Confronto tra Dante e Boccaccio e tra Divina Commedia e Decameron

Di Redazione Studenti.

Dante e Boccaccio e tra la Divina Commedia e Decameron: amore, fortuna e stile a confronto

Confronto tra Dante e Boccaccio

Dante e Boccaccio a confronto
Dante e Boccaccio a confronto — Fonte: getty-images

Dante e Boccaccio, due grandi poeti, due realtà a confronto. E il ruolo di mezzano, tra i due, è ricoperto dall’altra grande corona fiorentina, Francesco Petrarca.
Quest’ultimo, però, appartiene ad un’altra realtà, una realtà astratta, quasi irreale: egli si chiude nel suo bozzolo, devastato da quella dualità d’intenti che sempre alberga nel suo cuore cianotico. Condannato dalla sua figura di passaggio tra mentalità quasi opposte, avverte tutto il dramma insito nella sua epoca: non è né carne ne pesce, né Narciso né Boccadoro, né santo né dissoluto peccatore. Affluente in tumulto che collega quei due fiumi in piena quali sono Dante e Boccaccio.

Dante e Boccaccio: figure diverse, storie diverse, collegate tuttavia da una strana simmetria per volere del destino. Il primo, intellettuale comunale presso Firenze, dopo l’esilio sarà costretto ad assumere per sopravvivere l’odiato ruolo di intellettuale cortigiano, il secondo, intellettuale cortigiano, “esiliato” da Napoli vestirà proprio a Firenze i panni dell’intellettuale comunale.

L'idea del reale per Dante e per Boccaccio

I due hanno un’ottica del reale completamente diversa: quella di Dante è assolutamente religiosa, mentre quella del Boccaccio è laica, una visione che certo non esclude la presenza di Dio nel mondo, ma che ritaglia una sfera autonoma e terrena dell’agire umano

Divina Commedia e Decameron a confronto

Quello tra Divina Commedia e Decameron è un confronto tra una "Commedia divina" e una "Commedia umana".
Sono strettamente collegate: basti pensare che il Boccaccio, riprendendo il V canto dell’Inferno dantesco, soprannomina il suo Decameron “Galeotto”, a mo’ di tributo per quel grande poeta che tanto devotamente ammira.
E, a modo loro, entrambe le opere sono state scritte per le donne: Dante scrive perché soccorso dalla beata Beatrice; il Boccaccio, invece, «in soccorso e rifugio di quelle che amano».    
Ma andiamo adesso ad analizzare, tramite parallelismi, i punti salienti di queste due opere colossali.

Nella Commedia il principio motore dell’universo è rappresentato dalla provvidenza, la suprema volontà del Signore. Nelle opere boccacciane, invece, traspare tutt’altro ideale: in esse, in linea col nuovo mondo di scambi e commerci governato dall’imprevedibile, “consimel loco” del Boccaccio, il ruolo di propulsore del creato s’esaurisce nell’inopinabile forza della Fortuna.  

Ritratto di Dante Alighieri. Cappella di San Brizio alla Cattedrale di Orvieto
Ritratto di Dante Alighieri. Cappella di San Brizio alla Cattedrale di Orvieto — Fonte: istock

La Fortuna per Dante e per Boccaccio

L’idea di Fortuna era già presente nella coscienza medievale, ma essa era ritenuta una forza subordinata al superiore disegno della provvidenza. Dante, infatti, nel canto VII dell’Inferno, espone la sua concezione di Fortuna, che è quella di una gerarchia angelica operante nelle vicende umane. E a questa gerarchia, come lo stesso Dante dice, “vostro saver non ha contasto”, ovvero non ci si può opporre. Antitetica, in proposito, è l’opinione del Boccaccio: la Fortuna è contrastabile (come vediamo, ad esempio, nella novella di Andreuccio da Perugia) tramite l’intelligenza umana.

E questo sommo ideale che anima la poetica del Boccaccio s’evince facilmente nel Decameron, oltre che dalle novelle, da due elementi fondamentali:

  • Il primo è il periodo autoriale, gerarchicamente costruito, che va a dare un ordine rigoroso, perfetto, agli elementi della sintassi, ed è il riflesso della fiducia boccacciana nella possibilità di dominare intellettualmente la molteplicità brulicante del mondo.

Quando parliamo di periodo autoriale parliamo certamente dello stile del Decameron, che è definito “mezzano”, in quanto non protende né verso il sublime né, tanto meno, verso l’elegiaco, rimanendo difatti nel mezzo. Dante, contrariamente, in un’ottica fervidamente cristiana, nella sua Commedia spazia facilmente tra stile aulico ed umile, spesso ricorrendo addirittura al turpiloquio, in quanto convinto che ogni frammento di realtà, anche quello più gretto, sia compreso nell’incomprensibile progetto di Dio e quindi degno di nota.

