Cisti fornaio: trama e analisi della seconda novella della sesta giornata

Cisti fornaio: trama e analisi della seconda novella della sesta giornata A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Trama e analisi di Cisti fornaio, la seconda novella della sesta giornata del Decameron di Boccaccio. Tema principale è la capacità di saper usare bene l'arte della parola e la regina della giornata è Elissa.

1Cisti fornaio (Dec. VI.2)

«Cisti fornaio con una sola parola fa raveder messer Geri Spina d'una sua trascutata domanda».

2Introduzione a Cisti fornaio

Giovanni Boccaccio
Giovanni Boccaccio — Fonte: getty-images

«La forma deve essere adatta al contenuto», sentiamo spesso dire, ma non sempre ciò accade: forme belle hanno contenuti brutti e viceversa. Poi c’è che ci dice che forma e contenuto sono la stessa cosa. Tuttavia Boccaccio è di diverso avviso: a volte una persona nobile può essere sgradevole e scortese, mentre un umile fornaio può essere intelligente e cortese, nobile d’animo diremmo. 

È il caso di Cisti fornaio, uomo non nobile, ma brillante e cortese che si fa notare dal nobile Geri Spina grazie ad una sua particolare arguzia. Nello spirito i due diventano uguali, della stessa condizione. Ma c’è anche un risvolto quasi retorico che riguarda la lingua stessa: «la forma deve essere adatta al contenuto» si dice in particolare quando studiamo letteratura. 

Questa novella, in particolare, fa seguito alla prima della VI giornata e insieme formano un implicito trattato sull’arte del motteggio e sul come forma e contenuto siano in corrispondenza: la novella VI.1 ci parlava di come sia importante essere esatti e rapidi quando raccontiamo; questa sottolinea come sia importante adeguare la lunghezza al contenuto e specialmente, facendo eco all’adagio, “nella botte piccola sta il vino buono”. Il motto è un vino del parlare, che non può essere contenuto in novelle molto lunghe, ma in novelle brevi.

3Cisti fornaio: la trama

Decameron di Boccaccio
Decameron di Boccaccio — Fonte: getty-images

Sotto il reggimento di Elissa, Pampinea racconta la seconda novella della sesta giornata che ha per protagonista un umile fornaio di nome Cisti. Davanti alla bottega di Cisti fornaio, ogni mattina passa messer Geri Spina accompagnato da un nobile seguito, costituito da alcuni ambasciatori del papa. Cisti fornaio nel guardare e riguardare questa aristocratica brigata sente il desiderio di essere munifico con loro e farli bere il suo buon vino bianco dato che «avendo tra l'altre sue buone cose sempre i migliori vini bianchi e vermigli che in Firenze si trovassero o nel contado». 

Eh sì, perché il fornaio Cisti ha di certo il miglior vino di tutta Firenze. Inoltre, bevendo insieme, sarebbe ammesso alla brigata di Geri Spina. Tuttavia Cisti «avendo riguardo alla sua condizione e a quella di messer Geri, non gli pareva onesta cosa il presummere d'invitarlo ma pensossi di tener modo il quale inducesse messer Geri medesimo a invitarsi». 

Dunque: Cisti fornaio pensa a un modo in cui possa essere Geri stesso ad invitarsi alla bevuta. Lo prende per gola: si mette seduto davanti alla sua bottega ad aspettarlo all’ora in cui suole passare a sorseggiare beatamente il suo vino bianco contenuto in un piccolo orciolo. Geri Spina vede questo spettacolo e una e due e tre volte, vuoi il caldo, vuoi la sete, alla fine cede e chiede se il vino sia buono. Cisti lo invita ad assaggiare e Geri accetta e così fanno anche gli ambasciatori pontifici. Che dire: a loro quel vino sembra il migliore che abbiano mai bevuto da anni a quella parte. Così ogni mattina gli ambasciatori si fermano volentieri da Cisti a bere quel prezioso vino, sempre contenuto in piccole fiaschette.  

Forno medievale
Forno medievale — Fonte: getty-images

Giunta la fine della permanenza degli ambasciatori, Geri Spina dà un grande banchetto e invita anche Cisti fornaio, il quale, consapevole della sua condizione, preferisce umilmente declinare l’invito. Geri, però, pretende che almeno egli possa dare del suo vino e manda un suo servo a prenderlo.  

Questo servo, volendo tenersi un po’ di quello squisito vino per sé stesso, si presenta con un grosso fiasco. Cisti capisce (non è stupido) il piano del servo e rimanda indietro il servo a Geri, dicendo che certamente non è stato inviato da lui. Stessa cosa accade per la seconda volta. Ecco il passo:   

Il famigliare tornato disse: “Cisti, per certo messer Geri mi manda pure a te.”
Al quale Cisti rispose: “Per certo, figliuol, non fa.”
“Adunque, “disse il famigliare “a cui mi manda?”
Rispose Cisti: “A Arno.”   

