Colonialismo italiano: storia, conseguenze e il dibattito pubblico

Storia del colonialismo italiano che iniziò alla fine del XIX secolo e finì nel 1960. Protagonisti e conseguenze della spartizione dell'Africa e il dibattito politico che ne è seguito.
Colonialismo italiano: storia, conseguenze e il dibattito pubblico
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1Storia del colonialismo italiano

Colonialismo italiano in Africa orientale, XIX secolo: la foto mostra ufficiali italiani che addestrano truppe indigene ad usare l'artiglieria
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All’inizio del XIX secolo le principali potenze europee - come la Francia e l’Inghilterra - avevano già da tempo sviluppato dei vasti domini coloniali fuori dai propri confini naturali, arrivando a dominare direttamente o indirettamente numerosi territori nei continenti extraeuropei. Un processo a cui storicamente è stato dato il nome di “colonialismo e che proprio nel corso dell’Ottocento avrebbe vissuto la sua fase più intensa, con una ulteriore espansione della dominazione europea nel mondo.  

Nello stesso periodo nazioni di più recente formazione, come l’Italia e la Germania, mancavano del tutto di possedimenti fuori dai propri confini: dopo il 1861 e l’unificazione nazionale anche l’Italia iniziò a interessarsi alla possibilità di estendere i propri possedimenti, e con il tempo giunse a costruire un impero coloniale che al massimo della sua espansione, intorno al 1940, dominava su circa 12 milioni di persone e su territori in prevalenza posti in Africa e nei Balcani.  

Le motivazioni del colonialismo italiano furono simili a quelle del resto del colonialismo europeo: la sete di conquista e il desiderio di sfruttare economicamente altri territori, la volontà di competere con altre nazioni europee e, non ultimo, una presunta “missione civilizzatrice” nei confronti di popolazioni ritenute antropologicamente e razzialmente inferiori; ugualmente il colonialismo italiano ebbe le stesse caratteristiche, con l’assoluta supremazia e il primato della violenza e della sopraffazione dei colonizzatori sui colonizzati

In Italia tuttavia, a livello di opinione pubblica, manca tutt’oggi una piena consapevolezza di cosa sia stato realmente il colonialismo italiano: in parte perché viene ritenuta una “storia minore” rispetto all’esperienza coloniale di altri paesi, in parte perché è ancora vivo un falso mito, riassumibile nell’espressione “italiani brava gente”, con il quale è diffusa l’opinione che il dominio coloniale italiano si sia comportato in maniera più equa e giusta nei confronti dei popoli colonizzati; una argomentazione di cui gli studi storici hanno già da tempo dimostrato la sua completa infondatezza

2La prima fase del colonialismo italiano: il periodo dell’Italia liberale

Ascari impegnati nella costruzione di strade. Colonialismo italiano in Africa orientale, XIX secolo
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Come accennato la storia del colonialismo italiano inizia solo a seguito dell’unificazione del 1861; prima di quella data nessuno degli Stati preunitari si era impegnato nella conquista di nuovi territori. La divisione politica della penisola e la debolezza economica dei piccoli Stati italiani impedivano di competere seriamente con le altre potenze europee: l’unico timido tentativo fu tentato in America del Sud dal Granducato di Toscana, che nel 1608 organizzò una spedizione verso il Brasile con l’obiettivo di impiantare una colonia, progetto che venne però abbandonato in breve tempo.

Dopo il 1861 i governi liberali dell’Italia unita iniziano a mostrare un crescente interesse verso una politica di espansione coloniale: l’apertura del canale di Suez in Egitto - 1869 - rende possibile aprire nuove vie commerciali verso l’oriente, e in questo contesto appare strategica l’area del Corno d’Africa. Nel 1869 la società Rubattino di Genova, attiva nel commercio navale, acquistava per conto del governo la Baia di Assab in Eritrea, il primo nucleo dell’espansione italiana nell’area, a cui sarebbe seguita, nel 1885, l’occupazione della città portuale di Massaua. Nel 1890, a seguito di una campagna militare, l’intera Eritrea sarà in mani italiane, venendo ufficializzata dal governo come prima colonia.

Le truppe italiane comandano l'accampamento in Eritrea, 1888 circa
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Con l’avvento al governo di Francesco Crispi l’espansione coloniale italiana fa un deciso salto di qualità: nelle idee dello statista le basi in Eritrea dovevano essere il punto di partenza per la creazione di un vasto dominio in Africa Orientale, dove tuttavia, oltre alla resistenza dei governi e delle popolazioni locali l’Italia si trova ad affrontare la concorrenza europea di Gran Bretagna e Francia. Nel 1888 Crispi ottiene il protettorato italiano su due regni della Somalia meridionale - Obbia e Migiurtinia- portando una consistente parte del paese in mani italiane, che dal 1908, a seguito di ulteriori annessioni otterrà lo status di colonia

Battaglia di Adua, 1896
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Tuttavia la vera ambizione di Crispi è arrivare a controllare la vicina Etiopia, dove però è presente una maggiore tradizione politica e statale. Nel 1895 l’esercito italiano intraprende una campagna militare nel paese, ma i risultati sono disastrosi: le forze del ras etiope Menelik II sconfiggono duramente gli italiani nella battaglia di Adua - 1 marzo 1896 - costringendole alla resa e a rinunciare a qualunque tentativo ulteriore di conquista. La disfatta di Adua, oltre a portare alla fine politica di Crispi, è vissuta come un’autentica onta da parte dell’opinione pubblica italiana, e segnerà un deciso rallentamento dell’espansione coloniale per diversi anni. 

