Tesina di Maturità 2018 sulla libertà

Di Marta Ferrucci.

Esempio di tesina sulla libertà per la Maturità 2018 di liceo scientifico, scienze umane, liceo linguistico, ragioneria e idee per una mappa concettuale sulla libertà

TESINA SULLA LIBERTà

Tesina di Maturità sulla libertà
Tesina di Maturità sulla libertà — Fonte: istock

Ti stai preparando alla Maturità 2018 e hai già qualche idea sull'argomento che sceglierai per la tua tesina? Noi di Studenti.it ti consigliamo di fare una tesina sulla libertà: un tema principale ricco di sfaccettature che ti permettono di collegare tutte le materie. Inoltre è un argomento originale che non sceglierà nessun altro compagno. Qui trovi tutte le nostre dritte per scrivere la tesina, mentre di seguito approfondimenti e collegamenti con le materie per la tesina sulla libertà, ideale per tutte le scuole, come il liceo scientifico, il linguistico, il classico, il liceo di scienze umane e gli istituti tecnici, come la ragioneria, e quelli professionali.

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TESINA SULLA LIBERTA' PER LA MATURITA' 2018: COLLEGAMENTI CON LE MATERIE

Inizia la tua tesina con una bella citazione: "La libertà è non un dono ma una conquista; è uno stato non di riposo ma di sforzo e crescita. Non un dato ma uno scopo. Il prodotto lento e il risultato più alto della civiltà". (Lord Acton)

STORIA DELL'ARTE

  • Eugène Delacroix. Nel 1830 Delacroix ha realizzato “La libertà guida il popolo”, una delle sue opere più famose, un quadro politico in cui si manifestano con maggiore efficacia i sentimenti dei giovani romantici. Quest'opera, che rappresenta l’insurrezione popolare avvenuta a Parigi tra il 27 ed il 29 luglio 1830 che portò alla destituzione di Carlo X, raffigura il popolo che avanza armato sulle barricate, incitato da una figura femminile, la personificazione della libertà.

GRECO

  • Fino al terzo secolo il problema della libertà non esiste in Grecia perché è un valore politico ma anche privato che si dà per scontato, di cui non vi è il dubbio della sua presenza.
  • Erodoto - Storie Libro VII. Morto Dario, sul trono di Persia sale il figlio Serse nel 485 a.C. La Seconda Guerra Persiana è stata di dimensioni fino ad allora mai viste, grazie all’impiego senza risparmio di uomini e mezzi. La spedizione, a detta del Re, non doveva trovare ostacoli sul cammino, così che la definitiva sconfitta persiana a Salamina, è parsa ai Greci come la punizione divina per la superbia e l’arroganza che il sovrano aveva mostrato in quell’occasione. L’episodio delle Termopili viene descritto da Erodono senza enfasi né retorica, impreziosito da alcuni aneddoti. L’esaltazione delle truppe greche ha come teatro il campo persiano, dove è ospite il Re spartano Demarcato: Erodono dà più volte la parola a Demarato, spesso interrogato da Serse sul tipo di resistenza che avrebbe dovuto attendersi dagli Spartani. Serse parla di numeri, Demarato di valori, Serse parla di frusta, Demarato di libertà, Serse parla di assolutismo, Demarato di democrazia; è un dialogo fittizio nel quale gli interlocutori non si comprenderanno mai. Demarato non fa che illustrare i principi base del regime spartano per mettere in luce la sostanziale differenza tra la Grecia e la Persia. Non ci può essere libertà, non ci può essere democrazia in situazioni in cui non c’è certezza della legge.

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  • Demarato: "Ai Greci è sempre compagna la povertà, ma a essa si aggiunge la virtù, resa più salda dall'ingegno e da una legge severa; grazie alla sua virtù la Grecia si difende dalla povertà e dall'asservimento. La mia lode va dunque a tutti i Greci che abitano laggiù, nelle regioni doriche, però ora non mi riferirò a tutti loro, ma solo agli Spartani; primo: è impossibile che accettino mai i tuoi discorsi, che comportano schiavitù della Grecia; secondo: ti affronteranno in battaglia anche se tutti gli altri Greci passeranno dalla tua parte. Il loro numero? Non chiedere quanti siano per osare agire così; che siano mille sul campo di battaglia, o di più o di meno, altrettanti combatteranno contro di te".
  • Serse: "Se obbedissero a un'unica persona, alla nostra maniera, potrebbero avere paura di lui e diventare migliori di quanto siano per loro propria natura, e avanzare, costretti dalla frusta, anche essendo meno del nemico. Ma, lasciati liberi, non farebbero nulla di questo".

