato, una dicitura che lo presentava come libro di guerra dell’Italia nuova, della guerra civile che continua ancora e della pace ogni giorno conquistata. L’altro risvolto della copertina riportava informazioni:

Questo libro racconta, come in un viaggio al principio del tempo, la scoperta di una diversa civiltà. E’ quella dei contadini del Mezzogiorno: fuori della Storia e della Ragione progressiva, antichissima pazienza e sapiente dolore… Vi si esprime una visione complessa, nella quale gli infiniti punti di vista sono legati insieme riuniti nel consenso delle cose… Il lettore può trovarvi insieme una ragione di poesia, un modo di linguaggio, uno specchio dell’anima, e la chiave di problemi storici, economici, politici e sociali altrimenti incomprensibili”.

Dopo un primo periodo di confino trascorso a Grassano, Carlo Levi venne improvvisamente trasferito in un altro paese della Lucania, Aliano, da lui indicato col nome di fantasia di Gagliano. Poiché l’autore confessa che è nella sua natura sentire come dolorosi i distacchi, l’arrivo nella nuova sede lo trovò maldisposto, “preparato a veder tutto brutto… Mi pareva di aver intuito l’oscura virtù di questa terra spoglia e avevo cominciato ad amarla; e mi dispiaceva di cambiare”. Tuttavia sarà Gagliano il paese che costituirà la narrazione dell’opera. Col passare del tempo, si verrà istituendo, tra il confinato e i contadini, un tenace legame le cui componenti, che sono il rispetto, l’ammirazione e l’istintiva comprensione, saranno costituite, per quanto riguarda Carlo Levi, da una simpatia senza riserve, da un atteggiamento di completa partecipazione alla sofferenza e da un’inesauribile attenzione, tanto razionale quanto intuitiva, per una condizione sociale ed esistenziale praticamente confinata alla preistoria. A questo riguardo, è necessario soffermarsi sul titolo in quanto da esso è desumibile l’impostazione del libro.
La scelta del titolo trova spiegazione nell’incipit:

Noi non siamo cristiani - essi dicono - Cristo si è fermato a Eboli”. E Carlo Levi spiega: “Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro vita diabolica o angelica, perché noi invece dobbiamo subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto più profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte del tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli”.

Secondo Carlo Levi, dunque, la condizione dei contadini della Lucania è definibile come anteriore alla storia, preistorica: il Cristo che non è mai disceso tra loro ha, nella problematica del libro, il valore di un semplice simbolo, sta a seguire il limite tra due epoche, la preumana e la umana, caratterizzata quest’ultima dalla differenziazione individuale la quale porta a quella presa di coscienza in cui si concreta il positivo possesso della libertà.
Se nel primo libro, “Paura della libertà”, Carlo Levi aveva articolato la formulazione teorica della dinamica della libertà, spiegando come il terrore dell’assunzione di responsabilità fosse alla base di quella gara della libertà in cui ravvisava la causa prima della perdita della democrazia, in “Cristo si è fermato a Eboli” offre una chiara e circostanziata testimonianza della condizione esistenziale della massa quando, per ragioni che non le sono imputabili, essa è costretta a rimanere nella indifferenziazione primitiva. Secondo Levi, per i contadini lucani vi è assenza da sempre del tempo inteso come accumulazione di consapevoli esperienze e come capacità discriminatoria tra stadi esistenziali diversi. La povertà dei contadini della Basilicata viene definita dallo scrittore “refrattaria”, cioè resistente, passivamente ribelle ad essere alleviata, non mutevole condizione di vita. Sarebbe un errore trarre la conseguenza che l’autore indichi verso una concezione fatalistica della sofferenza del Meridione contadino e che, in qualche modo, egli avalli l’opinione di una povertà della Lucania come male inevitabile contro cui non è possibile fare nulla. Quella povertà è sì refrattaria, come un male che sta per sempre nelle cose, ma persiste perché la condizione che la alimenta non è morale.

CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI: PERSONAGGI

Il primo incontro dell’autore con i contadini di Gagliano avviene lo stesso giorno del suo arrivo ed è caratterizzato dal segno della morte. Si sparge subito per il paese la notizia che il nuovo confinato è un medico: Carlo Levi è appena entrato nella casa di una vedova presso la quale soggiornerà per qualche tempo, quando alcuni contadini vengono a chiamarlo perché curi un loro congiunto affetto da malaria. Esistono in paese due medici, ma la loro incompetenza è tale che i cittadini non hanno alcuna fiducia e ripongono tutte le loro speranze nel dottore settentrionale. Purtroppo il malato è in condizioni tali che nulla può essere ormai fatto per lui e di lì a poco morirà. Si introduce dunque quel carattere funereo che traspare dall’intero libro: nella trattazione dei contadini, ad esempio, nella descrizione del paese con le porte sempre addobbate di nero, come i vestiti femminili che raccontano un eterno lutto.

Il mondo di Gagliano si configura come un universo spaccato: da una parte i contadini, i poveri, nella loro silenziosa pazienza di accettare la sofferenza; dall’altra i signori, ovvero i rappresentanti di una piccola borghesia intristita, disumana che vive dei propri risentimenti e rancori. Le facce dei signori sono “ottuse, maligne e avidamente soddisfatte”; l’odio sembra essere l’elemento essenziale della loro vita: “Si erano odiati per secoli qui e sempre si odieranno, tra queste stesse case, davanti agli stessi sassi bianchi e alle stesse grotte”.

La separazione tra signori e contadini è per sua natura insanabile: nulla potrebbe valere a riconciliare due mondi che si contrappongono nell’immobilità mortuaria della loro miseria. Occorrerebbe un riavvolgimento totale che rimarginasse la ferita aperta secoli prima, durante le invasioni straniere, ormai divenuta cronica disposizione alla cancrena. Ma tale sovvertimento non può avvenire perché Cristo non è arrivato in Lucania, poiché lo Stato si disinteressa dei contadini e si comporta nei loro confronti con l’indifferenza dell’autorità che opprime quel tanto che basta per mantenere in vita alla periferia un simulacro di ordine.
Il rumore che sveglierà Carlo Levi dopo la prima notte trascorsa a Gagliano e quello della quotidiana emigrazione dei contadini:  “Il rumore continuato degli zoccoli degli asini sulle pietre della strada e il belar delle capre”. I contadini si alzano prima del sorgere del sole poiché per raggiungere i loro campi debbono fare parecchie ore di strada e lo stesso per il rientro alla sera. La terra che lavorano, sui greti dell’Agri e del Sauro, è infestata dalla malaria e li colpisce fin dall’infanzia. Lo Stato non compie alcuna opera di bonifica, per cui anche le acque di scolo, che sarebbero così utili all’irrigazione in terre arse dal sole, si impantanano allargando il paradiso delle zanzare portatrici di malaria. Ai contadini non resta quindi che prendere il chinino, medicina costosa e poco efficace, la quale non fa altro che impoverirli maggiormente e protrarre di poco la loro vita, perennemente sofferenti. L’arrivo a Gagliano di un medico risveglia negli abitanti nuove speranze: così al suo primo risveglio nel paese lucano, Carlo Levi trova tante donne fiduciose ad attenderlo perché curi i loro bambini: “Le donne mi pregavano, mi benedicevano, mi baciavano le mani…Volevano mostrarmi i loro figli perché li curassi… Una speranza, una fiducia assoluta era in loro”. L’autore si chiede quali potessero essere i motivi di quella fiducia: era arrivato in paese solo il giorno precedente e il primo malato per il quale era stato chiesto il suo aiuto era morto. Le donne gli dicono di essersi convinte che non sia un “medicaciucci” come gli altri ma che sia un “cristiano bono”. Forse, pensa lo scrittore, “si sono accorte che nella mia impotenza mi ero tuttavia sforzato di far qualcosa per il moribondo e l’avevo guardato con interesse, con reale dispiacere”. La chiave del rapporto che si istituirà tra Levi e i contadini sta dunque nella capacità del confinato di nutrire un reale interesse per chi soffre. Abituati ad essere abbandonati a se stessi dallo Stato, che pur tuttavia non rinuncia a esigere da loro tributi gravosi e ingiusti, assuefatti all’odio e al disinteresse dei signori, i quali non li hanno mai considerati esseri umani, l’immediata simpatia del nuovo venuto, il suo evidente dispiacere per la loro sofferenza suscita una fiducia istintiva sulla quale, per un profondo bisogno di conforto e di amore, si fonderà un rapporto di parità e di reciproca stima. Le giornate di Carlo Levi trascorrono nella coatta monotonia del confino, tra le passeggiate limitate dalle autorità, le ore dedicate alla pittura e alla pratica medica, perché nonostante le minacce dei due “medicaciucci”, gelosi della concorrenza, egli non rifiuta di prestare soccorso, sia pure in carenza di medicinali e mezzi adeguati.
La figura di Levi si pone quindi come mediatrice tra la condizione preistorica dei contadini e la cultura di un mondo situato a un’enorme distanza socio-storica da essi. Una parentesi gradevole è rappresentata, nella vita del confinato, dalla visita della sorella che ha ricevuto dalle autorità fasciste il permesso a trattenersi con lui quattro giorni. Scambi di idee, discussioni sono al centro del racconto di queste giornate. L’autore ci dà, per bocca del personaggio della sorella, la descrizione di Matera, città la cui cruda realtà è rinchiusa tra le grotte scavate e sovrapposte l’una all’altra. Sono caverne affollate di bambini malnutriti, scheletrici, dai ventri gonfi per la malaria, condannati fin dall’infanzia a una vita di patimenti disumani. A Matera la sorella di Levi non riuscirà nemmeno a trovare uno stetoscopio: “Stetoscopio? E cos’è?” si sentirà domandare.