I progetti di espansione riprendono solo nel 1911: è Giolitti a guidare il governo e il clima politico nazionalista spinge per una nuova avventura coloniale. Le mire italiane si spostano verso la Libia, territorio in possesso del decadente Impero Ottomano, che Giolitti spera di occupare per evitare una espansione nell’area di Francia e Inghilterra. La guerra italo-turca inizia nel settembre 1911 e porterà l’Italia ad occupare, oltre alle due regioni libiche di Cirenaica e Tripolitania, diversi avamposti nel Mare Egeo: tuttavia alla fine delle ostilità nel 1912 l’Italia faticherà a mantenere il controllo del territorio libico per la resistenza della popolazione locale all’occupazione.

3Dalla Prima guerra mondiale al colonialismo fascista: la guerra d’Etiopia e la proclamazione dell’Impero

Occupazione italiana della Somalia settentrionale
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Alla fine della Prima guerra mondiale l’Italia ha mantenuto intatti i suoi possedimenti in Libia e in Africa, riuscendo anche ad estendere la sua influenza nei Balcani: durante la guerra, per prevenire un intervento nell’area dell’Impero austro-ungarico, un contingente italiano aveva occupato l’Albania instaurando un protettorato italiano nel paese, che sarebbe durato per tre anni dal 1917 al 1920. Dopo la guerra le rivendicazioni italiane su diversi territori africani - come Angola e Sudan - venivano però respinte dalle altre potenze vincitrici, con la motivazione che l’Italia avesse già ottenuto sufficienti compensi per la sua partecipazione al conflitto.

La storia del colonialismo italiano è destinata a cambiare nel 1922, con l’avvento al potere di Mussolini e del fascismo: il regime fin da subito mostra la sua vocazione nazionalista ed espansionista e si culla nel mito ideologico di ricreare l’egemonia dell’Impero romano, estendendo le sue rivendicazioni territoriali su tutto il Mediterraneo. A supportare il desiderio del regime è la propaganda della dittatura, che - soprattutto negli anni ‘30 - veicolerà l’ambizione del fascismo di creare con la forza delle armi un vasto impero coloniale. Una politica colonialista in continuità con il periodo liberale, ma ulteriormente esasperata dall’ideologia razzista e militarista del regime.

Partigiani abissini, guerra d'Etiopia (1935-36)
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Le prime mosse di Mussolini riguardano la colonia libica, dove l’Italia continua ad avere grandi difficoltà controllare l’entroterra desertico per via della resistenza della popolazione: già prima del 1922 l’Italia inizia una campagna militare di riconquista del territorio libico, che il fascismo proseguirà per circa 10 anni, fino al 1932. Al termine delle operazioni, grazie all’impiego di armi moderne come l’aviazione, il territorio libico verrà totalmente assoggettato e la resistenza locale repressa nel sangue. Nel frattempo il regime si adopera per favorire quanto più possibile l’emigrazione italiana e l’installazione di coloni nel territorio.

La vocazione imperialista del fascismo giunge all’apice negli anni ‘30: Mussolini è deciso a dare all’Italia fascista quello che la propaganda chiama “un posto al sole”, ovvero un impero coloniale in grado di competere con le altre potenze europee. Le mire del dittatore vanno nuovamente verso l’Etiopia, un paese formalmente sovrano e iscritto alla Società delle Nazioni: nella retorica del regime c’è da vendicare la sconfitta di Adua del 1896, e l’Etiopia è uno dei pochi territori liberi dall’influenza di nazioni straniere di cui poter pianificare un’aggressione.; ma spingere il regime all’impresa sono anche motivazioni di politica interna.

La campagna militare, abilmente preparata dalla propaganda, inizia nell’ottobre del 1935: dalle colonie in Eritrea e Somalia le truppe italiane aggrediscono l’Etiopia. Questa volta la resistenza etiope può poco contro la forza militare fascista, e nel giro di un anno le operazioni belliche si concludono con la conquista del paese. Oltre a fruttare l’isolamento nella comunità internazionale, visto che l’Italia sarà oggetto di pesanti sanzioni da parte della Società delle Nazioni, le truppe italiane si macchiano di crimini di guerra particolarmente gravi, tra cui l’impiego di gas chimici il cui uso bellico era stato internazionalmente vietato nel 1925. 

