Chrétien de Troyes e i romanzi cortesi

Chrétien de Troyes e i romanzi cortesi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Storia e opere di Chrétien de Troyes, il più grande autore della narrativa cavalleresca francese autore di Lancelot, Yvain, Perceval

1La vita Chrétien de Troyes

Perceval arriva al Castello del Graal. Da "Perceval o il racconto del Graal" di Chrétien de Troyes, 1330. Bibliothèque Nationale de France
Perceval arriva al Castello del Graal. Da "Perceval o il racconto del Graal" di Chrétien de Troyes, 1330. Bibliothèque Nationale de France — Fonte: getty-images

Non abbiamo molte notizia della vita di Chrétien de Troyes, il più grande autore della narrativa cavalleresca francese del ciclo ispirato dalle storie di Re Artù a cui però aggiunse anche altre fonti (Cligès, uno dei suoi romanzi cavallereschi, attinge anche alle fonti bizantine). Oltre che poeta fu “araldo d’arme” e fu attivo tra il 1155 e il 1190. 

Dalle sue opere capiamo che questo poeta proveniva dalla Champagne, viaggiò e soggiornò in Inghilterra, e fu attivo presso la corte di Troyes dove compose il Lancelot per la contessa Maria, figlia di Eleonora d’Aquitania, poetessa e mecenate dell’epoca (nipote del famoso re Gugliemo IX d’Aquitania). Fu attivo anche presso la corte di Filippo d’Alsazia, conte di Fiandra. 

La sua produzione comprende cinque romanzi cavallereschi incentrati sulla materia bretone: Eréec e Enide, Cligès, Lancelot, Yvain, Perceval. Grazie ai giullari e ai chierici vaganti – clerici vagantes – le opere di Chrétien si diffusero molto rapidamente tra XII e XIV secolo ispirando altri autori e creando un immaginario comune ben codificato. In qualche modo si può considerare questo autore come il più importante scrittore in lingua romanza prima di Dante Alighieri

2Chrétien de Troyes e la produzione poetica

La produzione di Chrétien presenta molteplici aspetti: è presente spesso una sottile indagine psicologica dei personaggi, una concezione non sempre univoca dell’amore che non rispetta sempre i dettami dell’amor cortese, il motivo della quête, ossia la ricerca, l’avventura che diventa scoperta e maturazione del protagonista quasi ci trovassimo davanti primi esempi di Bildungsroman, vale a dire “romanzo di formazione”.  

Lo storico della letteratura Roncaglia afferma che nei romanzi di questo poeta: «l’avventura non è evasione, bensì volontaria determinazione, in cui, affrontando l’ignoto e superando ostacoli sempre più ardui, l’individuo ricerca e verifica la propria identità. Il cavaliere personifica l’aspirazione dell’uomo a superare la propria condizione naturale, rafforzando la volontà ed affinando il sentimento con gli impulsi combinati della prodezza e dell’amore» (cit. in Guglielmino-Grosser, Il sistema letterario, vol. I, p. 604).
Il cavaliere, figura centrale del medioevo e della sua letteratura, si mette in viaggio alla scoperta di sé stesso e del senso del suo vivere. Il mondo descritto da questo poeta assume connotazioni spesso ideali, allegoriche che spostano i termini dell’azione spesso nel campo prettamente morale. 

A differenza della Chanson de geste – in latino nominate le fabulae gestoriae – in cui i personaggi agiscono per alti ideali morali (si pensi a tutta la saga di Orlando, alla sua morte eroica nella retroguardia carolingia), il motore dell’azione nei romanzi cavallereschi è la ricerca della donna amata e quindi l’amore diventa il compimento ultimo di tutte le ricerche dell’uomo. 

3Romanzi cavallereschi: cosa sono e dove si diffondono

Si tratta di opere in versi che appartengono in particolare a due cicli di storie: ciclo bretone (saga di Re Artù e dei cavalieri della Tavola rotonda) e ciclo carolingio (le imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini, tra cui spicca Orlando). Ci sono spesso anche influssi della materi bizantina (di origine greca).  

Sono narrazioni in versi ottonari o decasillabi a rima baciata, che ebbero diffusione capillare in tutta la Francia (a partire dalla Francia settentrionale) ad opera di giullari, cantastorie e chierici vaganti – gli intellettuali che rappresentano la cultura popolare dell’epoca. Successivamente giunsero anche in Italia, spesso in forma compendiata, cioè attraverso riduzioni in prosa.  

