Cogito, ergo sum: significato del pensiero di Cartesio

Di Redazione Studenti.

Cogito ergo sum: spiegazione della famosa frase di Cartesio che mette il dubbio al centro della vera conoscenza dell’uomo

CARTESIO: VITA, ISTRUZIONE E VIAGGI

Cogito ergo sum: significato del pensiero di Cartesio
Cogito ergo sum: significato del pensiero di Cartesio — Fonte: getty-images

Cartesio nacque in Francia (La Haye) nel 1596, ma la sua esistenza si rivelò subito fragile e incerta; dopo appena un anno di vita, mentre suo padre era in viaggio per lavoro, sua madre morì. Cartesio riuscì a sopravvivere solo grazie alla sua nutrice, per la quale il filosofo provò sempre grande stima e profondo affetto. A 11 anni cominciò a frequentare il collegio dei gesuiti di La Flèche (scuola molto rinomata all’epoca), dove imparò le scienze, la matematica, la logica, la grammatica, la metafisica e il latino; tuttavia si ritenne deluso da tale formazione e cominciò a leggere tutti i libri che gli capitavano tra le mani, di qualsiasi genere.

Conseguito il titolo di “dottore in diritto”, Cartesio intraprese una serie di viaggi. La prima tappa fu Parigi, dove il filosofo si dedicò allo svago e al divertimento, poi si arruolò nell’esercito non perché affascinato dal mestiere delle armi, ma perché attratto dalle opportunità che esso offriva di conoscere uomini di diversi paesi coi loro usi e costumi; di fatti gli era indifferente l’ideale per cui combatteva. In Olanda incontrò Isaac Beeckman, matematico e studioso di scienze, sotto la cui influenza il filosofo abbandonò l’approccio prevalentemente pratico che aveva utilizzato nello studio della matematica per dedicarsi a ricerche di carattere teorico. L’incontro fu particolare: uno sconosciuto aveva fatto affiggere per le strade di Breda il testo di un problema a suo dire molto complicato. Cartesio notò una piccola folla accalcata davanti all’annuncio e chiese a un passante di tradurglielo (poiché lui conosceva il latino e il francese, ma non la lingua fiamminga). Il passante gli diede un bigliettino da visita e gli tradusse il problema, a patto che lui s’impegnasse a fornirgli la soluzione. Cartesio in effetti impiegò pochissimo a tempo a risolvere il quesito, e da lì nacque una profondissima amicizia con Beckman. Cartesio fece ritorno a Parigi, dove decise di frequentare solo poche persone selezionate tenendosi a contatto con un gruppo di intellettuali (nel circolo del padre francescano Marin Mersenne). Tuttavia Cartesio cominciò a sentirsi soffocato dalle troppe persone che volevano conoscerlo e incontrarlo, distraendolo così dalla sua ricerca filosofica. Decise allora di trasferirsi in Olanda. Durante questo soggiorno resta in contatto solo con poche persone, tramite una un’intensa corrispondenza epistolare: il padre Mersenne, il gesuita Vatier, Hygens, Chanut, le principesse Elisabetta di Boemia e Cristina di Svezia. Quest’ultima lo invitò nel suo paese, per averlo come maestro; Cartesio accettò l’invito e si trasferì lì. La permanenza a Stoccolma durò pochi mesi perché morì stroncato da un’improvvisa polmonite contratta a causa del clima troppo rigido in quelle zone.

LE PRINCIPALI OPERE FILOSOFICHE DI CARTESIO

In Olanda, il filosofo scrisse le sue opere più importanti, a partire dal Discorso sul metodo (1637) e qualche anno più tardi le Meditazioni sulla filosofia prima, nonostante la morte di suo padre e di sua figlia (avuta da una relazione con la sua domestica). Le Meditazioni è l’affascinante narrazione, scritta in latino, della ragione che, attraverso il dubbio, si volge a rifondare delle basi il sapere, assumendo il soggetto pensante come presupposto di ogni certezza. Costituiscono in effetti un documento fondamentale del dibattito filosofico nel '600. I suoi oppositori arrivarono ad accusare Cartesio di ateismo, scetticismo e libertinismo dopo la pubblicazione della sua opera; si trattava ovviamente di critiche infondate. Nel 1644 pubblicò i Principi di filosofia, cioè un manuale universitario scritto in latino. Ci sono infine Le passioni dell’anima, in cui Cartesio afferma che le passioni non debbano essere assecondate perché in qualche modo inducono a uno stato di dipendenza dell’anima dal corpo; l’uomo deve invece cercare di controllarle, per non diventarne schiavo.