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  • Tucidite - Epitaffio di Pericle. Nel 485 a.C. il re spartano Archidamo II, alla testa di un esercito di 20.000 opliti peloponnesiaci e di 5.000 beoti, invade l'Attica e devasta i campi attorno ad Atene. È l'inizio della guerra del Peloponneso, che per trent'anni vede affrontarsi le città di Atene e Sparta e i loro rispettivi alleati. A scontrarsi sono non soltanto due potenze militari, ma soprattutto due tendenze politiche e due diverse concezioni dello Stato, quella aristocratica e quella democratica. Le cause remote della guerra del Peloponneso vanno cercate nell'espansionismo ateniese, quello che in termini moderni si potrebbe definire il suo imperialismo, cominciato all'indomani delle guerre persiane. Questo è il giudizio di Tucidide, lo storico ateniese di parte aristocratica che ha lasciato nelle sue Storie il mirabile racconto della guerra.

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  • L'epitaffio di Pericle non è soltanto una celebrazione degli ateniesi morti eroicamente nel primo anno di guerra. Partendo da questo episodio Pericle passa ad un'analisi più generale della città e del suo sistema politico e le sue parole finiscono per risultare un vero e proprio manifesto della democrazia ateniese. L'essenza del sistema politico inventato dagli Ateniesi non risiede nel conflitto e nella violenza, ma nella duplice libertà del cittadino: libertà positiva di partecipare alla vita politica e libertà negativa dall'interferenza del potere statale.

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  • Aristofane - Antigone
    L’Antigone è considerata la tragedia dei contrasti tra Antigone e Creonte. Hegel, nella sua analisi, ha visto tra i due personaggi un contrasto tra due istituzioni: quella più arcaica, della famiglia, dei vincoli di sangue e delle leggi non scritte, rappresentata da Antigone; e quella più moderna dello stato e delle leggi scritte rappresentata da Creonte.
  • Antigone: "Eppure da dove avrei potuto ricavare / Una gloria più grande che dall’aver deposto nella tomba / Mio fratello consanguineo? E tutti costoro direbbero / Che approvano questo, se la paura non chiudesse loro la lingua. / Ma io tra gli altri vantaggi della tirannide c’è anche che le è possibile fare ciò che vuole".

LETTERATURA LATINA

  • Età imperiale. Dopo l’instaurazione del principato, la vita intellettuale diventa sempre più condizionata e controllata dal potere politico. La dipendenza dei letterati da personaggi socialmente, economicamente, politicamente influenti ed autorevoli era stata già rilevante in epoca repubblicana. Sotto l’impero tuttavia diventa ancora più stretta e vincolante in conseguenza del fortissimo accentramento della gestione del potere nelle mani dell’imperatore: ne consegue una drastica riduzione di quegli spazi di libertà e di autonomia che prima si aprivano nel quadro complesso e variegato della vita politica, sociale e culturale.

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  • Lucio Anneo Seneca. Tra i Trattati di Seneca si distingue il “De clementia” che tratta di filosofia politica. In quest'opera Seneca teorizza ed esalta la monarchia illuminata. Rivolgendosi a Nerone, da poco divenuto imperatore, lo elogia perché dà prova di possedere la virtù più grande del sovrano: la clemenza. Essa contraddistingue il re giusto e buono rispetto al tiranno e procura a chi governa amore e riconoscenza garantendo la stabilità dell’impero. Il re buono e clemente instaura un rapporto paterno con i sudditi, punisce malvolentieri, solo quando è indispensabile e solo per il bene dei sottoposti che lo contraccambiano con affetto, devozione e fedeltà.
  • Marco Anneo Lucano. Il “Bellum civile” di Lucano si presenta come il racconto di un evento funesto e nefasto, in quanto narra la caduta rovinosa e malaugurata della Libertas repubblicana. Il tema centrale dell'opera non è una vittoria ma una sconfitta. Il poeta biasima e deplora gli aventi che narra. L’inizio del secondo libro è incentrato sul tema degli orrori delle guerre civili, con la rievocazione e la deplorazione delle stragi spaventose provocate dal conflitto tra Mario e Silla. Segue un incontro notturno tra Bruto, incerto se partecipare alla guerra, in quanto consapevole del fatto che essa si concluderà con la perdita delle libertà, e Catone, che afferma il dovere di impegnarsi al fianco di Pompeo e del Senato, esprimendo il desiderio di morire insieme alla Roma repubblicana ed alla Libertas.
  • Marco Fabio Quintiliano. Nell'opera “Institutio oratoria” Quintiliano si pone fin dall’inizio sulla linea di Cicerone nella concezione della retorica come scienza non puramente tecnica, ma che si propone di formare il cittadino e l’uomo anche moralmente. Affronta il problema del rapporto tra retorica e filosofia sostenendo che la seconda è solo una delle tante scienze che contribuiscono alla cultura enciclopedica dell’oratore. Una dichiarata ostilità nei confronti dei filosofi contemporanei, sotto i quali si celano i vizi più gravi. L’opera ha anche importanti implicazioni in rapporto alle condizioni storico-culturali dell’età in cui è sorta, come quello della mutata funzione dell’oratore nella società civile e quello delle nuove tendenze stilistiche. Quintiliano imposta entrambi i problemi in termine di corruzione ed indica le cause della decadenza dell’eloquenza in fattori di ordine tecnico, come la carenza di buoni insegnanti, e morale, come la degenerazione dei costumi. Lo stato si identifica con l’imperatore, che è il solo a decidere che cosa sia utile alla comunità.