Tra il 1220 e il 1335, inoltre, proprio nella Champagne fu composta da autori anonimi la prima fondamentale trilogia del romanzo cavalleresco e delle sue storie: il Lancelot; la Queste du Graal; il Mort Artu. Sono scritti in lingua d'oïl e costituiscono quindi il primo importante nucleo narrativo delle vicende cavalleresche, che avranno poi ampia fortuna nella letteratura successiva francese (appunto con Chrétien de Troyes) e soprattutto in quella italiana. Oltre a Chrétien de Troyes, altri grandi poeti di romanzi cavallereschi furono Thomas e Gautier d’Arras. 

Lancillotto e Ginevra. Chrétien de Troyes: Lancillotto o il cavaliere della carretta
Lancillotto e Ginevra. Chrétien de Troyes: Lancillotto o il cavaliere della carretta — Fonte: getty-images

Il rapporto con la prosa è molto interessante: i romanzi cavallereschi nascono come narrazioni in versi e poi vengono quasi naturalmente adattate e divulgate attraverso la prosa al punto che è proprio qui che la parola romanzo comincia ad avere il significato odierno di storia in prosa.   

Dante stesso probabilmente conosceva le opere di Chrétien non attraverso gli originali francesi ma per le riduzioni in prosa, tanto è vero che nel Purgatorio (XXVI 118) contrappone i «versi d’amore» della lirica provenzale alle «prose di romanzi» del ciclo bretone. Il famoso episodio del quinto canto dell’Inferno – il bacio di Paolo e Francesca, mentre leggono la storia di Ginevra e di Lancillotto – è un chiaro riferimento a questa illustre tradizione e forse proprio al Lancelot di Chrétien de Troyes in adattamento italiano.   

4Perceval o il racconto del Graal e Lancillotto o il cavaliere della carretta: trama e temi

Tre scene di vita di un cavaliere di Perceval di Chrétien de Troyes
Tre scene di vita di un cavaliere di Perceval di Chrétien de Troyes — Fonte: getty-images

In una delle scene più belle di “Indiana Jones e l’ultima crociata”, il protagonista, l’archeologo avventuriero interpretato da Harrison Ford, deve affrontare numerose prove per giungere al Santo Graal: sono prove che si superano solo con fede e rigore morale. Quel film attinge infatti a piene mani dai romanzi cavallereschi e in particolare dal Perceval ou le conte du Graal, capolavoro (seppure incompiuto) della cultura medievale in cui compare questo misterioso oggetto, identificato con il calice che Gesù utilizzo nell’ultima cena e in cui fu raccolto il suo sangue uscito dalla ferita inferta dal centurione. 

Quello che ci preme sottolineare è il carattere doloroso della “ricerca” nei romanzi di Chrétien de Troyes. Scrive lo storico della letteratura Viscardi: 

L’«avventura» degli eroi di Chrétien è sempre una «queste», un’inchiesta; una ricerca tormentata e dolorosa di qualcosa che quanto più ansiosamente si persegue, tanto più si fa remota e inaccessibile; e solo si offre all’attingimento dell’eroe quando l’eroe ha consumato nella prova tutto ciò che vi era, nella sua umanità, di impuro o di vile.” (ANTONIO VISCARDI, Letterature d’Oc e d’Oil, pp. 184-185). 

La critica ha collegato inizialmente l’inchiesta solo al Perceval, a causa del Graal che sembra più un oggetto magico – e la magia è molto usata nel ciclo bretone – e non tanto una reliquia sacra: tuttavia dobbiamo considerare che il romanzo fu scritto durante la prima crociata: si diffondeva sempre più in quegli anni il culto delle reliquie depositarie di poteri taumaturgici

Il Santo Graal identificato alla coppa di Cristo avrebbe fatto sprecare fiumi di inchiostro nei secoli a venire, per racconti, romanzi, leggende a partire da Robert de Boron, contemporaneo di Chrétien, con il suo romanzo cavalleresco Giuseppe d’Arimatea fino al famoso bestseller Il codice da Vinci di Dan Brown

Il raggiungimento del Graal da parte di Perceval è quindi il momento in cui l’eroe è finalmente degno di ottenere l’oggetto del desiderio: ma il romanzo è incompiuto e dunque non conosciamo il finale. 

