Contesto storico di Longo Sofista

Di Redazione Studenti.

Longo Sofista visse nel II secolo d. C., un periodo in cui la cultura greca cominciava a essere oscurata da quella romana.

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La cultura greca si diffuse quasi ovunque, in quanto i Romani, ottenendo molte vittorie, conquistarono numerosi territori che ovviamente subirono l'influenza dei costumi e della cultura di Roma.
Solitamente, si fa cominciare la cosiddetta "età romana" dal periodo del Principato di Augusto, il quale regnò dal 27 a. C. al 14 d. C.; si tratta, però, di un limite cronologico fittizio, poiché, nel 30 a. C., la mescolanza fra la cultura greca e quella romana era in atto già da tempo.
La formazione e l'organizzazione del mondo imperiale favorirono lo sviluppo e la diffusione della cultura romana che, pian piano cominciò a sostituirsi a quella greca; così, il centro di irradiazione della cultura, considerato un modello a cui ispirarsi, non era più Atene, ma Roma, la quale era ormai diventata la capitale di un grande impero. Mentre la cultura romana acquisiva sempre più importanza, quella greca poteva ormai solo "rifugiarsi" nello splendore e nell'orgoglio ottenuti in passato.
La letteratura greca dell'età imperiale era caratterizzata dalla scomparsa della poesia che compare solo nelle Dionisiache di Nonno di Panopoli e in qualche epigramma, e dal dilagare della retorica. La filosofia manteneva una certa importanza grazie soprattutto alla raccolta ascetica di Epitteto e ai Pensieridi Marco Aurelio. Inoltre, non mancavano abili prosatori come Plutarco e Luciano, né storici famosi come Arriano e Cassio Dione. Dopo la morte di Augusto, avvenuta nel 14 d. C., si successero al potere gli imperatori appartenenti alla dinastia Giulio-Claudia, i quali non furono sempre fedeli alla linea politica augustiana, basata sul tentativo di garantire la pace e la tranquillità all'impero romano.
Gli imperatori che regnarono dopo Augusto si scontrarono spesso contro l'opposizione della vecchia aristocrazia che, pur non essendo capace di sovvertire il regime imperiale allora esistente, non riusciva a dimenticare il periodo repubblicano, quando essa esercitava un potere esclusivo e illimitato. All'opposizione dell'aristocrazia, gli imperatori reagivano a volte con il terrorismo, credendo, così, di far prevalere il loro potere sulle ideologie aristocratiche. Nonostante questi scontri piuttosto frequenti, però, le istituzioni imperiali continuavano a svilupparsi e ad evolversi verso la formazione di uno Stato più efficiente, più solido, più organizzato e più capace di rappresentare gli interessi di tutta la borghesia dell'impero, indipendentemente dalla sua appartenenza all'Italia o alle province.
Con il governo di Nerone, che durò dal 59 d. C. al 68 d. C., si interruppe tragicamente la dinastia Giulio-Claudia e iniziò, per l'impero romano, un breve periodo di crisi, durante il quale si manifestò il risentimento delle truppe e dei provinciali poveri nei confronti delle popolazioni che appartenevano all'Italia e delle classi ricche delle province.
Fortunatamente, questa crisi fu di breve durata, in quanto, nel 69 d. C., Vespasiano, l'iniziatore della dinastia Flavia, riuscì a ripristinare l'ordine, promovendo, contro le tendenze ribelli, la solidarietà conservatrice di tutte la classi ricche e colte dell'impero. L'alleanza fra il Principato e i ceti abbienti si dimostrò molto solida; infatti, pur entrando in crisi durante il governo dispotico di Domiziano, durato dall'81 d. C. al 96 d. C. e basato sulla politica del terrore e sulle persecuzioni, essa si protrasse oltre l'epoca della dinastia Flavia, caratterizzando il periodo più felice dell'impero che durò fino alla metà del II secolo d. C. Dopo la morte di Domiziano, avvenuta nel 96 d. C., in seguito a un complotto di congiurati, iniziò il periodo del "principato adottivo", durante il quale gli imperatori, d'accordo con la classe dirigente, sceglievano i loro successori in base a considerazioni di ordine politico e morale, piuttosto che di ordine familiare e dinastico.
La prima metà del II secolo d. C. è considerata l'età più felice della storia dell'impero, caratterizzata da lunghi periodi di pace, di ordine e di giustizia. I membri che componevano la classe dirigente erano scelti nell'ambito dei ceti aristocratici di tutto l'impero, l'amministrazione delle ricchezze era piuttosto parsimoniosa, le province, dalle quali avevano origine gli stessi imperatori, ricevevano lo stesso trattamento dell'Italia e l'apparato statale era, nel complesso efficiente. Erano riscontrabili, però, anche in quel periodo piuttosto florido, alcuni sintomi di crisi, che divennero più evidenti soprattutto dopo la grandiosa politica estera di Traiano.
Egli regnò dal 98 d. C. al 117 d. C. e tentò, mediante una serie di conquiste in Dacia, fra il 101 d. C. e il 106 d. C., in Arabia, fra il 114 d. C. e il 116 d. C., e nella regione mesopotamica, nel 117 d. C., anno in cui morì, colpito da una paralisi, di rendere più florida e più produttiva l'economia dell'impero romano che stava attraversando un periodo di stasi.

