Cinismo: caratteristiche, pensiero e filosofi

Cinismo: caratteristiche, pensiero e filosofi A cura di Giulia Guadagni.

Storia, caratteristiche e filosofi della corrente filosofica chiamata cinismo, nata nell'antica Grecia nel IV secolo a.C. dalla scuola di Antistene e Diogene

1La vita cinica dei filosofi

Antistene, filosofo cinico  (445 a.C.-365 a.C.)
Antistene, filosofo cinico (445 a.C.-365 a.C.) — Fonte: getty-images

Più che una dottrina o teoria filosofica, il cinismo è un particolare modo di vivere. I filosofi cinici erano vagabondi, non avevano casa, né proprietà, né famiglia. Vivevano per strada, si lavavano poco e possedevano un solo vestito. Il cardine della vita cinica è la critica alle norme del vivere sociale.

Il nome di “cinici” ha origine incerta. Potrebbe derivare dalCinosarge” (“cane agile”) il ginnasio ateniese dove insegnava Antistene, il primo filosofo cinico. Oppure, più probabilmente, viene dall’appellativo kýon, “il cane”, con cui era chiamato Diogene di Sinope, il più celebre fra i cinici.

1.1Antistene

Diogene Laerzio scrive che Antistene fu il primo «a rendere due volte tanto il mantello», cioè ad avvolgerselo attorno al corpo due volte, in modo da non aver bisogno di possedere un altro capo di vestiario. Pare anche che Antistene sia stato il primo filosofo a «portare un bastone e una bisaccia», che sarebbero divenuti simboli della vita povera e vagabonda dei cinici.

Ad Atene, Antistene fu allievo di Gorgia e poi di Socrate. La filosofia cinica è figlia dell’insegnamento socratico. In particolare, i cinici radicalizzarono l’insistenza di Socrate sull’enkràteia, la padronanza di sé. Secondo Antistene, l’obiettivo della vita filosofica è la felicità, che può essere ottenuta attraverso la virtù. Della virtù Antistene diceva che «è nelle azioni e non ha bisogno né di moltissime parole, né di moltissime cognizioni». La virtù deve essere praticata, esibita tramite la propria condotta

Fin qui, nulla di strano. Ma Antistene sosteneva che la condotta del virtuoso non dovesse essere conforme alle leggi e alle convenzioni sociali («Il sapiente non deve vivere seconde le leggi della città, ma secondo quelle della virtù»). Il filosofo cinico è indifferente alle abitudini, agli oggetti e ai desideri indotti dalla società. Il filosofo cinico basta a se stesso. Per vivere non ha bisogno che di pochissimi beni materiali. Non lavora, non si sposa, non deve alcunché ad alcuno.

Antistene fu rivale di Platone. Entrambi erano allievi di Socrate, ma svilupparono l’insegnamento del maestro in direzioni diverse. Ad Antistene, per esempio, non interessava il problema della conoscenza. Contro la teoria platonica delle idee disse: “Io vedo il cavallo, non vedo la cavallinità”, intendendo che al filosofo era sufficiente riferirsi al sensibile e al mondo dei particolari empirici, senza bisogno di postulare l’esistenza di un altro mondo universale e intelligibile. 

1.2Diogene di Sinope

Nonostante dichiarasse l’indipendenza della virtù dalle norme sociali, Antistene conduceva una vita tutto sommato ordinaria, almeno se paragonata a quella bizzarra e scandalosa del suo ben più celebre allievo, Diogene di Sinope

Le due parole chiave della filosofia (e della vita) di Diogene sono: 

  • anaideia (ναδεια), la svergognatezza, la sfrontatezza;
  • e parresia (παρρησα), il parlare schiettamente, con franchezza.
Diogene di Sinope
Diogene di Sinope — Fonte: getty-images

La vita di Diogene era interamente dedicata a sfidare e infrangere la più comune e diffusa delle norme sociali: “c’è tempo e luogo per ogni cosa. È la regola che ancora oggi governa le nostre vite, alla quale siamo educati fin dall’infanzia e che la maggior parte di noi rispetta. Non tutto si può fare in ogni luogo, non tutto si può dire in ogni occasione. Si mangia a tavola, si dorme a letto, si defeca e urina in bagno, o comunque in privato, si parla a bassa voce se il momento lo richiede, non si va in giro con le scarpe spaiate, non si scoppia a ridere nel bel mezzo di un funerale, non si fa l’amore in pubblico.