Qualunque sia l’argomento di cui lo scrittore ci parla, sia esso l’amore che per i contadini lucani rappresenta una forza potentissima della natura e tale che nessuna volontà è in grado di opporvisi, o la guerra per la conquista dell’Abissinia (pochi autori hanno saputo restituirci con uguale forza dissacratoria e con altrettanta ironia la tragica farsa dell’imperialismo fascista), o le case dei contadini i quali dividono il poco spazio con le capre, i maiali e le galline, dove i bambini dormono in culle appese al soffitto, siano gli Americani, cioè i contadini che emigrati negli Stati Uniti e hanno racimolato un po’ di denaro sono tornati al paese per ricadere lentamente nell’antica e ineliminabile miseria, o sia il brigantaggio, di cui i contadini non si gloriano ma di cui parlano come della loro cupa e disperata epoca, il suo interesse è sempre attento a comprendere il “vero” oppresso mondo contadino: “Ne guardano i visi e le loro forme: piccoli, neri, con le teste rotonde, i grandi occhi e le labbra sottili, nel loro aspetto arcaico essi non avevano nulla dei Romani, né dei Greci, né degli Etruschi, né dei Normanni, né degli altri popoli conquistatori passati sulla loro terra, ma mi ricordavano le figure italiche antichissime. Pensavo che la loro vita, nelle identiche forme di oggi, si svolgeva uguale nei tempi più recenti, e che tutta la storia era passata su di loro senza toccarli”.
Levi vede la società contadina meridionale come una civiltà indifferenziata che mantiene gli antichi caratteri italici ed è continuamente in lotta con organizzazione estranee, gli Stati della penisola che l’hanno sottomessa, con le quali non si è mai amalgamata. Considerate le condizioni di vita dei contadini lucani, non vi è nulla di strano che la magia abbia presso di loro rilevante importanza: vessati dallo Stato, odiati e sfruttati dai latifondisti e dalla piccola borghesia, trascurati dal clero i cui rappresentanti sono assai spesso ben lontani dal rispecchiare la figura del pastore evangelico, i contadini considerano la magia un mezzo di difesa contro i mali fisici che ci affliggono, scorgendovi nello stesso tempo un mezzo per dominare il mondo naturale. La magia, specialmente, costituisce l’espressione di un’immemorabile familiarità col mondo degli animali e delle piante: per questo motivo Carlo Levi si serve frequentemente nelle descrizioni degli uomini di attributi pertinenti al mondo vegetale e animale, scoprendo, contemporaneamente, aspetti quasi umani negli animali, come ad esempio le capre e il cane Barone.
Giulia, la donna di Santarcangelo che ha avuto diciassette figli e si cura della casa del confinato, possiede a fondo la scienza della magia e la insegnerà a Levi, rivelandogliene poco a poco tutti i segreti. Tali lezioni rivestono il carattere di un’autentica iniziazione, ispirata dalla fiducia, a un mondo che l’uomo civilizzato ignora e ai cui segreti può avvicinarsi solo a condizione di accantonare, anche se momentaneamente, il bagaglio delle sue conoscenze superiori e di dar prova di umiltà.
Secondo le credenze contadine, il mondo umano è abitato da spiriti, folletti capricciosi e volubili, i quali, tuttavia, per mezzo di alcuni stratagemmi, possono essere ridotti in servitù, almeno temporaneamente. La terra è seminata di tesori nascosti, pericolosi da ricercare perché preda di potenze diaboliche, trovabili solo da chi vi è predestinato e ha ricevuto in sogno le istruzioni necessarie. Per i contadini lucani, la magia sembra essere l’unico segreto che abbia il potere di illuminare la loro oscura esistenza di una luce sotterranea.

