Convivio di Dante Alighieri: struttura e temi

Convivio di Dante Alighieri: struttura e temi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Struttura e temi del Convivio, il saggio di Dante scritto tra il 1304 ed il 1307 nei primi anni dell'esilio. Il Convivio è un'opera incompiuta composta da 4 trattati anzichè i 15 inizialmente previsti.

1Il Convivio

Dante Alighieri, olio su tela di Domenico Petarlini. Galleria D'Arte Moderna, Firenze
Dante Alighieri, olio su tela di Domenico Petarlini. Galleria D'Arte Moderna, Firenze — Fonte: getty-images

Il Convivio è un’opera incompiuta improntata alla maniera delle enciclopedie medievali, «ma se ne distacca subito per la novità della struttura e dell’intento, per la libertà nell’elezione e nell’ordine degli argomenti, per la scelta inconsueta dello strumento espressivo» (Sapegno, 1963). Si tratta di uno dei progetti più ambiziosi di Dante, un’opera che sarebbe stata monumentale almeno quanto la Commedia; anzi Dante dovette scegliere di abbandonare questo progetto insieme al coevo De vulgari eloquentia proprio per dedicarsi al suo massimo capolavoro «che assorbiva nel suo ambito e al tempo stesso trascendeva anche il fervore intellettualistico che aveva presieduto all’impianto e all’esecuzione di quei tentativi di sistemazione dottrinale» (Sapegno, 1963).  

Si tratta di un prosimetro di argomento filosofico-dottrinale che Dante comincia a scrivere proprio all’inizio del suo periodo di esilio, tra il 1304 e il 1307; nel 1308 lo aveva già abbandonato.  

Il significato del titolo rimanda albanchetto” dove ognuno si ciba di ciò che più gli piace e rappresenta l’intenzione dell’autore di imbandire una tavolata con i succulenti piatti della sapienza – le canzoni – accompagnate dal pane, ossia il commento in prosa.  

Probabilmente Dante si era ispirato al Tresor di Brunetto Latini avendo la medesima ambizione di creare un’opera enciclopedica in cui raccogliere tutto il sapere dell’epoca, affrontando i più svariati argomenti dello scibile e dimostrare così il proprio sapere e la propria maestria letteraria. Dante aveva approfondito gli studi filosofici, ai quali si era dedicato negli anni successivi alla morte di Beatrice, come precisato nel Trattato introduttivo

Il progetto originale dell'opera prevedeva quindici trattati in prosa volgare, ripartiti in questo modo: uno introduttivo e quattordici di commento alle canzoni dottrinali – la metaforica “vivanda” dell’opera – composte dall'autore negli anni precedenti, alcune delle quali raccolte nelle Rime. L’opera rimase incompiuta dopo il IV trattato. Per fortuna, diremmo oggi, Dante scelse di completare la Commedia progetto che nasceva negli stessi anni del Convivio

2La lingua del Convivio: il Latino

L’opera ha un chiaro intento divulgativo e la scelta del volgare appare inevitabile conseguenza, giacché solo gli intellettuali maneggiano bene il latino. Dante cerca un pubblico colto, ma non specialistico, che abbia voglia di percorrere le vie della sapienza, proprio come indica nell’incipit dell’opera. È un pubblico nuovo per un’opera a carattere dottrinario.

Nel primo Trattato Dante sa di essere ai piedi della mensa dei veri sapienti, dalla quale raccoglie le briciole, per cui è sua intenzione condividere la ricchezza del sapere con gli altri lettori. Come detto, Dante voleva «risollevare la propria sorte avvilita, conquistandosi agli occhi di tutti gli italiani e specialmente dei fiorentini fama di dotto e di filosofo, e quindi di evadere dalla sua condizione di amara solitudine e di restaurare un rapporto con il mondo reale, da cui si sentiva dolorosamente escluso, e le condizioni di un alto e decoroso colloquio» (Sapegno, 1963).