COGITO ERGO SUM: SIGNIFICATO

La frase Cogito ergo sum di Cartesio racchiude un concetto che nasce all’interno della sua opera filosofica Discorso sul metodo. Il significato letterale della frase latina è Penso, dunque sono. Secondo Cartesio il dubbio è alla base della vera conoscenza perché solo mettendo in discussione le vecchie conoscenze si può arrivare ad un principio resistente ad ogni dubbio, un principio solido che può diventare la base per le altre conoscenze. Il Cogito, ergo sum è senz’altro un principio resistente ad ogni dubbio da cui è possibile partire. E’ un criterio di verità, lo percepiamo con massima chiarezza e per Cartesio ciò che percepiamo in modo chiaro e distinto, è vero.

CARTESIO E LA RAGIONE

Cartesio ritiene che la conquista del sapere non sia né difficile e né impossibile, a patto che si rispettino alcune regole nella ricerca di tale verità, cioè che si adotti un metodo di ricerca adeguato. Afferma che tutti siamo dotati di “buon senso”, cioè la capacità di discernere il vero dal falso e di accostarsi alla verità, ma il problema sta nel come viene applicato dai singoli. Per applicare correttamente il “buon senso” è fondamentale la “conoscenza”; infatti Cartesio, in vista del bene generale dell’umanità e appena venuto in possesso di qualsiasi tipo di conoscenza, tenta di renderla nota il prima possibile. Egli inoltre enuncia delle regole del metodo che presenta come il frutto di tutta la sua vita:

  1. Regola dell’Evidenza: prescrive di accogliere come vero soltanto ciò che è evidentemente tale. Cioè invita ad accettare come vere solo le idee chiare e distinte. Per lui chiarezza e distinzione sono le uniche condizioni che rendono certi della verità. Un’idea è chiara quando si afferma in modo vivido e immediato ed è distinta quando è separata da ogni altra e definita in se stessa. Cartesio inoltre condanna la tendenza naturale degli uomini a dare giudizi affrettati, formulando così veri e proprio pre-giudizi che ostacolano il raggiungimento della verità, e il principio di autorità, in base al quale si accettano le dottrine degli autori dell’antichità o di quelli accreditati dalla tradizione senza verificarle.
  2. Regola dell’analisi: prescrive di dividere ogni problema nelle sue parti elementari (poiché risolte individualmente rendono più facile la soluzione del problema).
  3. Regola della sintesi: prescrive di procedere nella conoscenza passando dagli oggetti più semplici a quelli più complessi.
  4. Regola dell’enumerazione: prescrive di fare sempre enumerazioni complete e revisioni generali, così da essere sicuri di non omettere nulla.

Alla base di queste regole c’è l’esigenza da parte di Cartesio di dare ordine alla mente nella ricerca della verità.

IL DUBBIO SECONDO CARTESIO

Cartesio
Cartesio — Fonte: ansa

Secondo la prima regola del metodo bisogna accettare come vero solo ciò che si presenta evidente, per cui dobbiamo dubitare di tutto il resto. Occorre dunque assumere il dubbio come procedimento metodologico (dubbio metodico). Il filosofo ci mette in guardia dai sensi; a volte ci ingannano ed è prudente non dare loro la totale fiducia. Ci sono esperienze, come i sogni, che sembrano spesso del tutto vere, eppure non lo sono. E’ impossibile secondo il filosofo distinguerle. Ci sono delle conoscenze che dobbiamo sempre considerare vere, cioè quelle dell’algebra e della geometria. Anche queste conoscenze potrebbero essere tuttavia messe in dubbio; Cartesio vuole far raggiungere la più vasta estensione al dubbio, rendendolo universale, e suppone che il mondo sia stato creato da un Dio maligno (non uno buono e saggio) che voglia ingannarci, ad esempio facendoci credere che 3 + 2 = 5, mentre in realtà non è così. C’è bisogno dunque di un fondamento solido e sicuro per la conoscenza, per far derivare da esso altre conoscenze. Dunque la sola cosa di cui si può essere certi è che per essere ingannati (o ingannarsi da soli) si deve esistere. Io penso, io esisto (cogito, ergo sum). Ammettiamo quindi che ci sia un genio maligno e ingannatore che faccia di tutto per ingannarmi; per essere ingannato o ingannarmi, io devo esistere (dubbio imperbolico).

Cartesio fu accusato dai suoi contemporanei di aver adoperato un sillogismo in cui manca la premessa maggiore. Tale sillogismo dovrebbe avere la seguente forma:

  • premessa maggiore: tutto ciò che pensa esiste;
  • premessa minore: io penso;
  • conclusione: io esisto.

