Confronto tra le tre invocazioni nella Divina Commedia

Di Redazione Studenti.

Confronto tra le tre invocazioni delle cantiche della Divina Commedia: differenze e analogie nelle invocazioni alle muse presenti nell'Inferno, Purgatorio e Paradiso

LE TRE INVOCAZIONI NELLA DIVINA COMMEDIA

Confronto tra le tre invocazioni della Divina Commedia: testo e significato
Confronto tra le tre invocazioni della Divina Commedia: testo e significato — Fonte: getty-images

Le tre cantiche della Divina Commedia di Dante si aprono tutte con l’invocazione alla divinità come la secolare convenzione letteraria esigeva. Il calore dell’invocazione e la divinità invocata sono correlativi alla natura e alla difficoltà della materia. Le invocazioni sono infatti in “scala”: le Muse per l’Inferno, con un'invocazione generica; le Muse e Calliope in particolare, musa della poesia epica, all’inizio del Purgatorio; Apollo, mitologico dio protettore della poesia e dei poeti, e le Muse per il Paradiso, invocazione massima, per la massima difficoltà della narrazione.

L'INFERNO

Nella prima cantica accanto alla tradizionale invocazione alle Muse c’è l’eccezionale caso di un poeta che invoca accanto ad esse il suo stesso ingegno, chiamandolo “alto”, e la sua “mente che non erra”, cioè la sua memoria che non sbaglia e che avrà modo di mostrare la sua “nobilitate”. Questa non è superbia, anzi, l’argomento è così alto, la missione così difficile che Dio doveva dare all’uomo scelto come suo tramite doti eccezionali, e Dante se ne rende conto. Quindi il lettore capisce subito che quello che leggerà viene direttamente da Dio.

Il viaggio di Dante è, infatti, di impostazione cristiana ma il poeta invoca le muse perché sotto i nomi di divinità pagane vede allegoricamente delle figure divine cristiane. Le muse per Dante sono, quindi, l’ispirazione poetica data da Dio.

PURGATORIO E PARADISO

Il Purgatorio si apre con un ampio proemio,lungo quattro terzine che è diviso, secondo la tradizione classica, in due parti:

  • i primi sei versi dedicati all’argomento del poema, in questo caso della cantica,
  • i sei seguenti all’invocazione alle Muse e a Calliope, perché accompagnino il suo canto con quel suono con cui esse vinsero le Pieridi.

L’ampio proemio del Paradiso si diversifica da quello del Purgatorio per la maggiore solennità dell’apertura, per l’affermazione, da parte di Dante, del proprio valore, per la dichiarata ineffabilità della materia trattata. Infatti se per le altre due cantiche era stato sufficiente l’aiuto delle Muse, ora gli occorre l’aiuto sia di Apollo che delle sue discepole perché la poesia possa entrare nel petto del poeta e respirare e cantare in lui, con quella stessa pienezza di canto, con la quale il dio aveva vinto il satiro Marsia, che aveva osato sfidarlo. Come abbiamo detto anche nel chiedere l’aiuto delle Muse nel Purgatorio, Dante aveva rievocato un’altra sfida fatta da mortali ad immortali e un’altra conseguente punizione: le Pieridi trasformate in gazze. Nel rievocare le due punizioni, Dante rivolge a se stesso un monito: è possibile affrontare in poesia anche i temi più ardui per le forze umane, purchè si sappia che ciò è un dono divino, che è la divinità stessa a parlare per bocca del poeta. Dante si pone in guardia contro quella che sa essere la sua nemica, la superbia. Marsia e le Pieridi sono mortali che hanno creduto di poter fidare unicamente sulle loro forze umane, senza l’aiuto della divinità, anzi sfidandola, incorrendo in un inevitabile insuccesso. Infatti se l’eccellenza della sua poesia verrà premiata dagli uomini con la corona d’alloro egli sa bene che il merito non è suo, ma della materia e della divinità che lo ha sorretto.

IL TESTO DELLE INVOCAZIONI

Alla sommaria invocazione alle Muse del secondo canto dell’Inferno:

O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.

Si contrappone quella ben più lunga del Purgatorio:

Per correr miglior acque alza le vele

Ormai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro di sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno

dove l’umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

Alla quale vengono poi contrapposte le dodici terzine del Paradiso:

La gloria di colui che tutto move

per l'universo penetra, e risplende

in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende

fu' io, e vidi cose che ridire

né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire,

nostro intelletto si profonda tanto,

che dietro la memoria non può ire.

Veramente quant'io del regno santo

ne la mia mente potei far tesoro,

sarà ora materia del mio canto.

O buono Appollo, a l'ultimo lavoro

fammi del tuo valor sì fatto vaso,

come dimandi a dar l'amato alloro.

Infino a qui l'un giogo di Parnaso

assai mi fu; ma or con amendue

m'è uopo intrar ne l'aringo rimaso.

Entra nel petto mio, e spira tue

sì come quando Marsia traesti

de la vagina de le membra sue.

O divina virtù, se mi ti presti

tanto che l'ombra del beato regno

segnata nel mio capo io manifesti,

vedra'mi al piè del tuo diletto legno

venire, e coronarmi de le foglie

che la materia e tu mi farai degno.

Sì rade volte, padre, se ne coglie

per triunfare o cesare o poeta,

colpa e vergogna de l'umane voglie,

che parturir letizia in su la lieta

delfica deità dovria la fronda

peneia, quando alcun di sé asseta.

Poca favilla gran fiamma seconda:

forse di retro a me con miglior voci

si pregherà perché Cirra risponda.

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