Invece, Diogene «si serviva indifferentemente di ogni luogo per ogni uso, per far colazione, o per dormirci, o per conversare». Diogene metteva risolutamente e continuamente in discussione le convenzioni del vivere comune. Viveva in una botte, chiedeva l’elemosina, mangiava per strada e si masturbava in pubblico (e a questo proposito pare dicesse: «magari potessi placare la fame stropicciandomi il ventre!»).

Illustrazione che mostra l'incontro tra Alessandro Magno e Diogene di Sinope
Illustrazione che mostra l'incontro tra Alessandro Magno e Diogene di Sinope — Fonte: getty-images

Le sue scandalose abitudini sono oggetto di diversi aneddoti. Spesso faceva l’esatto contrario di quel che facevano gli altri. Si racconta che si profumasse i piedi anziché la testa, che abbia provato a mangiare carne cruda (salvo poi non riuscire a digerirla), che abbia preteso di essere ringraziato dopo essere stato invitato a pranzo e che usasse entrare a teatro all’ora in cui gli altri ne uscivano.

Come il suo maestro Antistene, Diogene credeva che la virtù non coincidesse con l’osservanza delle convenzioni sociali e, soprattutto, che queste ultime mistificassero i bisogni naturali della vita umana. Una vita felice, secondo Diogene, è possibile solo in accordo con la natura. E la natura non prescrive di magiare o dormire in un certo modo e in un certo luogo. La natura non prescrive di vivere in una casa, di sposarsi, di possedere dei beni.

La vita sociale e le sue regole, secondo Diogene, non portano alla felicità né garantiscono la libertà. Anzi, creano falsi bisogni e confondono ciò che è ha valore con ciò che non ne ha. Come è possibile – si chiedeva – che una cosa inutile come una statua abbia tanto valore, mentre la farina, che è assai più utile, ne ha così poco?

Diogene non si accontentava di condurre in solitudine una vita conforme ai propri principi. Non era un tranquillo e silenzioso vagabondo. Tutt’altro, voleva convincere i suoi concittadini ad aprire gli occhi. Con le sue abitudini scandalose intendeva mostrare loro l’assurdità delle convenzioni sociali. Perciò, la sua attività principale era turbare la quiete pubblica. Diogene infastidiva, interpellava, provocava e disturbava i suoi concittadini. Commentava, criticava e sbeffeggiava i comportamenti altrui, ridicolizzava i filosofi e le loro teorie. Era un grande scocciatore.

2Il cinismo successivo

Il cinismo ha una lunga storia. Gli ultimi filosofi cinici vissero nel V secolo d. C., più di settecento anni dopo Antistene. Diogene ebbe una serie di discepoli, tra i quali ricordiamo una coppia: Cratete e Ipparchia. La seconda stagione del cinismo risale alla Roma imperiale, al periodo di prima diffusione del cristianesimo. I cinici di questo periodo sono ancor più provocatori e plateali nelle loro condotte, tanto da provocare il disappunto di intellettuali nostalgici del cinismo originario, considerato puro e disinteressato. Luciano di Samosata, per esempio, li attaccava duramente nei suoi dialoghi e l’imperatore Giuliano scrisse un’orazione Contro i cinici ignoranti

    Domande & Risposte
  • Cos’è il cinismo?

    E’ stata una corrente filosofica.

  • Che vuol dire essere cinico?

    Avere un atteggiamento di ostentata indifferenza verso i valori morali e sociali.