Una delle pagine più belle è tuttavia l’addio di Perceval alla madre, una scena straziante, di grande poesia: una scena iniziatica della vita adulta. Ti propongo il passo tradotto da Davide Grassi: 

«Adesso ho un dolore molto grande, Bel Figlio, perché́ te ne vuoi andare. Tu andrai alla corte del Re e gli chiederai di donarti le armi. Certamente lui non te le rifiuterà̀, lo sai bene che te le darà. Ma quando verà il momento di provarle quelle armi, cosa accadrà̀ allora? Come saprai venire a capo di una cosa che non hai mai fatto e che non hai mai visto fare da altri? Io temo il peggio. Ti sarai dato tanto da fare per niente e non c’è da meravigliarsi visto che non ne può̀ saper niente chi non ha imparato niente. La meraviglia è quando uno non impara quello che vede e sente spesso. (…)».
Questo disse il ragazzo e non ebbe altre esitazioni, la madre piangeva e lui si mise in sella. Fu vestito alla maniera di un Gallese: aveva calzature di stivaletti e siccome ovunque lui andava era solito portare tre giavellotti, voleva portarne via sei, ma la mamma gliene fece lasciare lì due, in modo che non sembrasse troppo Gallese; se avesse potuto glieli avrebbe fatti lasciare tutti e tre molto volentieri. Nella mano destra prese un frustino per aizzare il suo cavallo. La mamma, che lo aveva molto da caro, lo baciò piangendo e pregava Dio che lo proteggesse.
«Bel figlio, Dio ti doni più̀ gioia di quanta me ne rimane, in qualsiasi luogo tu vada». 

Il cavaliere della carretta di Chrétien de Troyes
Il cavaliere della carretta di Chrétien de Troyes — Fonte: getty-images

Allo stesso modo nel Lancelot, opera nata su richiesta di Maria di Champagne, Lancillotto deve andare a riprendere Ginevra che è stata rapita da Méléagant, il figlio del re di Gorre, regno che assume quasi un valore oltremondano.  

Non è da escludere l’influenza di antichi miti in cui compare un rapimento oltremondano, in cui si deve penetrare in un altro mondo per riscattare l’amata dalla prigionia: pensiamo ad Orfeo ed Euridice, ma anche al mito di Persefone e Plutone, il rapimento di Iðunn e la catabasi di Hermóðr nella mitologia norrena (dei popoli scandinavi), e l'antico poema in sanscrito Rāmāyaṇa che presenta una situazione del tutto simile.  

Dicevamo che sono molte le prove di coraggio che incontriamo nei romanzi cavallereschi e la loro funzione sembrerebbe purificatrice. Ad esempio, possiamo mettere a paragone la prova del ponte invisibile con il ponte pericolosissimo che Lancillotto deve superare: bisogna avere fede e coraggio. La scena del ponte sospeso è un vero e proprio topos della letteratura d’avventura. Lancillotto supera tutte le prove d’amore, anche se si tratta di un amore adultero: Ginevra è la regina, sposa di Re Artù. Ma è un amore sublime, grandioso, rappresentato dall’autore con grande efficacia poetica e psicologica. 

«Quello della caretta pensa come uomo senza forza e senza difesa contro l’amore che lo possiede; e il suo pensiero è tale che egli non più pena a se stesso; egli oblia se esiste o no, né si ricorda del suo nome. Non sa se è amato o no; non sa donde viene e ove va; non si ricorda di alcuna cosa, salvo di una sola: e per questa ha messo tutte le altre in oblio. A questo pensa, che non vede né intende…» 

Ma la prova più ardua è proprio salire sulla carretta condotta da un nano. Che cos’è la carretta? Il titolo oggi ci farebbe ridere perché pensiamo magari alla carriola piena di sabbia e cemento di un carpentiere, ma la carretta era una volta un piccolo carro di legno su cui si legava un condannato da mettere alla berlina: cioè al pubblico ludibrio. In questo caso, il passaggio di Lancillotto sulla carretta sembrerebbe alludere simbolicamente a un carro funebre, che permette di andare nell’oltremondo. 

La poesia di Chrétien de Troyes ha influenzato tanti scrittori e si è per sempre sedimentata nel nostro immaginario, pieno di eroi e di cavalieri erranti, di viaggi che ci fanno sconfinare verso luoghi ignoti alla ricerca di noi stessi e del senso del nostro viaggio.