Non si poteva considerare dunque tale cogito come conoscenza prima e certissima su cui basare tutto poiché questa dipenderebbe da un’altra premessa (quella maggiore) non sottoposta al dubbio e né dimostrata. Il filosofo rispose che “io penso, dunque io esisto” non è un ragionamento che si basa su premesse e arriva a una conclusione, un’intuizione immediata; chi pensa o dubita percepisce la propria esistenza. La certezza che scaturisce dal cogito tuttavia investe soltanto e unicamente il pensiero e le sue determinazioni essenziali (dubitare, negare, affermare, concepire, immaginare, sentire, volere ecc.), ma non mi dà la certezza di percepire ad esempio un oggetto; il cogito è quindi il raggiungimento della certezza del mio esistere come soggetto pensante, e non come essere dotato di corpo.

LE IDEE SECONDO CARTESIO

Le idee per Cartesio ineriscono alla mente e sono la rappresentazione che il soggetto ha nell’atto del pensare, l’oggetto immediato del pensiero stesso. Il filosofo distingue tre categorie di idee: “Le idee avventizie” che ci provengono dall’esterno, “le idee fattizie” costruite da noi stessi, ed infine le “idee innate” che non possono derivare dall’esterno o essere create da me, ma sembrano essere nate con me.

Cartesio afferma che il “pensatore” può essere sicuro dell’esistenza delle idee in quanto oggetti del pensiero, ma non del fatto che ciò che pensa possa avere un effettivo riscontro con la realtà, perché come al solito potrebbe essere ingannato dal genio maligno. Per questo motivo dovremmo dubitare di tutte le cose corporee e delle qualità (colore, sapore, odore, suoni), perché queste sono così confuse da non permetterci di stabilire la loro verità o falsità. Per il filosofo l’unico modo per capire se le idee corrispondono ad una realtà è interrogarsi sulle loro cause. Egli afferma che la causa di un’idea non può contenere minore perfezione e realtà dell’idea che produce.

CARTESIO E LA DIMOSTRAZIONE DELL’ESISTENZA DI DIO

Cartesio dimostra l’esistenza di Dio in tre modi:

  1. L’idea di Dio, per lui, fa parte delle “idee innate”: la troviamo già nella nostra mente. Dal momento che l’uomo è un essere imperfetto e infinito, come potrebbe darsi da solo l’idea di infinito e di perfetto? E’ Dio che imprime nella nostra mente l’idea della sua esistenza. Dato che Dio è troppo perfetto per avere come causa esseri troppo imperfetti come noi (e tutte le altre cose del mondo), la conclusione è che Dio ha come causa se stesso, per cui esiste.
  2. Se l’uomo fosse causa di se stesso si sarebbe dato tutte quelle perfezioni di cui ha l’idea, ma che non possiede effettivamente. Bisogna riconoscere che Dio esiste e che ha creato l’uomo ponendo in lui l’idea dell’infinito e della perfezione.
  3. Come Anselmo d’Aosta, Cartesio fornisce una prova ontologica dell’esistenza di Dio: egli deve esistere necessariamente in quanto la perfezione implica l’esistenza. A tal riguardo Gassendi, contemporaneo di Cartesio, aveva osservato che l’esistenza non può essere considerata una proprietà degli esseri, neppure di Dio. Cartesio risponde quindi che quando concepiamo l’idea di Dio, la nostra mente non associa ad essa un’esistenza possibile, ma un’esistenza necessaria. In sintesi, per Cartesio, solo l’idea di Dio comprende con se quella dell’esistenza.

Grazie alla dimostrazione dell’esistenza di Dio, il filosofo afferma che si può dimostrare l’esistenza di molte altre cose dell’universo. Se Dio è l’essere perfetto, non può che essere buono e saggio perché se tentasse di ingannarci sarebbe sommamente imperfetto. Da Dio abbiamo ricevuto la facoltà di distinguere il vero dal falso, pertanto tutto ciò che la ragione ci presenta come vero in modo chiaro e distinto deve ritenersi tale. Secondo questa teoria, allora, l’errore non esisterebbe, dato che possediamo l’intelletto. Cartesio a tal proposito afferma che l’errore esiste, ma non deriva dall’intelletto bensì dalla nostra volontà, che a volte è talmente forte e libera da trarre in inganno anche il nostro intelletto. Per evitare di commette errori dobbiamo limitare il nostro giudizio alla sfera delle dimostrazioni matematiche e di quegli aspetti dell’universo fisico che possiamo conoscere in modo chiaro e distinto. Inoltre, dimostrata l’esistenza di Dio, possiamo dimostrare l’esistenza di cose corporee in quanto queste hanno un’estensione (lunghezza, larghezza e profondità) misurabile con le regole della matematica.
L’esistenza di Dio comunque non costituisce il primo criterio di verità, ma un criterio aggiuntivo a quello del cogito (la cui verità deriva dalla consapevolezza che è impossibile pensare senza esistere), tuttavia, è necessario per la scienza perché è grazie alla sua esistenza che lo scienziato può essere certo di non sbagliare.