Tra i protagonisti di “Cristo si è fermato a Eboli” i bambini occupano un posto di rilievo. Infatti “tutti questi bambini avevano qualcosa di singolare; avevano qualcosa dell’animale e qualcosa dell’uomo adulto, come se, con la nascita, avessero raccolto già pronto un fardello di pazienza e di oscura consapevolezza del dolore. I loro giochi non erano i soliti dei bambini del popolo della città, simili in tutti i paesi… Erano chiusi, sapevano tacere, e sotto l’ingenuità infantile, c’era l’impenetrabilità del contadino, sdegnosa di impossibili conforti, il pudore contadino, che difende almeno l’anima in un mondo desolato”. Ovviamente si tratta di bambini che portano su di sé una lunga eredità di sofferenze e che dalla società in cui vivono non ricevono nessuno degli aiuti e dei conforti sia materiali sia spirituali ai quali è in genere abituato il fanciullo di società più evolute e ricche. Essendo l’unico maestro elementare il podestà, don Luigino, che impiega le ore di lezione unicamente per celebrare le grandezze di Roma fascista, i bimbi chiedono a Carlo Levi di insegnare loro a scrivere: l’autore, toccato profondamente nell’animo, commenta che “un buon maestro non avrebbe mai potuto trovare una migliore scolaresca, né più ricca di una quasi incredibile buona volontà”. La questura di Matera, probabilmente per istigazione dei due medici del paese, proibirà a Levi di esercitare la professione medica. L’incomprensione, il disinteresse della burocrazia approfondiscono, invece di sanare, la diffidenza e l’odio della massa contadina nei riguardi dello Stato.
Nell’ultima parte del libro partono una serie di considerazioni sulla situazione meridionale. Interessante è esaminare la classe sociale che detiene il potere a Gagliano: essa è, per lo più, la piccola borghesia ed il suo rappresentante più significativo è don Luigi Magalone, podestà. Egli fa parte dei feudatari meridionali che “tutti intesi a un chiuso lavoro di influenze locali, si andavano sempre più disinteressando della politica romana, serrandosi, come feudatari indipendenti dal potere centrale, nei paesi dove non poteva raggiungerli la legge, tra l’ignoranza quasi barbara dei contadini, che non sapevano se essere servi o rivoltosi. Il loro orizzonte politico non superava i confini del comune o del circondario; e mentre essi richiedevano uno Stato forte per la difesa del privilegio, non si interessavano affatto alla sua vita, affare estraneo, romano; né amavano le seccature della libertà”.

Partendo da questa considerazione, Carlo Levi divide la società in due classi: i Luigini, sostenitori del podestà, e i Contadini. I Luigini sono parassiti, le forze retrograde e reazionarie, mentre i Contadini corrispondono alle forze produttive e progressiste. Quindi, i contadini non sono solo i lavoratori della terra, ma anche gli operai, gli artigiani, gli imprenditori, i medici, i matematici, i pittori, gli intellettuali progressisti… Ognuno sente solo quello inerente alla propria condizione di contadino o di Luigino: fra le due classi non può esserci dialogo perché esse appartengono a mondi diversi. Così, quando don Luigi decide di tenere adunate in piazza, i contadini di Gagliano si alzano prima del solito per evitare di essere bloccati lungo la strada che conduce ai campi ed essere ricondotti in piazza ad ascoltare il comizio del podestà.
Per i contadini lucani, l’unico periodo felice fu quello feudale, ai tempi degli Svevi, di cui ricordano con devota commozione Corradino: almeno allora il potere era legato alla terra, per cui anch’essi lo sentivano proprio.

