Cecco Angiolieri e la poesia comico-parodica

Cecco Angiolieri e la poesia comico-parodica A cura di Claudia Papaleo.

Opera e stile del maggiore esponente del genere, Cecco Angiolieri, con luoghi, tempi e temi della poesia comico–parodica. Scopri testo, parafrasi e analisi del sonetto più celebre: S’i’ fosse foco

1Introduzione alla poesia comico-parodica

Ritratto di un Giullare
Ritratto di un Giullare — Fonte: getty-images

Siamo negli anni successivi al 1260, quando in Toscana si sviluppa la poesia comico-parodica, contemporaneamente e in netto contrasto al linguaggio alto, allo stile tragico e ai temi sublimi dell’amore cantato dai Siciliani e, in particolare, dagli Stilnovisti.
La poesia comica, che fa un uso pressoché esclusivo del sonetto, privilegia, infatti, il linguaggio popolare, tendendo all’imitazione del parlato, in un gioco costante che, attraverso lo scherzo, il doppio senso e la battuta sempre azzardata, ci restituisce un immaginario tutto laico e mondano, capace di ribaltare il linguaggio cortese con un effetto caricaturale di estrema immediatezza e sregolata vivacità.   

Va da sé che la poesia comica non fosse indirizzata al pubblico ristretto, nobiliare, colto e alto-borghese della poesia lirica, ma a una cerchia più allargata, che includeva ceti borghesi e artigianali.
L’area tematica della poesia comica, inoltre, seppur specchio e prodotto della vita comunale toscana del tempo - con il suo insieme di contrapposizioni politiche, povertà e amori vissuti nella più ruvida quotidianità - deve molto del suo carattere irriverente ad altri due precedenti. Il primo, o meglio la prima, è la poesia goliardica in latino, che nasce intorno al 1100, e si allarga a tutta l’Europa grazie ai clerici vagantes: i membri del clero che non erano costretti a rimanere confinati in una diocesi e che, usando in chiave parodica le formule ecclesiastiche, lamentavano la miseria che ostacolava i piaceri terreni.
La seconda è la poesia giullaresca in volgare che, pensata per la recitazione, si diffuse agli inizi del 1200 grazie ai giullari. Questi personaggi, perlopiù saltimbanchi e giocolieri, si esibivano nelle strade o nei palazzi signorili raccontando, a ritmo di ballata, storie d’amore punteggiate di albe, serenate, donne lasciate sole, tristi o malmaritate.     

2I motivi della poesia parodica

Vediamo ora quali sono, nello specifico, i motivi che ricorrono all’interno del genere: 

  •  L’amore sensuale, rivolto a una serie di donne maliziose, doppiogiochiste e alla ricerca costante del piacere carnale (lontanissime, quindi, dal modello di donna angelo proposto dello stilnovismo).
  • La celebrazione dei godimenti legati al gioco, al vino, alle taverne e ai festini.
  • La ricerca costante del denaro, il terrore della povertà e la denuncia dell’avarizia dei tempi.
  • L’offesa all’avversario per ragioni politiche e/o private, che non manca mai di una vena satirica.  

3Cecco Angiolieri: l’opera poetica

Se è vero che l’iniziatore della poesia comico-parodica fu il fiorentino Rustico Filippi, attivo nel trentennio fra il 1260 e 1290, e ricordato come un vero fuori classe nell’arte della descrizione grottesca e dell’insulto tanto incisivo, quanto sottilmente ironico, è altrettanto vero che il genere comico trova fortuna soprattutto a Siena, grazie al talento di Cecco Angiolieri

Cecco Angiolieri (1260 – 1312 circa) nasce, appunto, a Siena da una ricca famiglia, di cui, negli anni, sperpera il patrimonio, conducendo una vita inquieta, fatta di risse, processi, vizi e continuo bisogno di denaro, come testimoniato dai documenti del tempo. 

La sua opera raccoglie oltre cento sonetti di sicura attribuzione, ai quali se ne aggiungono altri incerti, per via dell’ammirazione che portò molti poeti a imitarlo. Le tematiche che percorrono i suoi versi sono l’amore per i piaceri carnali, che vanno dal sesso alla buona tavola, la dedizione per il gioco d’azzardo e la bettola (presentati come gli unici ideali in grado di dare gioia e appagamento), l’ossessione per il denaro e l’odio nei confronti del padre, incolpato, soprattutto, di ingenerosità.
Ecco, allora, che nei sonetti di Cecco Angiolieri si fa l’incontro di personaggi come l’amante Becchina, una donna sposata, meschina, sempre pronta al pettegolezzo, con cui il poeta intrattiene un rapporto che alterna la passione più viva all’insulto o al dispetto, e che non manchi quasi mai, tra una rissa verbale e una bevuta, un sentito augurio di morte diretto alla figura paterna. 

