Conoscere le proprie emozioni, conoscere i sentimenti

Le relazioni con l'altro sono importanti, ma spesso complicate. Bisogna imparare ad accogliere la diversità e ad ascoltare emozioni e sentimenti che proviamo
Conoscere le proprie emozioni, conoscere i sentimenti
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1Premessa in forma di esame di coscienza

Nessuno di noi ha la fortuna di vivere due volte perché tutti abbiamo una sola chance su questo pianeta blu. Vale la pena ricordarcelo per bene ogni volta. Per quanto «l’esperienza» – il nome che spesso si dà agli errori, come più di un adagio recita – possa aiutarci, tutti saliamo sul palcoscenico impreparati e dobbiamo imparare a recitare all’improvviso, regolandoci di volta in volta con quello che sta accadendo intorno a noi. 

Conoscere le proprie emozioni, conoscere i sentimenti
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Nel contesto odierno c’è troppa fretta per ascoltare il proprio sé più profondo, per capirlo e fissarlo nella luce. Così quel sé resta nascosto chissà dove dentro di noi e protesta inutilmente: non abbiamo tempo e forse neanche i mezzi per capire che cosa vuole. È come un viandante che bussa alla porta, ma noi non apriamo per paura di incontrarlo: potrebbe essere un dio sotto mentite spoglie, come credevano i Greci. 

Così ci diciamo che non era importante e intanto continuiamo a sentir bussare: ansia e paura tendono a essere sensazioni incontrollabili che portano alla totale mancanza di senso del perché si sta vivendo. Tutti abbiamo bisogno di un perché e forse, non trovandolo, stiamo cominciando a sostituire il perché con il «per chi» vivere.  

1.1E se l’altro mi delude?

Conoscere le emozioni, conoscere i sentimenti
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Viviamo per la famiglia, per il nostro lavoro, per il nostro o la nostra partner, per la ricchezza, per lo studio. Qui sorge il problema: e se l’Altro mi delude? Se i miei figli diventano ciò che io non mi aspetto (e che non accetto), se vengo licenziato dal lavoro, se vengo lasciato da chi diceva di amarmi e di voler stare con me per sempre, se subisco un tracollo economico, se vengo bocciato agli esami e scopro che non sono abbastanza intelligente per la carriera accademica? Come in una partita a poker siamo andati «All in», ci siamo giocati tutto senza considerare bene le forze in campo, senza ricordare che la vita cambia di continuo prendendo destinazioni ed esiti imprevedibili. 

Intanto io partirei da questo assunto. Dobbiamo essere più umili e capire che il mondo è molto complesso e che tutto può deviare dal corso che avevamo ipotizzato. È un passaggio doloroso quello dall’Io al Noi – il che non significa obliare del tutto sé stessi o farsi problemi sul che cosa penseranno di noi: significa piuttosto essere consapevoli che non siamo soli sullo scenario

1.2Alcune domande per questo paragrafo

  1. Hai mai recitato in una compagnia teatrale? Che sensazione ti dà il recitare insieme?
  2. Hai mai suonato in un’orchestra? Che sensazione ti dà il suonare insieme?
  3. Ti piacciono di più gli sport singolari (come il tennis) o di squadra (calcio, pallavolo, ecc.)?
  4. Ti ritieni capace di ascoltare le altre persone anche quando dicono cose che non condividi?
  5. Con queste persone, preferisci parlare oppure ti accontenti di girare gli occhi pensando “tanto è inutile parlarne, non capirebbe”?
  6. Leggi qualche nota su queste domande

2La difficoltà di relazionarsi

2.1Rinunciare all’egoismo

Rinunciare all'egoismo per comprendere gli altri.
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«Se mi chiedessero qual è la causa più frequente del fallimento di un rapporto – afferma lo psicologo Robert Sternberg – direi che è l’egoismo. Viviamo in un’epoca di narcisismo e molti non hanno mai imparato ad ascoltare le esigenze degli altri» (cit. in Anna e Alberto Friso, In due (5 segreti), 2010, p. 18). Come possiamo rinunciare all’egoismo? Sono convinto che ognuno, quando deve farsi da parte, ha una certa resistenza nel farlo, forse per paura di perdersi, forse perché non si sente (o teme di sentirsi) calpestato dagli altri. Ci possiamo riuscire solo in un’ottica relazionale, cioè quando arriviamo a capire l’altro e, capendolo, scopriamo di più noi stessi: quindi l’altro con tutte le sue divergenze, le sue stranezze ci permette di rivelarci e ci permette anche di amarlo così com’è.  