Durante il regno di Traiano, i domini di Roma raggiunsero la massima estensione, ma i suoi successori, Adriano, che regnò dal 117 d. C. al 138 d. C, e Antonino Pio, che governò dal 138 d. C. al 161 d. C., decisero di abbandonare il suo vasto programma espansionistico, in quanto era troppo oneroso per le risorse finanziarie dell'impero e preferirono adottare un atteggiamento difensivo.
Marco Aurelio governò dal 161 d. C. al 180 d. C. Nel II secolo d. C., l'epoca in cui regnò Marco Aurelio, la corrente dello stoicismo, in seguito alla mutata situazione politica e culturale, a poco a poco si dileguò.
Le numerose persecuzioni di Domiziano, infatti, avevano debellato la resistenza, privandola dei suoi uomini migliori; successivamente, durante il regno di Traiano, sembrava realizzarsi il sogno di una "monarchia illuminata", basata su un rapporto più armonico fra l'impero e l'aristocrazia senatoria. Quindi, lo stoicismo, avendo perso la sua originaria funzione di coagulo dell'opposizione ed essendo diventato l'espressione di un alto senso morale, entrò a far parte della cultura della corte imperiale, grazie a Marco Aurelio.
Quest'ultimo voleva garantire la pace all'impero romano e, nonostante avesse questo desiderio, fu costretto a combattere in guerra quasi ininterrottamente, fino alla sua morte. Infatti, la pressione dei barbari sui confini dell'impero, stava diventando sempre più insistente e preoccupante; dall'epoca di Marco Aurelio, inoltre, cominciava a mutare il rapporto fra l'impero romano e il mondo barbarico circostante: Roma non aveva più il ruolo della grande potenza conquistatrice che trovava nelle regioni confinanti sempre nuove risorse da sfruttare e nuove popolazioni da ridurre in schiavitù, ma era minacciata dai barbari che cercavano di insinuarsi nel suo territorio, accrescendo così, la nascente crisi.
Marco Aurelio dovette combattere prima contro i Parti, in Oriente e successivamente contro i Quadi e i Marcomanni che premevano sulle linee di difesa danubiane. Solo grazie a uno sforzo molto energico da parte delle legioni romane, le ondate barbariche furono respinte e sconfitte e, nel 175 d. C., quei popoli si dichiararono sottomessi.
Per quanto riguarda la politica interna, Marco Aurelio sedò duramente la rivolta capeggiata da Avidio Cassio e la ribellione dei cristiani di Lione, i quali furono massacrati nel 177 d. C. Dopo la morte di questo imperatore, il potere imperiale passò nelle mani del figlio Commodo e si interruppe così, il principio dell'adozione del migliore. Commodo era stato associato al governo del padre dal 176 d. C. e, dopo aver ottenuto pienamente il potere, abbandonò la campagna militare contro i barbari, promettendo ai Quadi e ai Marcomanni, ingenti donazioni.
Questo imperatore era l'antitesi del padre; infatti, mentre Marco Aurelio era un seguace della filosofia stoica ed era egli stesso un filosofo, era stato molto scrupoloso nell'adempimento del dovere, interpretando la propria autorità come una missione affidatagli dal destino e dalla provvidenza, invece, suo figlio Commodo si dimostrò avido di piaceri, esibizionista e disposto a sacrificare ai suoi capricci anche gli interessi fondamentali dell'impero, originando così, un dispotismo irresponsabile che provocò il malcontento della classe aristocratica, la quale era già provata dalla crescente crisi economica e sociale.
Nel 183 d. C., l'aristocrazia tentò di eliminare Commodo mediante un complotto, ma la congiura fu scoperta e seguita da violente e sanguinose repressioni. Durante il regno di Commodo, i sintomi della crisi diventarono più evidenti: gli eserciti si comportavano in maniera indisciplinata e, nel 189 d. C., a Roma scoppiò una rivolta fra i ceti sociali più poveri, che erano esasperati dalla miseria e dalla fame.
Nel 192 d. C., fu organizzato un altro complotto, mediante il quale Commodo fu ucciso. La sua morte, però, non bastò a eliminare dall'impero quella crisi politica ed economica ormai evidente, che continuò a dilagare sino alla fine del II secolo d. C.