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LETTERATURA ITALIANA

  • Dante. Canto I del Purgatorio: Dante annuncia che l’argomento della nuova cantica, dopo la drammatica visita all’inferno, sarà più elevato: canterà il secondo regno dell’Aldilà in cui le anime si purificano per salire a Dio. Dante scopre accanto a sé un “veglio solo” che incute reverenza, è Catone, custode del Purgatorio. La sua figura e ben diversa da quella di Caronte, che gli corrisponde come custode del primo regno: anche lui vecchio, ma frenetico ed infuocato nello sguardo, non condivide la solennità e la dignità di questo personaggio; l’apparizione di Catone è sottolineata dalle sue parole, severe e piene di rimprovero anche se non aspre e violente come quelle di Caronte, ben diverse sono le “oneste piume”, l’aureola di barba ed i capelli leggeri che si animano al minimo movimento del viso, dalle “lanose gote di Caron dimonio”. Catone dedicò tutta la sua vita all’impegno politico, non fine a se stesso, ma per instaurare il regno del “Kosmos”, che per il mondo pagano si può considerare simbolo di provvidenza. Tutte le sue lotte politiche furono indirizzate contro la tirannide, per la salvezza delle libertà repubblicane.
  • Canto XI del Paradiso: Dante e Beatrice salgono nel cielo del sole, cioè degli spiriti sapienti e famosi per la loro dottrina filosofica e/o teologica. Essi appaiono come luci molto luminose e circondano Dante e Beatrice formando intorno a loro un triplice giro cantando. Poi si fermano e uno di loro parla: è San Tommaso D’Aquino che si presenta a Dante. Al termine del discorso questa “gloriosa rota” riprende il suo giro e canta con perfetta sintonia con gli altri come un orologio. San Tommaso poi presenta la figura di San Francesco D’Assisi, che è una descritto come la figura eroica di un combattente della fede, caratterizzato da magnanimità e dignità interiore. E’ un grande della povertà.

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  • Ugo Foscolo - Le ultime lettere di Jacopo Ortis
    Jacopo Ortis è l’eroe romantico che combatte per ideali di libertà e di patria, che si concentrano più sulla fede nelle proprie forze che sulla fiducia in un altro uomo, cioè Napoleone. Al tempo stesso Jacopo rappresenta una crisi, quella degli usi e delle consuetudini dell’epoca, che viene sottolineata con il suicidio, inevitabile conclusione di una travagliata storia politica, ma anche affettiva. In lui si fonde passione politica e amorosa: in primo luogo sono messe in luce le speranze di un Italia unificata e gli entusiasmi delle imprese napoleoniche; in secondo luogo viene sottolineata la figura della donna vista come oggetto.
  • Giovanni Verga - Libertà
    La novella di Verga, dal titolo quasi beffardo, è stata oggetto di forti discussioni ideologiche, in quanto si imputava allo scrittore una visione distorta degli avvenimenti. Trapela dal testo un bilancio negativo, carico di contraddizioni, di ineluttabile sofferenza e di profonda amarezza di fronte all’indomabile ingiustizia legata alla lotta per vivere e sopravvivere. La libertà di cui parla il titolo è un concetto per nulla univoco, caricato di funzioni via via divergenti, a seconda dell’ottica dei personaggi che usano il vocabolo.
  • Elio Vittorini - Uomini e no. Il romanzo, uscito nel giugno del 1945, a tre mesi dalla liberazione, è stato considerato fin da subito come il primo libro ispirato alla Resistenza italiana. Il romanzo celebra la necessità della Resistenza, ma dissemina dubbi e incertezze su quanto è accaduto: sul presente e sul futuro, sul senso profondo del combattere e del morire, sulla non-umanità che non è scissa dall’uomo, ma è dell’uomo e appartiene all’uomo. Vittorini divide l’umanità in due categorie nette, senza sfumature: la società dominata dai fascisti e dai nazisti, che rappresentano il mondo negativo, del male, sono i cattivi come Cane Nero e Klem, carnefici con la filosofia della morte; e la resistenza che è il bene, in cui si muovono i buoni, cioè i partigiani. Quelli che l’autore chiama “uomini” sono coloro che si impegnano nella lotta partigiana al fine di liberare gli italiani dalla piaga del fascismo. Al contrario, i personaggi che nel libro rappresentano il mondo fascista, dominato dalla violenza, vengono definiti “non uomini”.