Certamente non è facile accettare i caratteri degli altri, anche quando ci sono simpatici, figuriamoci quando proviamo una naturale avversione per i loro modi di fare, di dire, di pensare, di agire. Eppure se ci fermassimo a riflettere meglio, capiremmo che stiamo tentando di giudicare secondo il metodo di Procuste – un leggendario brigante della mitologia greca che si chiamava in verità Damaste – il quale, sulla via che collegava Eleusi ad Atene, aggrediva i viandanti e li torturava in un modo assai singolare: li faceva sdraiare su un’incudine a forma di letto e li batteva in modo da allungarli fino a combaciare, se erano troppo corti; oppure amputava loro gli arti se erano troppo lunghi e non entravano nel letto. 

Da questo mito possiamo imparare che chi è a noi straniero – il viandante – sarà sempre caratterialmente difficile da accogliere e che la tentazione più forte sarà quello di adattarlo alle nostre esigenze, reagendo con violenza quando non riusciamo a piegarlo a noi. Ti propongo allora un’altra chiave di lettura delle relazioni, che mi sembra molto bella e soprattutto utile nella vita di tutti i giorni perché ci permette di comunicare quello che proviamo. È la storia di Giacobbe e dell’Angelo (Gen. 32, 24-34).  

2.2Accogliere il “diverso da noi”

La relazione con l'altro è sempre complicata, non è facile accettare chi è diverso da noi.
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«Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all'apparire dell'alba; quando quest'uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell'anca, e la giuntura dell'anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. E l'uomo disse: “Lasciami andare, perché spunta l'alba». E Giacobbe: “Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!”». 

L’uomo misterioso che sta lottando con Giacobbe è l’Angelo del Signore. Senza fare un miscuglio infernale di simboli e tradizioni, ricordiamoci però il valore del viandante nel mondo antico: poteva essere portatore di messaggi importanti; poteva essere un messaggero (un “angelo” appunto) di Dio; poteva quindi essere Dio stesso. 

Il viandante rappresenta l’Altro da noi e quindi colui che esprime in sé stesso una divergenza che a prima vista sembra insanabile. Per questo Procuste batte e tortura i viandanti, affinché siano della misura che lui ritiene adatta. Ma l’Altro non vuole essere ridimensionato e si ribella; per questo la lotta che ne scaturisce è senza fine. A meno che, come accade in questo passo, non ci sia la “benedizione”, ossia quel momento in cui ci si riconcilia dallo scontro: “Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!”, urla Giacobbe. Il senso che possiamo dare è questo: più si è in intimità con qualcuno, più è facile che quel qualcuno ci ferisca.

A farci male sono i giudizi, le azioni, i pensieri, le mancanze di rispetto di chi è in intimità con noi, mentre di solito dimentichiamo facilmente queste cose quando accadono per mano di altri che riteniamo estranei. Possiamo anche dire che l’Altro da noi si fa tanto più grande (diventa maiuscolo, da altro ad Altro, come vedi) quanto più ci si avvicina. Abbiamo tanti amici, ma pochi amici intimi: gli amici intimi sono quelli con cui di solito abbiamo avuto più divergenze e più scontri (e con cui continuiamo ad averli probabilmente) ma con cui ci siamo riconciliati (o sappiamo come riconciliarci). 

Attraverso lo scontro possiamo conoscere l'altro e noi stessi
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La lotta mette i corpi, le anime e i desideri dell’uno e dell’altro in uno scontro frontale e in questo scontro ci si può ferire – anzi sarebbe auspicabile. Solo così possiamo conoscere davvero l’altro e noi stessi. Ma se è vero in amicizia, sarà tanto più vero nell’amore. C’è una frase molto famosa de Il barone rampante di Italo Calvino che fa proprio al caso nostro: «Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s'era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s'era potuta riconoscere così» (Il Barone rampante, p. 179). 

2.3Alcune domande per questo paragrafo

  1. Litighi spesso?
  2. Sai litigare? Sì, hai capito bene.
  3. Quando litighi sai trovare un modo per riconciliarti o aspetti sempre che sia l’altro a chiederti scusa?
  4. Ci sono persone con cui riesci meglio a comunicare e altre no? In cosa differiscono al livello caratteriale?
  5. Che cosa ritieni “imperdonabile” in una relazione?
  6. Leggi qualche nota su queste domande.

