Contesto storico di Plutarco: l'Impero Romano da Vespasiano ad Adriano

Di Redazione Studenti.

Contesto storico di Plutarco: durante il regno di Vespasiano, l'Impero diventò l'espressione della classe ricca e colta di tutto il mondo romano

CONTESTO STORICO DI PLUTARCO: REGNO DI VESPASIANO

Imperatore Vespasiano
Imperatore Vespasiano — Fonte: ansa

Il più grande merito di Vespasiano fu quello di aver compreso pienamente il problema essenziale dell'Impero Romano e di aver agito di conseguenza. Vespasiano analizzò attentamente la caratteristica delle ultime guerre civili e notò che esse non avevano visto contrapposti Romani e Romani, ma Romani e abitanti delle province ricche e romanizzate, da una parte, e provinciali delle classi inferiori dall'altra; invece, la borghesia provinciale si era dimostrata fedele all'Impero e perciò, deteneva la responsabilità di ogni attività pubblica. A Vespasiano, si deve in primo luogo, la riforma dell'esercito; infatti, le legioni sbandate, della cui disciplina e fedeltà non ci si poteva più fidare, furono sciolte e sostituite con altre, reclutate fra i provinciali della Spagna e della Gallia, a cui era possibile concedere la cittadinanza romana. Vespasiano ritenne che questa fosse l'unica soluzione possibile, poiché l'Italia, da molto tempo, forniva all'esercito solo le coorti urbane e quelle pretoriane; inoltre, Vespasiano, riprendendo l'accorgimento politico già in vigore nell'epoca augustea, non voleva appoggiarsi alle regioni orientali dell'Impero, la cui grecità era considerata da lui pericolosa. Il reclutamento provinciale delle truppe e la conseguente estensione del diritto di cittadinanza provocarono il malcontento della nobilitas, la quale, peraltro, stava scomparendo, sia perché era poco prolifica, sia perché molti aristocratici erano stati uccisi durante le persecuzioni verificatesi durante il governo di Nerone e nelle guerre civili. Nel 73 d. C., Vespasiano, dopo aver ottenuto la censura, introdusse nel senato molti esponenti della borghesia provinciale e consentì a mille famiglie aventi questa origine di entrare a far parte dell'ordine equestre e di quello senatorio.

Nel frattempo, Tito, il figlio dell'imperatore, aveva portato a termine la guerra giudaica, abbattendo, nel 70 d. C., la linee di fortificazione di Gerusalemme e penetrando, così, nella città sacra. Egli distrusse il tempio della città e continuò ininterrottamente il combattimento fino alla resa degli Ebrei, i quali furono destinati alla schiavitù o alle persecuzioni. Il bottino derivante da questa guerra, a cui si aggiunse il ficus judaicus, una tassa imposta a tutti gli Ebrei che risiedevano nell'Impero, risanò parzialmente le finanze dell'Impero, ma Vespasiano fu costretto a ricorrere anche a una riduzione dei contributi indirizzati alle province e ad una rigida riduzione delle spese; nella prima fase del suo governo, feste pubbliche, donativi al popolo e ai soldati, distribuzioni gratuite di grano, lavori pubblici non necessari subirono una notevole diminuzione. Vespasiano ebbe quindi il grande merito di aver ricostruito dalle fondamenta le finanze dello Stato. Anche il problema della successione era in gran parte risolto, in quanto Tito, tornato dalla Giudea nel 71 d. C., ottenne la tribunicia potestas e fu associato nel governo al padre, del quale divenne collaboratore. Dopo la morte di Vespasiano, avvenuta nel 79 d. C., Tito gli successe al potere, riprendendo la linea di condotta del padre.

PLUTARCO, CONTESTO STORICO: IL REGNO DI TITO E DI DOMIZIANO

Nel 79 d. C., Tito, appena salito sul trono imperiale, affrontò con molta energia le disastrose conseguenze dell'eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia; nell'80 d. C., egli inaugurò con sfarzosi festeggiamenti l'Anfiteatro Flavio, denominato anche Colosseo. Tito morì improvvisamente nell'81 d. C., all'età di quarantun anni. Alla sua morte, Tito non lasciava eredi e suo fratello minore, Domiziano, non era stato associato al governo, in quanto il suo temperamento ambizioso non convinceva il padre. Nonostante ciò, nell'81 d. C., Domiziano fu eletto imperatore dai pretoriani e dal senato. Il nuovo imperatore era un grande ammiratore della società greca e perciò, si ispirò alla tradizione ellenistica, che era grandiosa, autocratica e demagogica; per questo motivo, si attirò l'approvazione del popolo e degli eserciti, ma non fu amato dalla nobilitas e dalla borghesia colta. Nell'85 d. C., l'imperatore assunse la censura a vita e pretendeva di essere chiamato dominus e deus noster.