3Temi del convivio

I tre temi fondamentali del Convivio sono:

  • la difesa del volgare (trattato I), l’esaltazione della filosofia (trattati II e III);
  • la discussione intorno all’essenza della nobiltà, a cui si ricollega la proposta dantesca di una monarchia universale rappresentata dall’ordinamento imperiale e dalla tradizione romana (trattato IV);
  • la scelta del volgare che si armonizza con il disegno di una nuova figura di intellettuale che mette insieme la tradizione classica di intellettuale-sapiente con quella comunale di intellettuale-funzionario raccordati all’interno della dimensione cristiana dell’intellettuale-guida etica.

4I Trattato del Convivio

Convivio, Dante Alighieri
Convivio, Dante Alighieri — Fonte: getty-images

Sì come dice lo Filosofo nel principio della Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. La ragione di che puote essere ed è che ciascuna cosa, da providenza di prima natura impinta, è inclinabile alla sua propia perfezione; onde, acciò che la scienza è ultima perfezione della nostra anima, nella quale sta la nostra ultima felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio semo subietti.

Nell’incipit del trattato Dante spiega che tutti gli uomini “naturalmente” desiderano sapere, perché ognuno tende alla perfezione secondo la provvidenza: la scienza è l’ultima perfezione della nostra anima – lì è la nostra felicità – e siamo tutti soggetti al desiderio di lei. Composto da tredici capitoli, è il proemio dell'intera opera in cui Dante dichiara il suo scopo e illustra quale sarà la struttura generale del Convivio, spiegando il titolo e la metafora del cibo e del banchetto. L'autore afferma che il pubblico cui si rivolge non è di soli specialisti, ma è composto da tutti quei lettori desiderosi di conoscere e dotati di animo nobile, uomini e donne che per vari motivi non hanno ancora potuto accostarsi agli studi filosofici. 

In questa sede Dante spiega la scelta del volgare in un'opera di argomento dottrinale e non amoroso. L’apologia del volgare che sarebbe poi stata ripresa anche nel De vulgari eloquentia è sostenuta con vari argomenti tra cui la non banale considerazione che il volgare è lingua viva, dotata di caratteristiche stilistiche e espressive sconosciute al latino una lingua ormai percepita come artificiale, inutile per raggiungere un grande pubblico. Il Convivio è quindi animato dalla «fiducia nella virtù chiarificatrice e persuasiva, anche sul terreno pratico, della ragione dell’umana intelligenza» (Sapegno, 1963). 

5II Trattato del Convivio

Dante Alighieri
Dante Alighieri — Fonte: getty-images

“Poi che proemialmente ragionando, me ministro, è lo mio pane nello precedente trattato con sufficienza preparato, lo tempo chiama e domanda la mia nave uscir di porto; per che, dirizzato l'artimone della ragione all'òra del mio desiderio, entro in pelago con isperanza di dolce cammino e di salutevole porto e laudabile nella fine della mia cena. Ma però che più proficabile sia questo mio cibo, prima che vegna la prima vivanda voglio mostrare come mangiare si dee”.

Nell’incipit al secondo trattato, Dante spiega di aver preparato pane a sufficienza per accompagnare le vivande e adesso è tempo di salpare con la nave. Ritorna la consueta immagine della nave-ingegno che solca i mari della conoscenza. La metafora marina prosegue finché Dante spiega in che modo si debba mangiare la vivanda. 

