Crisi del Trecento: cause e conseguenze

Crisi del Trecento: cause e conseguenze A cura di Giulia Guadagni.

Crisi in Europa del 1300, cause e conseguenze. Scopri perché l'epidemia fu così devastante, da dove arrivò e come si diffuse. Ma il 300 non è stato solo un secolo di crisi.

1Il 1300, un secolo di crisi e trasformazioni economico-sociali

Peste. Miniatura veneziana, XIV secolo
Peste. Miniatura veneziana, XIV secolo — Fonte: getty-images

Il XIV secolo in Europa è stato un periodo di grave crisi economica, sociale e demografica. Gli elementi principali che determinarono la crisi sono le carestie dovute a cattive annate agricole e l’epidemia di peste del 1348. La crisi causò un grave crollo demografico e il generale impoverimento della popolazione europea, sia nelle campagne che nelle città. 

Per capire la crisi del Trecento bisogna fare riferimento ad alcuni eventi e cambiamenti avvenuti nel secolo precedente. Il Duecento era stato un secolo di stabilità politica e di conseguente sviluppo delle attività commerciali. L’aumento demografico – iniziato fin dall’XI secolo – aveva determinato un vasto fenomeno di inurbamento: molte persone si erano trasferite dalle città alle campagne. L’economia di autoconsumo e sussistenza tipica dei secoli precedenti aveva ceduto il passo a una richiesta di prodotti agricoli da parte delle città, sempre più popolose. Per far fronte a questa richiesta, erano state messe a coltura molte terre prima incolte e di più difficile lavorazione. 

Il Trecento, oltre che un secolo di crisi e miseria, è stato anche un periodo di grandi cambiamenti, soprattutto nel settore produttivo e nella divisione del lavoro nelle città. Tanto che alcuni storici dell’Otto e Novecento, di ispirazione marxista, l’hanno interpretato come una fase di transizione dal sistema feudale a quello capitalistico. 

2Carestie e pestilenze nel Trecento

Il 1313 e il 1317 furono due pessime annate per l’agricoltura, con raccolti molto scarsi, insufficienti per sfamare l’ormai numerosa popolazione europea. Soprattutto nelle città, si soffriva la fame. Ad aggravare la situazione contribuì un ulteriore afflusso di persone dalle campagne. Chi lavorava sulle terre di più recente coltivazione, duramente colpite dalle cattive annate, si trasferiva in città aumentando ulteriormente la dimensione della miseria urbana.

Su una popolazione indebolita dalla fame, nel 1348 si abbatté una terribile epidemia di peste, che doveva poi tornare ciclicamente nei decenni successivi e diventare una malattia endemica nel continente europeo fino al XVIII secolo.

La peste aveva smesso di circolare in Europa da molti secoli, perciò nel Trecento era una malattia sconosciuta, che nessuno sapeva curare e che si diffondeva molto rapidamente.

La peste del Trecento arrivò in Europa attraverso le vie commerciali con l’Oriente, prima a Costantinopoli, poi in Sicilia e da lì in tutto il continente.

Non sappiamo con esattezza quante persone morirono nella prima e più terribile epidemia – quella del 1348 – ma gli storici stimano che, soprattutto nelle città, la peste abbia ucciso circa un terzo della popolazione.

Il dibattito storiografico sulla crisi del Trecento è stato particolarmente acceso fra gli storici dell’Ottocento. Si discuteva in particolare se i fattori demografici fossero o no determinanti nello sviluppo storico. Alcuni storici neomalthusiani sostenevano che il crollo demografico seguito alle carestie e alle epidemia avesse permesso il successivo riequilibrio fra capacità produttiva e richiesta di beni.

Un’altra calamità che si può annoverare fra i fattori di crisi del Trecento – anche se ebbe effetti su una scala territoriale ridotta rispetto alla pestilenza e alla carestia – sono i terremoti. Nello stesso 1348, un terremoto devastò la Carinzia, provocando migliaia di morti. L’anno successivo, un altro colpì l’Italia centrale.

3Il 1300, un secolo di lotte e rivolte

La jacquerie del 1358: rivolta popolare
La jacquerie del 1358: rivolta popolare — Fonte: getty-images

La fame e la miseria, nonché le trasformazioni avvenute nell’organizzazione del lavoro in città e nella produzione agricola produssero diversi moti di rivolta e rivendicazioni in tutta Europa.

L’insurrezione più famosa del Trecento è la jacquerie francese, esplosa fra i contadini dell’Ile-de-France nel 1358. La rivolta fu appoggiata dal ceto mercantile parigino, che sperava di sfruttarla per intaccare il potere nobiliare. La nobiltà fondiaria reagì con una durissima repressione armata che fece in poco tempo migliaia di morti.

Contadini e lavoratori salariati inglesi insorsero nel 1381 contro l’aumento della pressione fiscale, reagendo in particolare alla triplicazione della poll-tax, un’imposta che doveva essere pagata da tutti per finanziare le casse regie. Il re e la nobiltà dovettero concedere un’amnistia e accogliere la maggior parte delle richieste avanzate dagli insorti.