Il principio ordinatore

Il secondo elemento, invece, è la cornice, che si distacca dalla rappresentazione della molteplice e dinamica realtà narrata dalle novelle, ordinandola entro precisi schemi e sollevandosi al di sopra di essa, guardandola da lontano; anche la Cornice, quindi, esprime perfettamente quell’incalzante necessità di dominare, tramite la famosa industria, il caos del molteplice.

E in questa Cornice le novelle sono ordinate simmetricamente: balzi agli occhi il rapporto antitetico che lega la prima novella della prima giornata, in cui si ragiona dei vizi, e l’ultima novella della decima giornata, in cui si ragiona di virtù: rispettivamente Ser Ciappelletto, il peggior uomo che sia mai vissuto, e Griselda, donna sublime, spesso paragonata alla Vergine.
La giornata “spartiacque” del Decameron è la quarta, rispetto alla quale si pongono, simmetriche, due giornate dedicate all’amore e due giornate dedicate all’intelligenza umana , che si esprime essenzialmente tramite le beffe.

Un atteggiamento egualmente aperto verso la realtà, unito ad una simile preoccupazione di sistemare i dati entro un ordine armonico, sono riscontrabili nella Commedia. In essa lo schema d’ordine, richiamando la Santissima Trinità, ruota intorno al numero tre e ai suoi multipli: tre cantiche, ciascuna di trentatré canti (ad eccezion fatta per l’Inferno, che ne conta trentaquattro, in quanto il primo assurge a proemio dell’intera opera), i nove cerchi dell’Inferno, le tre parti in cui è diviso il Purgatorio (antipurgatorio, purgatorio, paradiso terreste), i nove cieli del Paradiso

In Dante, quindi, il principio ordinatore è imposto da Dio, mentre nel Decameron gli schemi d’ordine sono insiti all’interno della natura umana stessa. Se, infatti, la visione del reale di Dante è verticale, quella di Boccaccio è orizzontale, perché è tutta calata nella dimensione terrena: teocentrismo contro antropocentrismo.

L'amore in Dante e in Boccaccio

Vi è un’altra grande distanza che separa i due poeti: la concezione dell’amore.
Per Dante, infatti, l’amore carnale rappresenta peccato, dannazione. L’unico amore che riesce a concepire è quello divino, teologico, quell’amore “che move ‘l sole e l’altre stelle.” Per Boccaccio, invece, l’amore è una forza che scaturisce dalla natura e, in quanto tale, che è assurdo e vano frenare o reprimere. Anzi, soffocarla è una colpa, che può generare sofferenza e morte.
Per meglio comprendere la tesi esposta, andiamo ad analizzare, supportati dal Boccaccio, il V canto dell’Inferno dantesco.
Nel secondo cerchio dell’Inferno sono puniti i lussuriosi: come in vita furono travolti dalla passione d’amore, sono ora percossi da un’incessante bufera.
Dante, proseguendo nel suo cammino, incappa in due anime che volano abbracciate,e, mosso dalla sua fervida curiosità, le attira sé. Si tratta di Francesca da Polenta e Paolo Malatesta, i due amanti che, innamoratisi reciprocamente, furono sorpresi e uccisi da Gianciotto Malatesta. Francesca, colpita dal sentimento di pietà di Dante, decide di raccontargli la propria triste storia.
La fanciulla, come ci dice Dante, ha sottomesso la ragione al “talento”, ma ciò non le impedisce di continuare ad utilizzare l’intelletto:  al contrario, esordisce con un discorso toccante e finemente elaborato, tramite il quale cerca di trovare un “capro espiatorio” alle debolezze della carne: con le sue parole, Francesca indica come vero colpevole del suo peccato non sé stessa, non Paolo, ma l’Amore. Quell’Amore maledetto è dipinto da Francesca come una forza incontrollabile che, in particolari circostanze, non può far altro che scatenarsi. Nell’ottica della donna, non effettivamente conscia delle proprie colpe,  quindi, ella ed il cognato non sono peccatori, ma vittime, prede di una fiera inarrestabile che li ha condotti alla dannazione. Il discorso della dama riportatoci da Dante, dunque, celato al di sotto di una forma elegante e sillogistica, è in realtà ottuso: la sua eloquenza è ormai stata incontrovertibilmente pervertita dalla lussuria. Francesca, tra l’altro, è l’unica a prendere parola nel colloquio con Dante, e,  parlando anche in vece di Paolo, s’adopera in un ossessivo uso del plurale (leggievamo, scolorocci, ci sospinse ecc.).