L’impresa d’Etiopia è tuttavia accolta con grande entusiasmo in Italia: il 6 maggio 1936 Mussolini, all’apice del suo consenso, proclama la nascita dell’Impero, mentre le tre colonie di Eritrea, Somalia e Etiopia venivano raggruppate in un’unica amministrazione, denominata Africa Orientale Italiana (AOI). Il governo fascista nelle colonie fu particolarmente duro e connotato dall’ideologia razzista del regime: la volontà di separare colonizzati e colonizzatori si concretizzò nell’adozione di una legislazione del 1937 che vietava qualunque forma di meticciato o di relazione - come la pratica del “madamato” - tra i due gruppi.

4La fine del colonialismo italiano e il suo bilancio

La marcia dell'esercito italiano in Etiopia, 3 ottobre 1935
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Con l’inizio della Seconda guerra mondiale l’esperienza del colonialismo italiano giungeva al suo tramonto: la volontà di espansione in nuovi territori - come successo in Albania, annessa all’Impero nel 1939 e in parte dei Balcani - si scontrava con l’andamento del conflitto sempre più sfavorevole e drammatico per l’Italia. L’Africa Orientale Italiana, difficile da difendere per via della sua lontananza, verrà persa già nel 1941 e occupata dalla Gran Bretagna, mentre la colonia libica cesserà la sua esistenza nella primavera del 1943 con l’avanzata degli angloamericani in Nord Africa.

Con la fine del conflitto nel 1945 l’Italia, nel frattempo divenuta una Repubblica democratica dopo la caduta del regime fascista, rinunciò definitivamente alle colonie. Nel 1947 veniva sottoscritto il Trattato di Parigi, con il quale la Libia e l’Eritrea passavano sotto il controllo britannico, mentre l’Etiopia ritornava ad essere uno stato sovrano e indipendente. La Somalia sarebbe stata affidata al controllo britannico, prima di essere governata dalle Nazioni Unite e poi da una nuova amministrazione fiduciaria italiana fino al 1960, anno in cui il paese sarebbe divenuto indipendente.

L’esperienza del colonialismo italiano è stata oggetto degli studi storici, che con il tempo hanno fornito un bilancio dell'epoca coloniale: tuttavia per un periodo relativamente lungo dopo la sua fine la storia coloniale, a livello pubblico, è rimasta spesso in secondo piano, probabilmente per la difficile eredità che questa lascia. Ad oggi si stima - necessariamente in modo approssimativo - che le vittime del colonialismo italiano, nelle campagne di conquista e per la politica di repressione attuata nei territori africani, siano state circa 400.000 tra cittadini etiopi, libici, somali e eritrei.

A questa terribile cifra bisogna idealmente aggiungere il peso di alcuni crimini commessi nelle colonie ai danni di militari e civili, come il già citato impiego bellico di gas in Etiopia nel 1935-1936: è testimoniato come, a partire dal 1929, siano esistiti campi di concentramento nelle colonie italiane, destinati alla reclusione dei dissidenti politici, dove nella sola Libia sarebbe state internate oltre 100.000 persone. Sono inoltre documentati alcuni brutali episodi di rappresaglia su civili, come quello avvenuto ad Addis Abeba nel 1937, costati nel giro di poche settimane la morte a diverse migliaia di civili etiopi.

Sebbene la memoria di questi fatti in Italia sia tuttora debole e la conoscenza di questi episodi piuttosto ridotta, nei territori e nei popoli in passato soggetti al dominio coloniale italiano è invece vivo e presente il ricordo dell’occupazione italiana. Il dibattito sul colonialismo italiano e suoi effetti è destinato ad avere, in futuro, una nuova rilevanza pubblica, per l’impatto che ha avuto a livello storico e per il suo legame con la tematica più generale del razzismo nel nostro paese, tornata recentemente alla ribalta delle cronache.

5Guarda il video sul colonialismo

    Domande & Risposte
  • Quali sono state le colonie italiane?

    Eritrea (1882-1947), Somalia italiana (1890-1960), Libia (1911-1943), Etiopia (1936-1941), protettorato sull'Albania (1918-1920), Dodecaneso (1912-1943), Saseno (1914-1920), Anatolia (1919-1922).

  • Cos'è una colonia?

    Un luogo disabitato o abitato da popolazioni non civilizzate dove si insedia un gruppo di individui proveniente da altri paesi che - con il proprio lavoro e ingegno - dà valore a quelle terre e produce ricchezza.

  • Quali sono le conseguenze del colonialismo?

    Nei paesi occupanti comportò l'arrivo di enormi ricchezze ottenute praticamente a costo zero ed un forte sviluppo dell'economia e dell'industria. I paesi colonizzati, invece, subirono uno stravolgimento dei costumi, delle abitudini, dell'economia nonché un impoverimento delle risorse e delle ricchezze.