Negli anni Settanta e Ottanta del Trecento scoppiò un’altra rivolta contro la pressione fiscale dei grandi feudatari in Linguadoca e Piemonte. Nel Canavese gli insorti arrivarono a minacciare Torino, appoggiati dalla popolazione. Dopo una prima fase di successo non seppero però coordinarsi e nel 1387 furono sconfitti dall’esercito del conte di Savoia.

3.1Le rivolte urbane nel 1300

Rivolta dei Ciompi a Firenze
Rivolta dei Ciompi a Firenze — Fonte: getty-images

Fin dal Duecento, con l’aumento del traffico commerciale e della popolazione urbana, l’organizzazione produttiva aveva iniziato a trasformarsi, inaugurando un nuovo modello di divisione del lavoro. Se prima le botteghe artigiane svolgevano tutte le fasi di lavorazione dei prodotti, dal Duecento in poi gli imprenditori più ricchi iniziarono a controllare il processo produttivo suddividendolo in fasi, affidate a diversi laboratori.

I lavoratori salariati impiegati nelle singole fasi della produzione erano meno specializzati degli artigiani di bottega e non era consentito loro di riunirsi in corporazioni, cosa che li privava di qualsiasi “tutela sindacale”. Dato l’aumento del volume dei commerci, inoltre, la produzione – e con essa i salari dei lavoratoriera soggetta all’andamento del mercato.

Nel Trecento, a causa del calo demografico e della crisi, il mercato tessile subì una crisi di sovrapproduzione che provocò proteste e rivolte in diverse città.

Nel 1371 a Siena, i lavoratori salariati riuscirono a impadronirsi brevemente del potere alleandosi con gli artigiani. La rivolta fu duramente repressa dai mercanti-imprenditori, ma ottenne come risultato che il governo cittadino adottasse alcuni provvedimenti per limitare il potere dei padroni.

La più celebre fra le rivolte urbane del Trecento italiano è quella fiorentina dei Ciompi. Invece di limitarsi a pretendere aumenti salariali o migliori condizioni lavorative, gli insorti trovarono un’iniziale alleanza con le Arti Minori e chiesero di potersi riunire a loro volta in un’Arte e di poter partecipare al governo della città.

Inizialmente la rivolta ottenne l’istituzione di tre nuove Arti, di cui però solo una riuniva lavoratori effettivamente salariati, mentre le altre erano composte di piccoli proprietari di bottega.

Mercanti medievali
Mercanti medievali — Fonte: getty-images

A fronte delle richieste di natura politica avanzate dai Ciompi (abbassamento dei prezzi di alcuni beni di prima necessità, abolizione delle tasse sui cereali, garanzie di investimenti regolari nel settore laniero) i mercanti-imprenditori reagirono bloccando la produzione e provocando così la rottura dell’alleanza fra i Ciompi e le Arti minori. Rimasti soli, i Ciompi non riuscirono a resistere alla violenta reazione dei datori di lavoro e del comune. L’Arte si sciolse dopo poche settimane e moltissimi furono processati e condannati.

4Il Trecento: un difficile bilancio per un secolo complesso

La crisi del Trecento ha alimentato un vivace dibattito fra gli storici dell’Otto e del Novecento. Un primo elemento di discussione è stato la definizione stessa del Trecento come un secolo di crisi.

Non tutti sono stati concordi nel considerare il secolo nel suo complesso come un periodo di depressione economica e sociale. Alcuni storici “ottimisti” hanno messo in luce le conseguenze positive del calo demografico sulle condizioni di vita della popolazione sopravvissuta alle pestilenze e alle carestie. Gli elementi solitamente indicati come fattori della crisi economica – declino della produzione e abbassamento dei salari – in effetti non si presentavano in modo uniforme su tutto il continente europeo. In alcune zone e per alcuni settori produttivi il Trecento fu un periodo di crescita.

Un altro elemento di dibattito è la durata della crisi, protrattasi secondo alcuni anche nel Quattrocento, almeno nella sua dimensione economica e proto-finanziaria.

Infine, un ultimo elemento che ha alimentato la discussione storiografica e le ricerche storiche è la coesistenza nello stesso periodo della crisi demografica ed economica e di una fiorente attività intellettuale e culturale (il Trecento è il secolo di Dante, Giotto, Boccaccio, Petrarca). Tutti questi elementi rendono più complessa la valutazione storica di un periodo che fu senz’altro teatro di grandi cambiamenti.

5Guarda il video sulla peste

    Domande & Risposte
  • Quali sono le cause della crisi del Trecento?

    Il cambiamento del clima, le carestie dovute a cattive annate agricole (1313 e 1317) e l’epidemia di peste (1348).

  • Cosa si intende per crisi del 300?

    E’ la grave crisi economica, demografica e sociale che colpì l’Europa nel XIV secolo.

  • Quali sono le cause della crisi demografica del 300?

    Peggioramento delle condizioni climatiche, miseria, epidemie e terremoti.