Addirittura Cisti dice al servo di andare «Ad Arno», con quella fiaschetta, di certo Geri lo manda là. E a questo punto Geri comprende, cioè «gli si aprirono gli occhi dell’intelletto». Chiede al servo di farsi mostrare il fiasco con cui è andato a prendere il vino da Cisti e, vistane la grandezza, rimprovera duramente il suo servo

Questa volta il servo va con la fiasca della misura giusta e Cisti la riempie di buon grado; poi va da Geri Spina e gli spiega il suo comportamento. Non ha rimandato indietro il servo per avarizia, ma perché quel vino è speciale e non un vino dozzinale: per questo va messo nei piccoli fiaschi. In ogni modo, dice, lo dona tutto a Geri Spina in segno di amicizia. E, dopo questo gesto, tra i due nascono stima e amicizia.

4Temi di Cisti fornaio

Tutto questa si base sul rapporto tra forma e contenuto. Il buono spirito può trovarsi anche negli uomini di basso rango e viceversa gli uomini aristocratici possono non essere affatto nobili nei comportamenti. 

Ascoltiamo le parole sulla natura pronunciate da Pampinea, la narratrice più importante del Decameron: «Belle donne, io non so da me medesima vedere che più in questo si pecchi, o la natura apparecchiando a una nobile anima un vil corpo, o la fortuna apparecchiando a un corpo dotato d'anima nobile vil mestiero, sì come in Cisti nostro cittadino e in molti ancora abbiamo potuto vedere avvenire; il qual Cisti, d'altissimo animo fornito, la fortuna fece fornaio. E certo io maladicerei e la natura parimente e la fortuna, se io non conoscessi la natura esser discretissima e la fortuna aver mille occhi, come che gli sciocchi lei cieca figurino». 

Queste parole sottolineano come a volte anche in uomini di minor rango ci sono comportamenti degni dell’essere cavalieri. Dunque la riflessione sulla natura e sulla fortuna permette di andare ad approfondire anche il tema dell’intelligenza che può, al contrario della nobiltà di sangue, può capitare a chiunque ed essere affinata dall’esperienza.  

Ragioniamo un attimo. Dov’è qui il motto scherzoso? È molto meno esplicito rispetto alla battuta di madonna Oretta (VI.1) e più che altro Cisti offre la scusa per capire meglio la natura del motto di spirito, “gesto verbale” di suprema intelligenza, a cui è dedicata tutta la sesta giornata. Mi spiego meglio: il motto di spirito deve essere contenuto in una novella breve e ben strutturata, senza inutili divagazioni ed è esattamente la struttura di tutte le novelle della sesta giornata, eccezion fatta per l’ultima quella di Frate Cipolla che però è raccontata da Dioneo, il «corvo tra le colombe bianche», libero e irriverente come un giullare, che fa sempre come vuole e spesso anticipa il tema della giornata successiva. Dunque il motto e l’arguzia stanno in piccoli contenitori (novelle), così come il buon vino sta in piccoli fiaschi.   

5Cisti fornaio: analisi della novella

Come tutte le novelle della sesta giornata, anche questa è molto rapida e concisa, senza troppi abbellimenti o ekphrasis (digressioni narrative) da parte di Boccaccio. Anche la sintassi è snella e veloce, perfettamente urbana

Le scene narrate sono principalmente tre Cisti che offre il vino davanti alla sua bottega a Geri Spina; il servo che va due volte a prendere il vino e viene rimandato indietro; la terza volta in cui finalmente il vino viene dato e Cisti va a spiegare a Geri il motivo del proprio comportamento

L'incisività della battuta detta da Cisti "Ad Arno" crea una comunione intellettuale, un piano di parità, fondato sulla prontezza di spirito, l’ingegno, l’intelligenza, tra il fornaio e il nobile, cui «s’apersero gli occhi dello ‘ntelletto». 

6Cisti fornaio: analisi dei personaggi

Cisti è un cognome fiorentino diminutivo di Bencivenisti. Documenti della Firenze del Trecento attestano l’esistenza di un fornaio di nome Cisti che aveva la sua bottega proprio nei pressi della chiesa di Santa Maria Ughi, vicina a palazzo Strozzi, dove è ambientata la novella. Cisti fornaio è un uomo non nobile, un borghese, benestante, attento a rispettare la sua condizione sociale senza peccare di supponenza e mischiandosi con persone che sono di rango superiore. Tuttavia sa che al livello d’ingegno, intelligenza e cortesia non è secondo a quella società e cova, sotto sotto, il desiderio di mostrarlo, fregiandosi dell’amicizia con un nobiluomo. 

Geri Spina è un uomo nobile, ma non supponente e non altezzoso. Non si fregia dei suoi titoli per mettere in difficoltà gli altri, ma cerca sempre di comportarsi da nobile, con cortesia. Nei confronti di Cisti si comporta in modo più che onorevole. Comprende la fine intelligenza del fornaio e lo premia con quel che più desidera: all’offerta del vino lui ricambia con la sua amicizia e la sua protezione

7Guarda il video sul Decameron di Boccaccio

    Domande & Risposte
  • Chi è Cisti fornaio?

    Cisti fornaio è un personaggio del Decameron di Boccaccio, il protagonista della seconda novella della sesta giornata: un uomo brillante e cortese che possiede una bottega a Firenze.

  • In quale giornata viene raccontata la novella di Cisti fornaio?

    Sesta giornata.

  • Qual è il tema di quella giornata?

    La capacità di saper usare bene l'arte della parola.