4Cecco Angiolieri: S'i' fosse foco

S'i' fosse foco è il sonetto più celebre firmato da Cecco, al punto d’aver ispirato Io se fossi Dio, un adattamento musicale di Fabrizio De André, e uno dei più esilaranti sketch comici di Corrado Guzzanti, che parafrasò il componimento nel corso de L’Ottavo Nano.
Il componimento esprime, in modo vibrante, il bisogno di ribellione, di odio e distruzione verso il mondo e le persone che, potendo, l’autore avrebbe dato alle fiamme. Scopriamo come aiutandoci con il testo, la parafrasi e l’analisi del sonetto:  

Testo

S'i' fosse foco, ardere' il mondo;
s'i' fosse vento, lo tempestarei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo;

s'i' fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristïani embrigarei;
s'i' fosse 'mperator, sa' che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.

S'i' fosse morte, andarei da mio padre;
s'i' fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi' madre,

S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui.

Parafrasi

Se io fossi fuoco, brucerei il mondo; se io fossi vento lo colpirei tempestosamente; se io fossi acqua, io l’annegherei; se io fossi Dio, lo farei sprofondare; se io fossi il papa, allora sarei allegro, perché metterei nei guai tutti i cristiani; se io fossi imperatore, sai che farei? Taglierei a tutti (a tondo: quelli che mi stanno attorno) la testa. Se io fossi la morte, andrei da mio padre; se io fossi la vita, fuggirei da lui: ugualmente farei nei confronti di mia madre, Se io fossi Cecco, come sono e fui, prenderei le donne giovani e belle: e lascerei agli altri le donne vecchie e brutte.

Il sonetto presenta rime incrociate nelle quartine e alternate nelle terzine, secondo lo schema ritmico ABBA, ABBA; CDC, DCD. È interamente costruito sull’anafora (cioè sulla ripresa della stessa parola all’inizio di più versi successivi: s’i fosse…), a cui fa da riscontro in ben quattro casi la forma del condizionale in chiusura di verso (v.2, v.3, v.6, v.7). Il tutto conferisce al discorso una struttura simmetrica e un suono martellante, nonché una compattezza del ritmo rafforzata dalla presenza della cesura, nella stessa posizione, in ben nove versi su quattordici: S'i' fosse foco, // ardere' il mondo; s'i' fosse vento, // lo tempestarei, ecc. Anche la punteggiatura vale a scandire ogni verso, separandolo con una forte pausa dal successivo: non a caso ben dodici versi sono chiusi da un segno d’interpunzione forte. 

Il sonetto è elaborato sul modello del plazèr, ma con un’asimmetria importante rispetto alla tradizione del genere. Nel componimento, infatti, sono elencati solo dolori per tutti, al posto dei piaceri, senza contare che la soddisfazione del poeta di realizzare i propri desideri è neutralizzata dall’assurdità e dall’irrealizzabilità delle ipotesi. D’altra parte, e quando meno ce lo aspetteremmo, il plazèr viene rispettato. Accade nella terzina finale, dove viene annunciata, ancora sotto forma di ipotesi, una felice certezza: la conquista di donne giovani e piacenti.

I versi di Cecco presentano uno spiccato effetto comico dato dal rapporto tra le prime tre strofe e l’ultima. Questo rapporto si può riassumere così: il poeta vorrebbe soddisfare molti piaceri ma, non potendo, si consola con le belle donne; vorrebbe fare agli uomini dispetti atroci e, non potendo, si vendica lasciando loro solo le donne poco attraenti. Così l’estremismo “maledetto” esibito nelle ipotesi delle quartine e della prima terzina - annientare con fuoco, acqua e vento il mondo, mettere nei guai i cristiani, godere della morte dei genitori – si rivela per quel che è in realtà: un abile gioco letterario con cui il poeta compie la sua rivoluzione senza conseguenze, dove ogni cosa resta com’è proprio come lui, che rimane il donnaiolo Cecco di sempre.