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STORIA

  • La figura di Stalin. Accresciuto il proprio potere personale con l’eliminazione di tutti i suoi oppositori, Stalin affrontò il problema dell’industrializzazione forzata: dal 1928 al 1932 varò il primo piano quinquennale, estraendo dalle campagne tutte le risorse disponibili e conseguendo il controllo integrale della produzione agricola attraverso la creazione di aziende di proprietà comune, i Kolchoz, e di proprietà dello stato, i Sovchoz, deportando o eliminando milioni di Kulaki. A questi provvedimenti si accinse la militarizzazione del lavoro: i salari furono compressi al minimo, i dirigenti ed i tecnici delle fabbriche furono ritenuti personalmente responsabili dell’attuazione degli obiettivi del piano; il modello ideologico proposto era lo stakanovismo e le conseguenze furono una grande trasformazione della società sovietica, come l’eliminazione quasi totale dell’analfabetismo e lo sviluppo dell’istruzione dei servizi sociali, ma anche altissimi costi umani dovuti a fame, prigionia e deportazioni. In questi anni di grandi successi economici si intensificarono le venature autoritarie del regime sovietico: Stalin si dedicò al rinnovamento degli apparati di partito. Iniziò ad eliminare fisicamente tutti coloro che si opponevano al programma di industrializzazione forzata. Queste azioni repressive furono chiamate “purghe”. Con la sua morte, avvenuta nel 1953, iniziarono a dissolversi quel clima cupo, quelle rigidità burocratiche e quella pesantezza ideologica che avevano connotato l’età Staliniana.

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FILOSOFIA

  • Jean-Paul Sartre. Tra le filosofie che hanno riflettuto riguardo la libertà vi è l’esistenzialismo e fra questi un filosofo francese che vive nella prima metà del secolo: Jean Paul Sartre. Egli riflette il concetto di libertà in due opere principali: “La nausea” pubblicata nel 1938 e “L’essere e il nulla” pubblicato nel 1943. C’è un legame in Sartre fra esistenza e libertà. Libertà che non è da intendersi come fare ciò che si vuole ed essere liberi di fare qualcosa, ma dover scegliere in modo responsabile in che modo attuare la propria esistenza. Ne "L'essere e il nulla", quella della libertà è descritta come una scoperta fondamentale per la realizzazione dell’essere. L’uomo è libero e vuole affermare questa libertà, ma allo stesso tempo è condannato a questa stessa libertà. La libertà è qualcosa a cui noi siamo obbligati. Nella “Nausea” Sartre sostiene che nelle dinamiche esistenziali non domini la razionalità, cioè l’esistenza non può essere ricondotta ad un elemento logico, ma in essa vi è lo scontro fra fenomeni paradossali ed assurdi: l’uomo pur essendo libero, non è libero di esserlo; l’uomo pur scegliendo di essere libero, non è libero di esserlo; l’individuo sceglie il senso del suo essere ma non il suo essere. La nostra libertà non è mai tale da poter risalire all’origine ed inizia con un atto non voluto, l’uomo è gettato nel mondo senza spiegazioni.

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LETTERATURA INGLESE

  • The theatre of the absurd. The theatre of the absurd is based on Existentialism, in particular on the works of the French philosopher Jean-Paul Sartre and the French novelist Albert Camus. Existentialism emphasized the importance of the individual existence that is characterized by choices and decisions that man makes. This freedom in his choices leaves man in a permanent state of anxiety. The novelist Albert Camus emphasized the absurdity of human condition in his essay “The myth of Sysifus”: Sysifus was the King of Corinth whose punishment in Hell was to push a stone up a hill, but when he arrived at the top, the stone rolled down to the bottom. In this way, Camus described man isolated in a word without purpose and meaning and he lives in an irremediable exile between himself and his life. The most important play is “Waiting for Godot” by Samuel Beckett, that was performed at the Theatre de Babylone in Paris in January 1953. There was no plot, nothing happened, the setting was a desert with only a bare tree; the character were two tramps that were waiting for the mysterious Mr. Godot that never came.

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