Paolo e Francesca al Musée de la Vie romantique, Parigi
Paolo e Francesca al Musée de la Vie romantique, Parigi — Fonte: getty-images

Quest’uso della prima persona plurale non simboleggia soltanto la complicità e l’eterna unione, ma più propriamente l’inizio di quella tragedia adulterina. Ma vicenda che l’autore della Commedia va a delineare nel V canto non si limita alla dimensione di volgare adulterio: se così fosse, Gianciotto non vi sarebbe inserito unicamente tramite una perifrasi che non palesa neanche il suo nome. (“Caina attende chi a vita ci spense.”)
Il triangolo amoroso presente nel V canto, quindi, non è Francesca – Paolo – Gianciotto, come molti ritengono, ma, in verità, Francesca – Paolo – libro Galeotto.

 Il libro galeotto,  vero “terzo” della loro vicenda,  comincia col narrare l’amore di Lancillotto e Ginevra, per poi finire col raccontare la travolgente passione di Paolo e Francesca, ormai trasformatisi a tutti gli effetti in quei celeberrimi personaggi del ciclo bretone.
Francesca ci dice che nel leggere il tomo “solo un punto fu quel che ci vinse" e non è vero; è una naturale illusione nella quale cade, non è un punto solo che li vinse, essi furono vinti a poco a poco: i due, mirandosi vicendevolmente negli occhi, segregati da quell’inoppugnabile amore, si riconoscono l’un altro come dèi, dèi fatti di carne, di sangue e di piacere, dimentichi dell’unico vero Dio che risiede nei cieli. 

Dante, infatti, col V canto riprende il mito del peccato originale: quel tanto anelato bacio altro appare tragicamente simile al dannato morso che portò Adamo ed Eva ad esser cacciati dal paradiso terreste. Per Paolo e Francesca, dunque, soffrire in coppia non è un omaggio concesso loro dall’autore in tributo dell’amor cortese, ma parte integrante e più terribile della loro pena: esser condannati per l’eternità a contemplare ininterrottamente  l’emblema della propria perversione.

Lancillotto e Ginevra, Chrétien de Troyes
Lancillotto e Ginevra, Chrétien de Troyes — Fonte: getty-images

A cotanta sofferenza dei due amanti corrisponde la fervida e dolorosa compassione di Dante – che, intanto, stramazza al suolo - poiché dal racconto di Francesca apprende un orribile destino che avrebbe potuto essere benissimo anche il suo. Lo svenimento del Dante personaggio è sì, certamente simbolo di commozione, ma soprattutto il modo tramite il quale il pellegrino rifiuta e aborrisce la realtà peccaminosa del mondo cortese, rifuggendoli e condannandoli aspramente.

Nelle “Esposizioni sulla Commedia" Boccaccio non concepisce il libro Galeotto come arma del delitto di Paolo e Francesca, ma dà invece più spazio alla figura di Gianciotto, che descrive nell’atto del duplice omicidio.
Non si può accusare di certo il Boccaccio di essere stato un superficiale interprete della Commedia: in linea con la sua naturalistica visione della vita e dell’eros, nella sua mente il terribile e ben celato accanimento di Dante nei riguardi dei due amanti dannati non ha modo di esplicitarsi. Per questo motivo dunque nella sua ottica le figure di Paolo e Francesca rasentano quelle di due volgari adulteri. Sa, però, anche cogliere sapientemente l’infinita che quel dannato tomo emana, e, infatti, soprannomina il proprio capolavoro proprio “principe Galeotto”.

Come Francesca da Rimini, anche la Ghismunda del Boccaccio (protagonista della novella Tancredi e Ghismunda) è un'intellettuale che sa esprimersi finemente: col proprio discorso razionalizza quello che lei chiama il proprio natural peccato - se davvero peccato si può chiamare -  che non può essere punito se perpetrato senza vergogna e senza nuocere nessuno.  E mentre Fran­cesca insiste sull'ineluttabilità dell'amore, sulla propria fragilità di donna rispetto alla virtù dell'amante, indicando Amore come vero colpevole della propria condanna e non sé, Ghismunda, invece, rovescia gli argomenti, legittima la propria scelta consapevole, ed estende poi il proprio ca­so a una legge più generale, a un impulso all'amore che viene a tutti dalla Natu­ra. Mentre Francesca tende a giustificare il proprio peccato , Ghismonda assume e difende il suo « natural peccato », opponen­do alla falsa nobiltà del padre la dignità di una morale alla quale si attiene con fermezza.

Conclusioni

Sono quindi molte le differenze che distanziano il Boccaccio e l’Alighieri, ma esse non persistono nel nostro cuore italiano che, sobbarcato dall’orgoglio, ancora si inchina innanzi all’immenso genio di questi due meravigliosi autori.

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