Comincia allora il commento alla canzone Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete. Dante parte dai rimandi biografici necessari per capire le circostanze in cui la lirica venne composta. Si tratta del periodo seguente alla morte di Beatrice in cui il poeta cercò consolazione nello studio della filosofia con la lettura di Cicerone e Boezio. In questo modo il trattato si ricollega anche tematicamente alla Vita nuova. In questa sede reinterpreta la donna gentile di cui si parlava nei capp. XXXV-XXXIX della Vita nuova e spiega che essa è non altro che allegoria della filosofia. Il commento è un appassionato elogio della filosofia e dello studio della materia dottrinale

6III Trattato del Convivio

Dante e Beatrice
Dante e Beatrice — Fonte: getty-images

“Così come nel precedente trattato si ragiona, lo mio secondo amore prese cominciamento dalla misericordiosa sembianza d'una donna. Lo quale amore poi, trovando la mia disposta vita al suo ardore, a guisa di fuoco, di picciolo in grande fiamma s'accese; sì che non solamente vegghiando, ma dormendo, lume di costei nella mia testa era guidato. E quanto fosse grande lo desiderio che Amore di vedere costei mi dava, né dire né intendere si potrebbe. E non solamente di lei era così desideroso, ma di tutte quelle persone che alcuna prossimitade avessero a lei, o per familiaritade o per parentela alcuna. Oh quante notti furono, che li occhi dell'altre persone chiusi dormendo si posavano, che li miei nello abitaculo del mio amore fisamente miravano!”.

Il terzo trattato riprende i temi del secondo trattato e ci ricorda ancora l’innamoramento filosofico di Dante che da piccolo fuoco sboccia in alte vampe al punto che tale fuoco – la passione della conoscenza – diventa onnipresente nella vita del poeta. Dante non solo si innamora di lei – la donna gentile, allegoria della filosofia – ma di chiunque le sia prossimo. Dante racconta la sua esaltazione per un questo amore dell’intelletto.

Ecco allora il commento alla canzone Amor che ne la mente mi ragiona, collegata al tema della donna gentile come la precedente secondo il topos della “loda”. È la stessa canzone intonata dall’amico Casella nel II canto del Purgatorio. Numerose sono le divagazioni di carattere scientifico, filosofico, teologico contenute in questa parte dell’opera.

7IV Trattato del Convivio

Amore, secondo la concordevole sentenza delli savi di lui ragionanti, e secondo quello che per esperienza continuamente vedemo, è che congiunge e unisce l'amante colla persona amata; onde Pittagora dice: «Nell'amistà si fa uno di più». E però che le cose congiunte comunicano naturalmente intra sé le loro qualitadi, in tanto che talvolta è che l'una torna del tutto nella natura dell'altra, incontra che le passioni della persona amata entrano nella persona amante, sì che l'amore dell'una si comunica nell'altra, e così l'odio e lo desiderio e ogni altra passione. Per che li amici dell'uno sono dall'altro amati, e li nimici odiati; per che in greco proverbio è detto: «Delli amici essere deono tutte le cose comuni». Onde io, fatto amico di questa donna di sopra nella verace esposizione nominata, cominciai ad amare e odiare secondo l'amore e l'odio suo. Cominciai adunque ad amare li seguitatori della veritade e odiare li seguitatori dello errore e della falsitade, com'ella face.

Il quarto trattato si apre con una spiegazione molto interessante. L’amore congiunge l’amante e l’amato e le cose legate insieme comunicano per natura tra le loro qualità, così che condividono amori e odi e desideri e passioni. Così Dante racconta di aver cominciato ad amare i sapienti e ad odiare gli ignoranti.

Il quarto trattato si presenta come più complesso dei tre trattati precedenti: pur partendo dalle premesse precedenti, l’amore per la filosofia, offre un deciso cambio tematico e con una maggiore ampiezza argomentativa, addirittura un raddoppiamento esatto rispetto ai due Trattati precedenti, entrambi di quindici capitoli. La canzone commentata è Le dolci rime d'amor ch'i' solìa.

Dante abbandona il tema biografico-amoroso, affrontando una elaborazione di carattere più strettamente teorico: il tema centrale è la definizione della nobiltà, che è quella d'animo e non di sangue rinnovando il celebre motivo stilnovista. La nobiltà sarebbe quindi una sorta di dono divino, di cui il destinatario deve rendersi degno ogni giorno, essendone all’altezza, con una condotta virtuosa da esprimere nell'impegno politico e civile.