La lunga permanenza di Carlo Levi in Lucania, in qualità di confinato, gli permette di sintetizzare così la propria analisi della società locale: “questa continua guerra dei signori si trova nelle stesse forme in tutti i paesi della Lucania. La piccola borghesia non ha mezzi sufficienti per vivere col decoro necessario, per fare la vita del galantuomo. Tutti i giovani di qualche valore, e quelli appena capaci di fare la propria strada, lasciano il paese. I più avventurati vanno in America, come i cafoni, gli altri a Napoli o a Roma: e in paese non tornano più. In paese ci restano invece gli scarti, coloro che non sanno fare nulla… Questa classe degenerata deve per vivere poter dominare i contadini… E’ dunque questione di vita o di morte avere personalmente in mano il potere; essere noi o i nostri parenti o compari ai posti di comando. Di qui la lotta continua per arraffare il potere tanto necessario e desiderato, e toglierlo agli altri, lotta che la ristrettezza dell’ambiente, l’ozio, l’associarsi di motivi privati o politici rende continua e feroce”.

Da questo brano, succinto ma completo per quanto concerne l’esame di una società condizionata dall’indigenza, traspare l’integrità morale dell’autore, portato dai propri migliori istinti a proteggere le classi più deboli, anche quando i prepotenti appartengono al suo ceto. Viene in tal modo nuovamente avvalorata la coscienza sociale di Levi per il quale nulla è più importante di quello che si riesce a donare agli altri nella propria vita: “bisogna che Cristo non si fermi mai”.

LINGUAGGIO E STILE DI CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI

E’ stato spesso detto che il linguaggio e lo stile si adeguano al contenuto. Descrivendo l’autore un mondo a uno stato pressoché primordiale, dove l’identità degli uomini si confonde con quella degli animali, appare naturale che lo scrittore adatti uno stile semplice, come le cose esposte ed un linguaggio con cui spesso vengono attribuite agli uomini proprietà tipiche del mondo animale e viceversa. Per meglio spiegare l’insolito rapporto che Carlo Levi stabilisce tra uomini e animali, si riportano alcune espressioni nelle quali i protagonisti sono animali quasi personificati, in quanto le loro caratteristiche, i loro atteggiamenti rispecchiano attributi umani. “Un vecchio cane giallo stava sdraiato in terra, pieno di una noia secolare; le scrofe, circondate dalle loro famiglie di maialini, dal viso di vecchietti avidi e libidinosi, grufolavano diffidenti e feroci, e il cane Barone ringhiava rinculando, sollevando il labbro sulle gengive, coi pali ritti di uno strano orrore; finché Barone che sonnecchiava ai miei piedi mugolando a qualche suo bizzarro sogno infantile, non balzava risvegliato d’improvviso, e afferrava a volo un insetto. I galli cantavano, con quel loro canto del pomeriggio che non ha la gloriosa petulanza del saluto mattinale, ma la tristezza senza fondo della campagna desolata”.

Rapporti tra uomini e animali, a prima vista inesistenti, traspaiono, oltre che a livello lessicale, anche nella sintassi attraverso le proposizioni simmetriche che hanno per oggetto i due mondi. Può essere portato ad esempio questo passo in cui il rapporto profondo animale-uomo è sottointeso dalla loro contiguità e da un meccanismo di riproduzione simultaneo che li sottrae a una zona, l’oscuro della coscienza, nella quale coabitano strettamente: “Anche qui le capre e le pecore, più numerose che a Gagliano, saltano per le vie di spazzatura; anche qui i bambini seminudi, pallidi e gonfi si rincorrono tra i rifiuti”.