3Che cosa proviamo e che cosa sentiamo: dal provare al sentire

Conoscere le proprie emozioni, conoscere i sentimenti.
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Emozione viene dal latino e + moveo, essere spostati dal nostro stato di quiete, e quindi anche essere colpiti da una parola, un fatto, anche da un’altra emozione nata nel cuore di qualcuno. Ci sono emozioni positive ed emozioni negative, questo è lapalissiano, ed esse mi danno sempre l’idea di essere come delle pietre scagliate nel «lago del cuore» (come direbbe Dante). Una pietra nel lago genera tante piccole onde che si propagano via via sempre di più: insomma, ogni emozione ha una risonanza nel nostro io e la pietra che l’ha scaturita si sedimenta nella profondità del nostro essere.

Proprio perché l’emozione è sconvolgente, essa è di norma assai più visibile del sentimento che invece è un modo di percepire la realtà più profonda e sotterranea. La nascita di un sentimento non fa rumore come invece l’emozione, che vuole sempre un punto esclamativo su tutto, grida e quindi vuole essere ascoltata più che ascoltare. Non è che le emozioni siano negative in sé, anzi, credo però lo diventino (o possano diventarlo) nel momento in cui le uso come mio unico modo di percepire la realtà. 

Se non coltivo i sentimenti, se rinuncio ad educarmi a capire il mio essere in mezzo agli altri, finisco con il generare una forte negatività intorno a me; soprattutto rischio di affidarmi unicamente alle emozioni (buone o brutte che siano) e potrei spaventarmi quando mi sembra di non provarne nessuna scivolando nell’apatia e nella noia. I sentimenti sono quindi più difficili da conoscere e riconoscere. Infatti, si potrebbe dire così: 

«I sentimenti sono legati alla nostra coscienza e al nostro sé interiore. Essi influenzano le nostre percezioni, valutazioni e decisioni. Ad esempio, un evento triste può evocare un’emozione di dolore, ma il sentimento associato potrebbe essere la nostalgia o la malinconia a seguito di esperienze passate collegate all’evento» (Seneca). 

3.1La differenza tra sentimenti ed emozioni

Emozioni e sentimenti.
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Dunque: sentimenti ed emozioni non sono la stessa cosa, anche se spesso tendiamo a confonderli. In altre parole mi piace pensare che il Sentimento sia come un grande libro in cui annotiamo e interpretiamo le nostre emozioni riconducendole ad un orizzonte più ampio e complesso. 

Vorrei concludere questo vademecum con uno stralcio delle Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, a mio avviso un vero e proprio manuale del sentimento e della consapevolezza di sé. Questo passo riguarda la solitudine che può essere qualcosa di incredibilmente alto, e non solo misantropia e misoginia, isolamento, perdita di relazione. Per ogni essere umano, i sentimenti e i pensieri hanno bisogno di riposare nella solitudine, nel nostro io più profondo dove gli altri vivono, gli stessi altri che a volte sembrano non capirci e a cui possiamo rivelarci e farci rivelare solo all’interno dell’amore. Leggiamo questo passo. 

«Perciò, caro signore, amate la vostra solitudine e sopportate il dolore che essa vi procaccia con lamento armonioso. Ché quelli che vi sono vicini, voi dite, vi sono lontani, e ciò mostra che intorno a voi comincia a stendersi lo spazio. E se la vostra vicinanza è lontana, allora la vostra vastità è già sotto le stelle e molto grande; rallegratevi della vostra crescita, in cui non potete menare alcuno, e siate buono verso quelli che rimangono indietro, e sicuro e tranquillo, di fronte a loro, e non li tormentate con i vostri dubbi e non li sgomentate con la vostra fiducia o allegrezza, che essi non potrebbero comprendere. Cercatevi una qualche piana e fida comunione con loro, che non deva necessariamente mutarsi, se voi stesso via via divenite altro, amate in essi la vita in una forma estranea e abbiate indulgenza per gli uomini che vanno invecchiando e temono la solitudine, in cui voi confidate».  

3.2Alcune domande per questo paragrafo

  1. Quando ti senti solo, come reagisci?
  2. A cosa imputi il sentirti solo?
  3. Che rapporto c’è tra solitudine e relazione?
  4. Ti piacciono più le emozioni o i sentimenti? Per te c’è differenza?
  5. Domanda difficile: Perché ami le persone che ami?
  6. Odi o hai mai odiato qualcuno? Prova a capire perché provi un simile sentimento e da quali emozioni è stato causato (e quindi le emozioni da cosa sono state a loro volta causate).
  7. Qualche nota al brano e alcuni spunti di riflessione.