Domiziano cercò di accattivarsi le simpatie degli eserciti, elargendo ingenti donativi ai combattenti, aumentando il soldo ai legionari, ai pretoriani, alle coorti urbane e attuando una politica estera più aggressiva, che attribuisse a lui e al suo esercito, la gloria militare. Egli condusse due campagne militari contro i Catti, un popolo che abitava a nord del fiume Meno; la prima campagna militare si svolse dall'83 d. C. all'85 d. C., e la seconda dall'87 d. C. all'89 d. C. Le vittorie riportate da Domiziano sui Catti permisero il rafforzamento e l'ampliamento dei possedimenti romani sul Reno e favorirono l'installazione di una linea fortificata, chiamata limes germanicus e avente lo scopo di difendere il confine imperiale dalle incursioni barbariche.

Dall'86 d. C., Domiziano organizzò una serie di spedizioni nella penisola balcanica, mirate ad assicurare a Roma il dominio della Dacia, situata a nord del Danubio; però, Decebalo, il capo delle tribù daciche e getiche, non gli consentì di conseguire i risultati previsti e, dopo aver tentato più volte di annientare definitivamente l'avversario, l'imperatore, nell'89 d. C., fu costretto ad accordarsi con Decebalo: quest'ultimo si assunse l'incarico di difendere i confini danubiani dell'Impero e lo Stato romano doveva assicurargli il suo contributo tecnico e finanziario. Domiziano fu vittima di una congiura e morì colpito dal pugnale dei congiurati, nel 96 d. C. 

GLI IMPERATORI NERVA E TRAIANO

Dopo la morte di Domiziano, successe al trono imperiale, con la totale approvazione del senato, il nobile Cocceio Nerva, il quale regnò solo due anni, dal 96 d. C., al 98 d. C. e adottò come figlio Marco Ulpio Traiano, che in seguito fu anche associato al governo. Traiano era originario della Spagna e comandava le legioni stanziate sul Reno; l'adozione di questo abile generale fu molto opportuna, in quanto servì a tranquillizzare gli ambienti militari e i pretoriani, che erano sdegnati per le persecuzioni attuate da Domiziano. Durante il suo breve regno, Nerva si preoccupò soprattutto di restituire al senato le sue funzioni politiche e legislative, e di alleviare la crisi agricola che dilagava nelle province italiche. Egli istituì un fondo per concedere ai contadini prestiti di basso interesse e stabilì che gli interessi fossero versati nelle casse dei municipi, i quali li avrebbero adoperati per concedere aiuti alle famiglie meno abbienti.

Questa legislazione fu ripresa da Traiano, che subentrò al potere dopo la morte di Nerva e governò dal 98 d. C. al 117 d. C. Per agevolare la ripresa dell'agricoltura, Traiano stabilì che ogni membro del senato investisse almeno un terzo del suo patrimonio nella penisola; in questo modo, l'imperatore riuscì ad ampliare la base di reclutamento dell'ordine senatorio mediante l'ingresso di nuovi membri originari dalle province orientali, e a legare l'aristocrazia dell'Impero alla sorti economiche dell'Italia. Traiano fu denominato optimus princeps, in quanto cercò di limitare al minimo l'uso della repressione violenta. Gli aspetti più importanti del governo di Traiano riguardano la politica estera. Fra il 101 d. C. e il 106 d. C., l'imperatore portò a termine la guerra contro i Daci, conseguendo un'importante vittoria. Le truppe di Traiano occuparono Sarmizegetusa, la capitale della Dacia, costrinsero Decebalo al suicidio e ridussero l'intero paese dei Daci a provincia; molti degli sconfitti furono trucidati o resi schiavi. Inoltre, l'esercito di Traiano conquistò anche l'Arabia nord-occidentale, che, divenuta Provincia arabica, facilitò i rapporti fra l'Oriente e il Mar Rosso. Traiano condusse anche una campagna militare contro i Parti, durata dal 114 d. C. al 116 d. C. e conclusasi con una clamorosa vittoria che gli consentì di annettere all'impero romano, le province dell'Armenia e della Mesopotamia. Nel 117 d. C., l'imperatore fu colpito da una paralisi e morì in Cilicia.

REGNO DI ADRIANO

La politica espansionistica di Traiano fu abbandonata da Publio Elio Adriano, anch'egli di origine spagnola, che gli successe al potere imperiale e governò dal 117 d. C. al 138 d. C. Poiché le risorse finanziarie dell'Impero non erano più sufficienti per sostenere delle campagne militari piuttosto impegnative, Adriano decise di adottare una politica estera difensiva. Egli si occupò soprattutto dell'amministrazione delle province, con lo scopo di creare un Impero che fosse il più unito e compatto possibile; ma, quando l'imperatore volle assimilare gli Ebrei, essi si ribellarono, scatenando una rivolta che durò dal 131 d. C. al 135 d.C., e subirono molte stragi e persecuzioni. Adriano elaborò un'evoluzione dell'apparato statale: i liberti, che, all'epoca di Claudio, erano molto numerosi nell'amministrazione, furono sostituiti dai cavalieri, che mutarono da classe di finanzieri in classe di funzionari e, in base alle loro retribuzioni annuali, erano nominati, ducenari, centenari e sexagenari; inoltre, vennero introdotti alcuni titoli di prestigio: gli appartenenti alla classe senatoria erano chiamati clarissimi, i cavalieri che avevano le cariche più alte erano detti eminentissimi e i funzionari di grado minore avevano la nomina di perfectissimied egregi. Contesto storico di Plutarco: l'Impero Romano da Claudio a Vespasiano

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