La simmetria, spesso binaria, ha la sua origine nella concezione di un mondo ambiguo, magicamente confuso e indefinito, in cui coesistono diverse nature prima di acquisire una presenza storica. Gli abitanti di Gagliano hanno per il mondo di Levi quell’atteggiamento di assoluta estraneità che egli riconosce al loro mondo: il suo cane, il vestito, la pittura sono i corrispondenti segni occidentali dei cani lucani, dei veli e degli scialli o dell’abito nero dei contadini, delle fatture delle streghe di un “oscuro mondo” meridionale. Gli elementi linguistici, che traducono questo mondo oscuro, i cui dati fisionomici sono intercambiabili, risultano ambigui ma nello stesso tempo adempiono alla funzione di una descrizione esatta e appropriata. Le attribuzioni animalesche agli uomini non sono né metafore né similitudini, ma riferimenti esatti ad uso non traslato della lingua. Scatta prima, con assoluta indifferenza per i tipi della relazione, il meccanismo che trae dal profondo della coscienza gli elementi delle diverse nature e li accosta con l’intenzione di definire propriamente la natura strana che ne deriva. Innumerevoli, poi, sono le occasioni nelle quali Carlo Levi si serve di parole inerenti a proprietà animali per descrivere fisicamente persone o riprodurre il comportamento: “Era alto biondo… con degli occhi chiari, quasi sulle tempie, come gli uccelli; Stavano immobili nel sole, come un gregge alla pastura e di un gregge avevano l’odore”.

L’ideologia del subumano predomina in tutto il libro non solo nel lessico ma pure nella sintassi, perché essa determina la relazione degli oggetti e delle nature, presiede alla distribuzione delle caratteristiche delle cose. Tale influsso sulla sintassi appare limpidamente nella costruzione di un periodo con proposizioni simili e simmetriche, nelle quali si stabilisce la concomitanza di un evento animalesco e di uno umano; per esempio: “Era il crepuscolo, nel cielo volavano i corvi, e nella piazza arrivavano per la conversazione serale i signori del paese”.

Da apprezzare le simmetrie “cielo-piazza”, “volavano-arrivavano”, “corvi-signori”. E’ poi interessante notare la ricorrenza di certi termini e cercare di capire gli effetti che hanno sull’autore e sul libro in modo reciproco, facendo riferimento al contesto in cui sono inseriti. Alcuni di questi sostantivi riguardano l’abbigliamento contadino: “Veli bianche e scialli neri ondeggiavano al vento”; “Si era levato un gran vento fresco…e faceva volare le sottane, i veli e le bandiere”.

Alla luce di questi passi i veli possono assumere due diverse connotazioni: dal punto di vista naturalistico, in quanto cose, oggetti, sono simbolo di esotismo e si ricommettono a tutto il vestiario contadino come insieme di segni di un mondo estraneo; dal punto di vista ideologico, i veli rappresentano il limite tra preistoria e civiltà, tra mondo contadino e borghese.
L’ambiguità dell’uomo è il risultato di un’alterazione dei suoi strumenti in senso inumano. Ad esempio, gli “scialli” e i “veli” dovrebbero essere interpretati da Levi come segno di una civiltà, cioè simboli di un momento dell’evoluzione di un mondo; invece non sono interpretati in tal senso ma strumentalizzati ideologicamente in senso regressivo: sono messaggi intraducibili, simboli oscuri.

La chiave per leggere l’opera, è l’assoluta identità tra il mondo lucano e il mondo del subconscio di Levi. Esterno e interno non esistono separati, ma contemporanei, espressi in una forma facile in cui le parole sembrano temporaneamente migrare dall’oscura oggettività all’oscura soggettività, ma hanno invece un peso sempre identico, indifferente all’occasione del loro impiego perché la loro sostanza è al di fuori dell’occasione e del tempo. La forma privilegiata nel rivelare questo stadio di assolutezza è quella precauzionale della sensazione degli eventi, quando Levi afferra per un attimo i particolari che si accampano nello spazio della coscienza per essere subito allontanati e dispersi nel mare da cui emergono per caso.

LO STILE DI CARLO LEVI

Lo stile di Levi è facile e scorrevole tanto che spesso è ricordata l’esperienza giornalistica dello scrittore la quale si farebbe sentire anche in scritti di così grande entità come “Cristo si è fermato a Eboli”. A parte tale riferimento esteriore, giustificato in sede di ricomposizione delle caratteristiche di una personalità definita genericamente da molti come “poliedrica”, lo stile di Carlo Levi va considerato legato alla sua ideologia e quindi alle possibilità del pensiero borghese moderno di recuperare e capire il mondo subalterno interpretandone la natura primitiva e arcaica.