Crise e la peste: parafrasi del passo dell'Iliade

Di Redazione Studenti.

Parafrasi del brano dell'Iliade "Crise e la peste", passo tratto dal celebre poema omerico. Di cosa parla e approfondimento sulla peste

CRISE E LA PESTE

Crise e la peste è un passo dell'Iliade di Omero
Crise e la peste è un passo dell'Iliade di Omero — Fonte: getty-images

Quello su Crise e la peste è un passo molto noto dell'Iliade di Omero.

Crise, sacerdote di Apollo, chiede la restituzione della figlia Criseide, divenuta bottino di guerra per l'acheo Agamennone. Ma di fronte al rifiuto dell'uomo, invoca Apollo scatenando una terribile pestilenza fra i greci.

Vediamo la parafrasi del passo.

CRISE E LA PESTE: PARAFRASI

Chi fu tra gli dei colui che li spinse al litigio? Fu Apollo, figlio di Leto e di Zeus: adiratosi contro Agamennone, scatenò la peste sull’esercito Acheo che fece morire molte persone, poiché il figlio di Atreo non aveva fatto onore a Crise, sacerdote di Apollo.

Crise giunse alle navi degli Achei in veste di sacerdote per riavere la figlia in cambio di oro, pregando gli Achei e soprattutto Agamennone e Menelao, i re degli Achei: “Atridi e Achei,  che siete forti in battaglia, vi permettano gli dei dell’Olimpo di abbattere Troia e di tornare felici in patria, ma ridatemi mia figlia accettando il riscatto, onorando così Apollo, figlio di Zeus”.

Allora tutti gli Achei dissero di rispettare il sacerdote e di accettare il riscatto, ma Agamennone non era d’accordo e lo scaccia in malo modo dicendogli: “Vecchio, che io non ti veda più presso le nostre navi ne ora ne dopo: non ti sarebbero d’aiuto né il riscatto né la benda del dio. Criseide non la libero, dovrà prima invecchiare in casa mia ad Argo, lontana dalla patria, intenta nel telaio e pronta nel mio letto. Vattene, non mi irritare e vedi di tornare sano”.

Così Agamennone disse e il vecchio ebbe paura e se ne andò, avviandosi lungo la riva del mare e pregando Apollo, figlio di Leto dagli splendidi capelli: “Ascoltami, dio dall’arco argentato, che proteggi Crisa e Cilla e regni su Tenedo, Sminteo e se mai ho eretto per te un tempio, se mai ho bruciato delle cosce di tori o di capre in tuo onore, esaudisci questa preghiera: fai che i Danai paghino per questo affronto fatto a me!”. Così pregava.

Febo Apollo lo ascoltà e arrabbiato scese dall’Olimpo, portando con se l’arco e la faretra; le frecce tintinnavano sulle spalle mentre si muoveva; scendeva come la notte. Si fermò a distanza dalle navi e lanciò una freccia: il sibilo dell’arco d’argento fu sinistro. All’inizio colpiva i muli e i cani, ma poi, come se su di loro stessi scagliando un dardo appuntito, li bersagliava senza tregua, mentre bruciavano i roghi dei morti.

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