CONOSCENZA E SOSTANZA (RES EXTENSA)

Cartesio afferma che la conoscenza scientifica si ottiene solo attraverso la ragione, e non ai sensi (colore, sapore e odore sono proprietà soggette al cambiamento). Il mondo gli si presenta come "materia", cioè una grande "sostanza estesa" (res extensa) e ciò gli impone di negare l'esistenza del vuoto. Ritiene la materia uniforme ed impenetrabile, senza limiti ed indefinito, formata da infinite particelle, che scontrandosi possono dividersi infinite volte in particelle infinitamente più piccole.

LA FISICA DI CARTESIO

La fisica di Cartesio è un sistema molto semplice riconducibile a soli due principi: la materia inerte e la quantità di moto (che rimane costante). Da questa immagine Cartesio formula tre leggi: la legge di "inerzia" secondo cui ogni parte di materia conserva il proprio stato finché non è urtata da un'altra; la legge del "moto rettilineo" secondo cui ogni parte di materia tende a muoversi in linea retta; e infine la legge "della conservazione della quantità complessiva di moto", secondo cui la quantità di moto che un corpo trasmette ad un altro corpo urtandolo è uguale a quella che perde. Esclude infine la l'esistenza di altre fore repulsive o di attrazione. Cartesio in un certo senso si rende conto di non poter spiegare l'intera natura attraverso poche e semplici leggi, e afferma che gli scienziati per farlo dovrebbero adoperare un metodo sperimentale, cioè devono osservare i fenomeni naturali, strutturare delle ipotesi e riscontrare tali ipotesi con degli esperimenti.

IL MONDO SECONDO CARTESIO

Cartesio riteneva che il mondo non fosse stato creato da Dio come "giardino edificato per la felicità delle creature" ma come prodotto necessario delle leggi della materia e del moto. Si ispira alle macchine non solo per la descrizione del mondo fisico, ma anche per quella dell'uomo; paragona ad esempio i nervi (intesi da lui come muscoli canali nei quali scorrono "spiriti vitali") a dei tubi, i muscoli e i tendini a delle molle e tutto il corpo umano ad una complesso apparato idraulico. Inoltre, Cartesio traccia una netta divisione tra il mondo umano e quello animale; divisione dovuta principalmente al linguaggio con cui gli uomini esprimono il proprio pensiero. Gli animali, molto più simili a delle macchine rispetto agli uomini, posseggono un linguaggio (se pur molto più semplice di quello degli uomini) ma agiscono come degli automi, cioè sempre in modo deterministico; invece l'uomo è completamente libero.

PENSIERO E MATERIA (RES COGITANS)

Nel pensiero di Cartesio troviamo innanzitutto la "sostanza pensate" (res cogitans), fondamento di ogni ulteriore certezza che l'autore ritiene immateriale, realmente distinto dal corpo e dotato di esistenza propria. Col pensiero coincide l'anima (o spirito) che designa l'intero complesso delle attività intellettuali umane. Il "dualismo cartesiano" consiste nella netta contrapposizione della "res cogitans" (pensiero) alla "res extensa" (materia) di cui fa parte il corpo: Cartesio li considera completamente indipendenti l'uno dall'altro. L'anima pensa sempre, mentre il corpo, in quanto macchina, si muove solo grazie a leggi meccaniche. Tale dualismo costituisce il più grande problema nel pensiero di Cartesio e fu costretto ad ammettere un certo tipo di "relazione" tra anima e corpo affermando che lo spirito risiede della "ghiandola pineale" di ogni uomo, contenuta nel cervello e non divisa in due parti simmetriche. Tuttavia questa affermazione rappresenta solo il luogo d'incontro tra anima e corpo, ma non spiega in che modo l'anima possa influenzare la sostanza.

LA MORALE E LE PASSIONI

Cartesio esorta gli uomini a rispettare le leggi e i costumi del proprio paese, a mantenersi fermi e risoluti nelle proprie azioni, cercare di vincere se stessi piuttosto che la fortuna; in sintesi a seguire i dettami della ragione, senza lasciarsi condizionare dalle passioni. L'unica nostra guida deve essere la ragione, in quanto noi siamo padroni unicamente dei nostri pensieri. Il progressivo dominio della ragione sulla volontà e sulle passioni rappresenta la virtù autentica che, da sola, può portare l'uomo alla felicità. Cartesio distingue due tipi di funzioni umane: le "azioni" che dipendono dalla volontà dell'uomo e le "passioni", affezioni involontarie causate nell'anima dalle forze meccaniche del corpo. Per Cartesio comunque le passioni non sono di per sé negative, in quanto dispongono l'anima a preservare il corpo dal pericolo, ma bisogna evitarne un cattivo uso. Bisogna imparare a controllarle, con l'esercizio e l'abitudine. La "saggezza" per lui consiste proprio nella capacità di dominare le passioni.