Si tratta di un argomento cruciale per Dante perché il tema sociale si interseca con quello politico: Dante esalta la monarchia universale come forma migliore di governo, rappresentata storicamente dall'Impero romano e poi dal Sacro Romano Impero. Essa rappresenta il disegno provvidenziale di Dio che si è snodato attraverso la vicenda di Enea fino alla fondazione di Roma e del Papato. È la stessa visione che tornerà seppur con sottili variazioni nella Commedia e nella Monarchia, segno che sarà questo un tarlo di Dante. L’impero consentirebbe secondo Dante di sopravanzare le lotte faziose e di giungere ad un equilibrio perfetto e al benessere dei cittadini.

8Stile e prosa del Convivio

Apparizione di Beatrice nel canto XXX del Purgatorio
Apparizione di Beatrice nel canto XXX del Purgatorio — Fonte: getty-images

Nell'opera c’è quasi un’eccessiva esaltazione della speculazione filosofica e della ragione umana a scapito della teologia: questo fatto è stato interpretato come causa del cosiddetto «traviamento» morale di Dante, rimproveratogli da Beatrice nel XXX canto del Purgatorio quando gli ricorda di aver perseguito false idee di bene. Lo stesso traviamento è forse all'origine, forse, dello smarrimento nella selva oscura. Dunque Dante ha trascurato la teologia? Sì e le fonti a cui attinge evidenziano questo fatto: anzitutto i filosofi pagani alla cui lettura si era avidamente dedicato prima dell'esilio, fra i quali spiccavano Aristotele e i già citati Cicerone e Boezio, cui vanno aggiunti naturalmente gli autori cristiani, ma questa volta quasi con una minore ingerenza.

Un certo debito di Dante è innegabile anche verso la tradizione medievale della letteratura didascalica, a cominciare dalle opere di Brunetto Latini come Trésor (in lingua d'oïl) e Tesoretto, nonché alle razos dei poeti provenzali con cui essi spiegavano il significato delle loro poesie e le commentavano.

La prosa del Convivio è il risultato di questa ricerca dottrinale e rappresenta una scommessa vinta nel tentativo di usare il volgare per scrivere un'opera di così elevato impegno intellettuale: lo stile è decisamente elevato e il volgare dimostra una vitalità e un'efficacia che sarebbe stata impensabile al latino medievale, dal quale comunque trae l'equilibrio compositivo, la lucida chiarezza, la complessità sintattica e la simmetria. «L’ingenua rettorica della Vita nuova (…) è nel Convivio non propriamente rinnegata ma riassorbita nell’ambito di una volontà espressiva di gran lunga più estesa, asservita alle esigenze di ordine, di chiarezza, di lucidità espositiva imposte dal contenuto nuovo» (Sapegno, 1963).

Canto XV dell'Inferno: Dante incontra Brunetto Latini
Canto XV dell'Inferno: Dante incontra Brunetto Latini — Fonte: getty-images

Dante pone le fondamenta della prosa filosofica in volgare e la arricchisce con un ampio utilizzo di similitudini e metafore, allo scopo di dare concretezza ed evidenza alle proprie argomentazioni, anche a quelle di carattere più squisitamente teorico. Dunque ha ragione Migliorini quando afferma: «È indiscutibile che a Dante spettano i meriti di un demiurgo. Prima di lui alla preponderanza schiacciante del latino, e all'uso occasionale delle due lingue di Francia [lingua d'oc e lingua d'oïl], letterariamente insigni, non si contrapponevano che dialetti in via di dirozzamento, e tentativi sporadici di assurgere all'arte e alla bellezza. Tutta l'opera di Dante ha una “carica” spirituale nuova e potente, che in breve tempo opera un rivolgimento nell'opinione pubblica in Toscana e fuori, e fa d'un balzo assurgere l'italiano al livello di grande lingua, capace di alta poesia e di speculazioni filosofiche» (Dante, 1. Dante «padre della lingua», p. 167).